La polemica scoppiata in seguito al finanziamento di 20mila euro assegnato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ad Articolo 21 merita una risposta chiara, puntuale e documentata. Non tanto per difendere una posizione, quanto per ripristinare alcuni principi fondamentali che sembrano essere stati dimenticati nel chiasso mediatico di queste ore.
Il contesto della polemica
Il finanziamento è stato deliberato dal Consiglio nazionale dell’Ordine con 33 voti favorevoli su 57 presenti, insieme ad altre due associazioni che si occupano di difesa della libertà di informazione: Ossigeno per l’Informazione e Carta di Roma. Si tratta di una prassi pluriennale basata su bandi pubblici e progetti specifici.
La critica mossa dai consiglieri Giovanni Innamorati e Francesca Filippi si concentra sul fatto che Articolo 21 fa parte del Comitato della società civile per il No al referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo 2026. Da qui l’accusa di “opportunismo” e di finanziamento a una “parte politica” da parte di un ente pubblico.
1. Una libera associazione può partecipare al dibattito pubblico?
Qui sta il punto nevralgico della questione. Articolo 21 è un’associazione di liberi cittadini che, in quanto tale, ha tutto il diritto di partecipare al dibattito pubblico su questioni di rilevanza costituzionale. Organizzare incontri informativi sul referendum, sostenere le ragioni del No a una riforma costituzionale che investe la separazione dei poteri e l’ordinamento giudiziario non è “fare politica” nel senso deteriore del termine: è esercitare un diritto democratico fondamentale.
Se questa logica dovesse prevalere, qualsiasi associazione che riceve finanziamenti pubblici dovrebbe astenersi dal dibattito su ogni questione di rilevanza pubblica. Un paradosso che svuoterebbe di significato la democrazia partecipativa.
2. L’ignoranza della storia ultraventennale di Articolo 21
Articolo 21, liberi di… è un’associazione nata il 27 febbraio 2002, quindi con 24 anni di storia alle spalle. Il consigliere Innamorati, giornalista, dovrebbe conoscere a memoria non solo l’articolo 21 della Costituzione (quello che dà il nome all’associazione e che tutela la libertà di manifestazione del pensiero), ma anche la storia di questa realtà che ha difeso strenuamente il ruolo dell’informazione.
Le battaglie di Articolo 21: un patrimonio da riconoscere
La lotta contro le SLAPP (querele bavaglio)
L’Italia è per il secondo anno consecutivo il Paese europeo con il più alto numero di SLAPP (21 casi nel 2024), azioni legali intimidatorie contro giornalisti e attivisti. Articolo 21 è stata in prima linea nella battaglia per il riconoscimento e il contrasto di questo fenomeno.
Insieme ad altre organizzazioni italiane come FNSI, Associazione Stampa Romana, Ossigeno per l’Informazione, Articolo 21 ha lavorato all’elaborazione di una bozza di direttiva anti-SLAPP proposta alle istituzioni europee. Una battaglia che ha portato all’approvazione nel febbraio 2024 della Direttiva europea contro le querele bavaglio, che l’Italia dovrà recepire entro maggio 2026.
L’impegno per l’EMFA e la riforma della RAI
Articolo 21 ha partecipato attivamente al dibattito sull’applicazione dell’European Media Freedom Act, lo strumento europeo per garantire l’indipendenza e il pluralismo dei media. Ha inoltre contribuito alle discussioni sulla riforma della RAI, questione cruciale per la democrazia italiana.
Dare voce a chi non ha voce
Articolo 21 ogni giorno, attraverso il suo sito e le decine di presidi locali in tutta Italia, illumina storie che non trovano spazio nel mainstream: dall’Africa al Medio Oriente fino alle Americhe.
Le battaglie per verità e giustizia
L’associazione è sempre stata in prima linea per chiedere verità e giustizia per giornalisti uccisi e cittadini vittime di violenze: da Giulio Regeni ad Andrea Rocchelli, da Mario Paciolla a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Articolo 21 ha sostenuto con forza la causa di Julian Assange, che rischia 175 anni di carcere per aver svolto il lavoro di giornalista, partecipando alla mobilitazione internazionale per la sua liberazione.
Il finanziamento: requisiti e trasparenza
Il punto che viene sistematicamente taciuto dalla maggioranza degli organi di informazione critici verso questa vicenda è semplice ma decisivo: il finanziamento è stato assegnato perché le attività di Articolo 21 in difesa della libertà di informazione rispondono ai requisiti del bando.
Il bando pubblico dell’Ordine dei Giornalisti prevede finanziamenti per associazioni che:
- Difendono la libertà di stampa
- Contrastano le minacce ai giornalisti
- Promuovono il diritto all’informazione
- Tutelano i diritti dei professionisti dell’informazione
Articolo 21 risponde pienamente a questi criteri, come dimostrato da 24 anni di attività documentata e riconosciuta a livello nazionale e internazionale.
La “par condicio” strumentale
La par condicio viene invocata in modo selettivo e strumentale: vale quando serve a limitare il dibattito, non vale quando si tratta di riconoscere il lavoro pluriennale di un’associazione.
Le reazioni politiche: un attacco orchestrato
Non è casuale che la polemica sia stata immediatamente cavalcata da esponenti di governo e maggioranza. La ministra Eugenia Roccella ha parlato di un “fatto allarmante in una democrazia”. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha annunciato un’interrogazione parlamentare.
Questo approccio rivela la vera natura dell’attacco: non si tratta di una questione di opportunità amministrativa, ma di un tentativo di delegittimare un’associazione che da anni rappresenta una voce critica e indipendente nel panorama dell’informazione italiana.
La difesa della Costituzione non è “fare politica”
Organizzare incontri informativi su un referendum costituzionale, sostenere ragioni fondate su valutazioni tecniche e giuridiche, partecipare al dibattito pubblico su questioni che riguardano l’assetto democratico del Paese: tutto questo non è “fare politica di parte”. È esercitare pienamente il ruolo che la Costituzione assegna ai corpi intermedi della società civile.
L’articolo 21 della Costituzione, che dà il nome all’associazione, non è un dettaglio retorico: è il principio fondante di una democrazia matura, in cui la libertà di manifestazione del pensiero è condizione necessaria per un dibattito pubblico informato.
Conclusione: noi c’eravamo, ci siamo, ci saremo
Noi c’eravamo, ci siamo e ci saremo. Per continuare a informare a dispetto di chi vuole silenziarci.
L’attacco ad Articolo 21 non è un incidente di percorso, ma parte di un disegno più ampio che mira a silenziare le voci critiche, a delegittimare chi difende la libertà di informazione, a creare un clima in cui chi si batte per i diritti costituzionali viene etichettato come “di parte”.
La risposta a questo attacco non può che essere la continuazione del lavoro, con ancora maggiore determinazione. Perché il finanziamento dell’Ordine dei Giornalisti non è stato assegnato “nonostante” le battaglie di Articolo 21, ma proprio “per” queste battaglie. Per la lotta contro le querele bavaglio, per la difesa dei giornalisti minacciati, per la ricerca di verità e giustizia, per dare voce a chi non ha voce.
E questa è la notizia che alcuni organi di informazione non vogliono dare: il finanziamento è stato assegnato perché le battaglie di Articolo 21 in difesa della libertà di informazione rispondono ai requisiti del bando. Punto.
Il resto è strumentalizzazione politica, che merita di essere respinta con fermezza e con i fatti.
