Magari non avranno salvato il mondo, come avviene nel capolavoro di Elsa Morante, ma non c’e dubbio che i “ragazzini” stavolta abbiano contribuito in maniera decisiva a salvare la Costituzione. E sì, la significativa affluenza riscontrata ci dice che sono stati proprio loro, la generazione ritenuta da molti osservatori, a dire il vero alquanto disinformati, apatica, indifferente e priva di passione e di trasporto politico. Hanno salvato la Costituzione dopo aver provato, nel giugno scorso, a ribellarsi alle logiche liberiste che hanno condotto la peggior classe dirigente che si sia mai vista, trasversale ai due schieramenti e accomunata unicamente dell’anagrafe (coloro che avevano vent’anni o giù di lì nei giorni del G8 di Genova ma si trovavano sull’altro versante della barricata: a sostegno dei picchiatori coi tonfa o dalla parte della falsa sinistra prona al blairismo, al clintonismo e alle logiche disumane della Terza via), a distruggere le conquiste sociali e democratiche compiute nei primi decenni del dopoguerra, a cominciare dalla legislazione sul lavoro che aveva nello Statuto dei lavoratori la sua punta più avanzata.
Sono trascorsi dodici anni dal 2014, anno in cui è iniziato l’assalto renziano all’articolo 18, e dieci anni dalla sonora bocciatura del medesimo Renzi, autore di un altro referendum plebiscitario e di un altro tentativo di smontare la Carta redatta dai padri costituenti, coloro che avevano conosciuto il fascismo, i tribunali speciali, l’esilio, il confino e inferni come l’ergastolo di Santo Stefano o il carcere di Turi. Anche allora i ventenni avevano detto NO, ma oggi è successo qualcosa di più. È accaduto, infatti, che la generazione che il 20 luglio 2001 ancora vagiva o non era neanche nata, cresciuta nei decenni della policrisi, dell’incertezza elevata a condizione naturale, dei crolli bancari in stile Lehman Brothers, del Covid e delle guerre diffuse (non a caso, papa Francesco parlava di una “Terza guerra mondiale a pezzi”) abbia deciso di unire i puntini. No alla barbarie genocidiaria in corso a Gaza, no ai boia del regime iraniano che massacrano ragazze e ragazzi solo perché vorrebbero vivere nel vero senso della parola, no all’abisso in cui è sprofondata l’Ucraina per mano di Putin, no al servilismo di Orbán, no al lepenismo, almeno nelle grandi città francesi come Parigi, Lione e Marsiglia, no al trumpismo in tutte le sue forme e declinazioni e no anche al melonismo di casa nostra, col corredo di personaggi che godono, per loro stessa ammissione, quando lo Stato non fa respirare i detenuti ma non si pongono, evidentemente, grandi problemi a entrare in società con la figlia del prestanome di un boss della camorra (una volta compiuti i doverosi accertamenti giudiziari, il dolo sarebbe grave ma l’ignoranza, nel senso letterale del termine, ancor di più, specie per chi nella vita si occupa a tempo pieno di giustizia e carceri).
Insomma, hanno detto no agli eccessi, alle parole in libertà, ai Decreti sicurezza, al Decreto Caivano, al penpenalismo diffuso e feroce, all’incapacità di concepire qualsivoglia forma di recupero e redenzione per chi ha sbagliato, alla mancanza di attenzione nei confronti del prossimo, in particolare degli ultimi e dei fragili, e a tutti i capisaldi di un esecutivo forte con i deboli e debolissimo con i poteri forti, come testimonia l’infatuazione per tutti gli alfieri della tecnocrazia americana, a cominciare da Elon Musk e Peter Thiel, venuto di recente in Italia a tenere lezioni sull’Anticristo.
Quello cui abbiamo assistito è stato, dunque, il NO convinto e corale di una generazione che ritiene che il problema dell’altro sia uguale al mio, che a scuola si debba insegnare l’educazione all’affettivita, che tra uomini e donne ci debba essere un rapporto paritario, che nessuno debba essere lasciato indietro, che la meritocrazia sia nemica dell’uguaglianza (l’eco di don Milani è forte e voluta), che chi nasce in Italia sia italiano, che i loro compagni di banco di pelle nera abbiano gli stessi diritti e debbano vederseli riconosciuti anche quando si va in gita o si parla di nazionali giovanili in ambito sportivo e che offrire un lavoro non basti perché ciò che conta davvero è la qualità del lavoro, con tutele adeguate e riconoscimenti economici all’altezza.
Ha perso, finalmente, la globalizzazione teorizzata a Seattle e a Palazzo Ducale a Genova, il meno Stato, il capitalismo selvaggio, il berlusconismo crepuscolare, una certa televisione rimasta agli anni Ottanta, un certo editorialismo ormai fuori dalla realtà, la sedicente “sinistra per il SÌ”, desiderosa unicamente di regolare i conti con Elly Schlein, un’altra figlia della Generazione Genova cui va riconosciuto il merito di aver riportato il PD dove sarebbe sempre dovuto stare, e chi non aspettava altro che tornare a predicare il larghintesismo in stile Monti e Draghi, rompendo i rapporti con AVS, la sinistra coraggiosa e sbarazzina di Fratoianni e Bonelli, e il M5S, un soggetto politico tuttora in grado di incanalare la sacrosanta rabbia popolare in una prospettiva democratica, costituzionale e, grazie a Conte, anche progressista.
E no, non è stato solo il voto dei ventenni a fare la differenza. È stato pure quello di chi vent’anni ce l’aveva durante la Resistenza e a oltre cento si è messo in fila per difendere i valori in cui aveva creduto allora: un’alleanza fra bisnonni, nonni e nipoti che, ne siamo certi, farà la differenza anche il prossimo anno alle Politiche.
Guai, tuttavia, a esaltarsi troppo, guai a diventare sguaiati, guai a imitarli, anche solo per un istante. Abbiamo vinto ma questo è il momento di spalare via le macerie e ricostruire. Festeggeremo quando avremo di nuovo la possibilità di governare il Paese e restituirgli dignità e credibilità internazionale. Mai più attacchi alla Costituzione e, al contrario, una sua piena attuazione, mai più leggi elettorali varate a colpi di maggioranza, mai più sudditanza al trumpismo, un europeismo critico e convinto al tempo stesso e, soprattutto, l’idea che per vincere davvero si debba tornare a essere una comunità solidale in cammino: questo deve essere il nostro programma.
La democrazia l’abbiamo salvata, ora dobbiamo dare un senso alla speranza. Contro ogni egoismo, ogni individualismo e senza ripetere gli errori del passato.
