Le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro sono “una buona notizia”, è stato detto. Non proprio: le dimissioni, o meglio la cacciata dal Governo, sono frutto di una notizia cattiva, di una scomodissima e cruda storia di cronaca scritta da uno di quei giornalisti brutti e cattivi che si chiama Alberto Nerazzini. L’inchiesta da cronista di razza l’ha firmata lui, dando una lezione su come anche in Italia ancora può esistere il giornalismo di analisi dei dati e degli atti e lo si possa fare sulla carta, sì il vecchio desueto strumento per informare le persone. Un metodo artigianale, vecchio appunto. Non un post da 500 battute, “ché la gente si stanca”. Non il copia incolla dei comunicati sulla schiusa delle tartarughe e le sagre della polenta che tanto vanno di moda nella narrazione del Bel Paese tutto turismo e stelline. Come Nerazzini molti giornalisti ogni giorno fanno un lavoro oscuro di scavo, di collegamento tra i dati, i tempi, i passaggi societari. E ciò è possibile anche grazie al ruolo fondamentale delle fonti, le quali non sono una “manina” bensì un tassello determinante dell’informazione e vanno tutelate non messe alla gogna. Il segreto professionale e la tutela delle fonti sono tra le cose che ci chiede l’Europa, anzi sono già nell’Emfa, entrato nel nostro ordinamento e mai attuato. Come Delmastro altri illustri componenti dell’attuale assetto di governo sono stati “messi in difficoltà” da inchieste giornalistiche: Daniela Santanché raccontata da Report; Giusi Bartolozzi e il caso Almasri da Il Domani e dal Fatto Quotidiano, la Gioventù meloniana da Fanpage. Sono tutti “pezzi lunghi” e lenti, che richiedono tempo nella scrittura e anche nella lettura e smentiscono clamorosamente il luogo comune secondo cui il giornalismo deve “adeguarsi ai tempi”.
(Nella foto Alberto Nerazzini)
(Nella foto Alberto Nerazzini)
