Giornalismo sotto attacco in Italia

Sulla faglia del mondo: corpi, potere e resistenza delle donne afghane

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In questa Giornata Internazionale della Donna, le rivendicazioni femministe tornano a misurarsi con un tempo storico segnato da guerre diffuse, riarmo e crisi globali. Dall’Europa orientale al Medio Oriente, fino alle aree più fragili dell’Asia centrale, i conflitti armati stanno ridefinendo le priorità politiche e riducendo gli spazi di libertà. In questi contesti, come spesso accade, il corpo delle donne diventa terreno di contesa simbolica e materiale: luogo su cui si inscrivono ideologie, identità nazionali, paure e strategie di controllo. Parlare oggi di diritti delle donne significa dunque interrogare anche il rapporto tra patriarcato, militarizzazione e ordine geopolitico. L’Afghanistan rappresenta uno degli epicentri più drammatici di questa dinamica, ma non è un’eccezione: è piuttosto uno specchio che riflette con crudezza ciò che accade quando potere politico, fondamentalismo e guerra convergono sul corpo femminile.

Il corpo delle donne afghane è una casa costruita sopra una faglia: non una dimora intima, ma una soglia esposta, attraversata da eserciti, decreti, benedizioni armate. Ogni mutamento politico è un sisma, ogni promessa di ordine un nuovo crollo. Su quelle pareti il potere ha inciso, per decenni, il proprio linguaggio: controllo, disciplina, silenzio; eppure, sotto le macerie, la speranza continua a respirare. Proverei a partire dal transfemminismo per comprendere cosa vuol dire essere donna in Afghanistan oggi, volendo rifiutare l’immagine monolitica della “donna afghana” come figura eterna della vittima, e riconoscendo invece una pluralità di soggettività attraversate da genere, classe, etnia, religione, guerra. Il transfemminismo non è un’etichetta identitaria, ma una pratica critica; mette in crisi la naturalizzazione del genere, smaschera l’eteropatriarcato come tecnologia di governo e intreccia la lotta femminista con l’analisi del colonialismo e del capitalismo globale. In tal senso la storia afghana mostra con crudezza ciò che Nancy Fraser ha teorizzato come scissione tra redistribuzione, riconoscimento e rappresentanza: le donne in Afghanistan ne sono state sistematicamente escluse, a partire dalle riforme del Novecento – dall’istruzione al lavoro – che sono state spesso frammentarie, imposte dall’alto, vulnerabili alla reazione armata dei fondamentalismi. Ogni tentativo di emancipazione è stato trasformato in prova dell’“invasione culturale”, e il corpo femminile è diventato il confine simbolico da difendere.

Con il ritorno dei talebani, questa logica si è irrigidita fino a farsi sistema. L’espulsione delle donne dallo spazio pubblico non è stato un eccesso ideologico, ma un progetto politico coerente. Come molte teoriche femministe hanno mostrato, il patriarcato non è il residuo di un passato arcaico: è una forma moderna di potere che in Afghanistan interpreta il genere come infrastruttura del dominio, grammatica dell’obbedienza, strumento di produzione dell’ordine.

Eppure, anche nel cuore di questa violenza normativa, affiora una contro-narrazione. La poesia di Somaya Ramish – in Italia come ospite alla scorsa edizione di Ju Buk Festival – è scritta spesso dall’esilio, ma rivolta a chi è rimasto per restituire voce a ciò che il potere tenta di cancellare. “Non sono io a essere senza patria”, scrive, “è la patria che ha perso il suo nome”. In un altro verso breve e tagliente, “ci hanno chiesto di scomparire, e abbiamo imparato a diventare vento”. La poesia non è evasione: è archivio della perdita e, insieme, gesto di insubordinazione.

Il transfemminismo permette di leggere anche la strumentalizzazione umanitaria delle donne afghane. Per vent’anni la loro oppressione è stata usata come argomento morale per interventi militari, senza che a questo corrispondesse una trasformazione strutturale delle condizioni di vita. È il paradosso che Fraser ha descritto con lucidità: un femminismo ridotto a linguaggio del neoliberismo, compatibile con la guerra e con l’abbandono sociale. La “liberazione” promessa si è spesso tradotta in precarietà, dipendenza dagli aiuti, esposizione a nuove forme di violenza.

Le teorie femministe postcoloniali ci mettono in guardia da un altro rischio: quello di parlare al posto delle donne afghane. Non sono soggetti muti in attesa di salvezza, ma agenti politici situati. La resistenza assume forme quotidiane e spesso invisibili: scuole clandestine, reti di cura, saperi tramandati sottovoce. Anche il lavoro quotidiano di organizzazioni come Fondazione Pangea Onlus, attiva da anni tra Kabul e altre aree del paese, testimonia questa trama silenziosa di resistenza: sostegno economico alle donne, protezione per chi subisce violenza, percorsi di autonomia e formazione che continuano nonostante il ritorno del regime talebano. Anche questo è politico. “Siamo rimaste”, suggerisce Ramish in pochi versi, “come una lampada accesa in una stanza murata”.

Judith Butler ha mostrato come il genere sia una performance sorvegliata, continuamente corretta e punita. In Afghanistan questa sorveglianza è estrema, ma non onnipotente. Ogni attraversamento dello spazio, ogni gesto di insegnamento, ogni parola pronunciata è una frattura nell’ordine imposto. Persino il silenzio, in certi contesti, diventa strategia di sopravvivenza e di attesa.

La prospettiva transfemminista obbliga inoltre a includere ciò che spesso viene espulso dal discorso: le soggettività queer, trans, non conformi. In un sistema che impone una binarietà di genere assoluta, queste esistenze vengono negate prima ancora che perseguitate. Ma la violenza che colpisce le donne e quella che colpisce ogni deviazione dalla norma nascono dalla stessa matrice. Non esiste liberazione femminile che non sia, insieme, liberazione dalla norma.

Il futuro delle donne afghane non può essere immaginato come un semplice ritorno al passato né come una concessione dall’alto. Richiede una trasformazione profonda che tenga insieme giustizia di genere, giustizia economica e autodeterminazione politica. Richiede, soprattutto, l’ascolto.

Quella casa sulla faglia non basta ricostruirla ogni volta che crolla. Occorre ripensarne le fondamenta, il terreno, le mappe stesse. Il transfemminismo non promette soluzioni facili, ma offre una bussola critica. Ci ricorda che nessuna liberazione è autentica se non è plurale, situata, radicale. E che, finché il corpo delle donne resterà il luogo su cui si combattono le guerre del potere, nessuna pace potrà dirsi davvero tale. E ci obbliga anche a una responsabilità più ampia: capire che la libertà delle donne afghane non riguarda soltanto l’Afghanistan, ma il modo in cui il mondo decide di costruire il proprio futuro. Finché il corpo delle donne resterà il luogo su cui si combattono le guerre del potere, nessuna pace potrà dirsi davvero tale.


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