Giornalismo sotto attacco in Italia

“Non si può uscire da questo tempo se non ci si pone il problema del conflitto sociale”. Intervista a Massimo Carlotto

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“A esequie avvenute”, l’ultimo romanzo di Massimo Carlotto, ci dice quanto sia necessario ricreare il conflitto sociale, a esequie avvenute di una società e di una cultura incapaci di interpretare e trasformare la realtà

L’ultimo romanzo di Massimo Carlotto, A esequie avvenute (Einaudi, 2025), viene pubblicato allo scoccare dei trent’anni di attività dello scrittore. Nel 1995, infatti, usciva il primo libro (La verità dell’Alligatore, E/O) dedicato al conturbante Marco Buratti, l’Alligatore appunto, che cominciava a muoversi tra le acque putride del Veneto, dell’Italia, del mondo. E Marco Buratti, con Max La Memoria e Beniamino Rossini, tornano ora, dopo otto anni dall’ultimo libro della serie noir dell’autore (Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane, E/O, 2017). Invecchiati, romantici, e resistenti, a scontrarsi con la solita irruenza ragionata contro mafia ucraina, armi, schiavitù e prostituzione, riciclo del denaro sporco proveniente dalle banche cinesi, personaggi noti e meno noti di una borghesia veneta pruriginosa, perbenista, delinquente, cinica. Carlotto, come sempre e più di sempre, in questo romanzo investe il lettore come un treno in corsa mettendo a nudo tutto il marcio del Veneto, del Paese e di una delinquenza transnazionale che incoraggia il commercio illegale di armi, di donne, di soldi. E ci racconta di quella “massa inconsapevole di persone serene” che popola il nostro Paese, quella massa di fascisti ricchi che evade le tasse e incentiva la delinquenza, protetta da una politica più agguerrita di lei nel difendere il potere acquisito, indifferente e infastidita di fronte al prossimo e alle tragedie del mondo. E i tre protagonisti del romanzo si scagliano con severità e determinazione contro la realtà che la letteratura dominante evita con cura di raccontare. Sono più coesi che mai e noi lettori restiamo conturbati e risvegliati, si spera, dal sonno della ragione che genera mostri.

A esequie avvenute è un romanzo commovente, sentimentale, tragico, faticoso, che si muove tra mafia ucraina, prostituzione delle donne ucraine, banche illegali e riciclaggio di denaro per conto delle banche cinesi. E poi, c’è l’amicizia, l’amore, la morte, la vecchiaia. Che senso ha questo romanzo?

Ho sempre avuto un rapporto strano con la serialità, nel senso che non ho mai voluto lavorare sui personaggi, ma sulle storie. La letteratura noir indaga e racconta le trasformazioni sociali usando come lente d’ingrandimento le trasformazioni criminali. Io, ho sempre atteso che queste avvenissero nella realtà, per scrivere un romanzo. In questo caso, ho dovuto aspettare otto anni. L’alligatore e i suoi amici e collaboratori, Max la Memoria e Beniamino Rossini, sono personaggi che uso per raccontare le trasformazioni del territorio, il Nordest. Quando tali trasformazioni sono avvenute, ho cominciato a raccogliere il materiale di documentazione dei fatti reali, ho pensato a come raccontarle in un romanzo e ho deciso di farlo uscire a trent’anni dalla mia attività di scrittore. Inoltre, ho scelto come al solito argomenti poco noti, ma significativi. Da un lato le banche clandestine cinesi, dall’altro la mafia ucraina, che non viene più citata da nessun giornale.

Perché ha voluto trattare la mafia ucraina, ora, durante la guerra?

Perché la mafia ucraina è estremamente utile allo sforzo bellico. Mi spiego: la storia della vendita delle armi, che racconto in questo romanzo, oggi trova piena conferma negli articoli usciti nei giorni scorsi sulla stampa. Mezzo milione di pezzi di armi leggere che girano per il mondo, dall’Africa, al Sud America, all’Europa, dimostrano che c’è stata una connessione tra Stato ucraino e mafia ucraina. Non può essere altrimenti, o comunque è innegabile che vi siano connessioni tra spezzoni corrotti dello Stato ucraino e la mafia. Per contrastare la potenza della Russia, la mafia ucraina è radicata davvero in tutta Europa e ha quindi un ruolo specifico e determinante nella lateralità del conflitto.

Come mai, proprio nel pieno svolgimento della guerra russo-ucraina, ha voluto raccontare un pezzo tanto significativo di Ucraina?

Perché quelli che ho studiato e raccontato sono elementi che portano a chiarire l’agire dei vari Paesi rispetto a questa guerra, che è una guerra sporca e, in quanto tale, va raccontata da ogni lato. A me è capitato di incontrare questa storia, mi è capitato di leggere alcune cose sulla mafia ucraina nel mio territorio e ho continuato a raccogliere materiale fino al punto da poterne fare uno degli argomenti portanti del mio romanzo. Il fatto che la mafia ucraina non venga raccontata dai media generalisti e possa dunque lavorare sottotraccia, nello scorrere del conflitto, mi pareva troppo comodo e ho così sentito fosse invece urgente parlarne, tramite il genere del noir. Nel noir, infatti, si raccontano le storie negate e la storia del dilagare della mafia ucraina, tra armi e prostituzione, è una storia negata.

Un’altra storia negata, poi, è quella delle banche cinesi.

Certamente. Attorno alle banche cinesi c’è tutto il discorso sul così detto denaro “in nero”. È ben chiaro a tutti che il “nero” fa girare l’economia. Ma dove vanno a finire quei miliardi di “nero”, cioè di non dichiarato allo Stato? La gran parte di questi soldi sporchi vanno a finire nelle banche cinesi. Il Nordest è un territorio in cui il nero è la base della fluidità economica, da decenni. La produzione, qui, è praticamente polverizzata in una miriade di piccole aziende grazie alle quali spostare il “nero” è molto facile, sempre più facile. È chiaro che il “nero” significa anche denaro sporco da riciclare. Anche questo argomento, dunque, è strategico per un noir, perché di fatto non se ne parla mai. Negli ultimi 20 anni, in questo territorio, c’è stata una vera e propria modificazione antropologica: gente che non aveva mai avuto a che fare con la criminalità, la marginalità, ha iniziato a delinquere. Tale modificazione antropologica dell’illegalità che si è diffusa nel tessuto sociale sano è l’elemento portante dello sviluppo del denaro “in nero” in questo territorio in particolare, e in tutto il Paese. Ciò comporta, evidentemente, anche l’evasione sistematica delle imposte, il lavoro nero, il caporalato, il traffico illegale dei rifiuti e molti altri aspetti del delinquere. In questo libro era centrale raccontare alcuni nodi del dilagare dell’illegalità nella società, all’interno di un genere letterario nel quale la storia è il tramite per parlare delle realtà nascoste. Bisogna, quindi, sempre avere un occhio di riguardo verso le questioni economiche e verso chi si muove nel territorio della criminalità economica, mentre si scrive un noir.

Nella sua visione attuale delle cose, esiste ancora una parte sana all’interno della nostra società?

Sì, certamente. Esiste una minoranza, secondo me, che cerca di costruire percorsi altri rispetto alla parte sociale dominante. Per esempio, il Veneto ha un tessuto molto sano ed è la regione italiana col più alto numero di associazioni di volontariato. Ma lo spicchio onesto al quale mi riferisco non ha nessun potere di incidere nel territorio, perché non ha alcun rapporto con l’economia, con la circolazione del denaro. Resta però, una parte di società sana, che crede in grandi battaglie ideali, come quella per l’ambiente, per il diritto al lavoro, che si è mobilitata per la questione palestinese. In Veneto abbiamo partecipato a manifestazioni di grandi proporzioni, come non se ne vedevano dagli anni ’70. E quando sono andato in piazza ho visto molti giovani e soprattutto tantissime donne. In Veneto, la collettività positiva è molto più presente nelle città che non nelle campagne, perché le zone non urbane della regione sono molto più reazionarie e lì dilaga la Lega. Non soltanto esiste, però, una società limpida, ma io faccio sempre in modo che questa emerga nei miei romanzi. E soprattutto i personaggi dei miei romanzi voglio che abbiano un punto di vista preciso e chiaro sul tessuto e sul contesto sociale nel quale si muovono.

Una delle cose che più interessa i lettori di A esequie avvenute, è il fatto che i miei tre protagonisti – Marco Bratti, Max La Memoria e Beniamino Rossini – vivano insieme, in una cascina, sono avanti con l’età, hanno creato un tipo di famiglia “altro”, una famiglia diversa da quella tradizionale. Raccontare questa scelta di vita per me è importante. Perché quella parte sociale che io considero marcia, e la racconto, ha molto a che fare con l’idea più retriva e reazionaria della realtà: quella che vive in famiglie tradizionali, nel cattolicesimo più estremo e che evade le tasse, truffa, compie atti criminali, vota a destra perché da quella parte politica viene coccolata e protetta (esattamente perché la vota), e dunque può continuare a evadere le tasse, per non dire di peggio.

In questa netta separazione, romanzata e reale, del modo di vivere comune, c’è anche l’evoluzione dei suoi protagonisti, tenaci, resistenti: sono trascorsi otto anni dall’ultimo libro a loro dedicato e, nel frattempo, sono diventati più romantici, più coesi (anche riaspetto a trent’anni fa), forse perché più soli di allora. Sono cambiati?

Sono semplicemente invecchiati e questo è un fatto determinante. Nei primi romanzi dell’Alligatore c’erano le cabine telefoniche e lui aveva poco più di trent’anni. Ora ci sono gli smartphone e lui ha poco più di sessant’anni, Rossini ha tra i sessantacinque e i settant’anni. Insomma sono vecchi. Personalmente, non ho mai seguito il sistema del crime americano secondo il quale i protagonisti dei romanzi restano fissi in un’età ed è il mondo che gira intorno a loro. Per me avere lo sguardo dell’età che passa sugli avvenimenti è fondamentale, perché ci vuole memoria ed esperienza per raccontare le cose. Ci vuole un punto di vista diverso verso sé stessi e verso le cose. E dunque, i miei personaggi sono invecchiati, il che ha scatenato il panico tra i lettori, ma io sono l’autore e ho deciso che avranno tra i sessanta e settant’anni da qui all’eternità. E questo li ha rassicurati…

Per tornare al punto, io considero la questione della vecchiaia come una grandissima avventura. Ogni età porta in un territorio diverso dal precedente. Questo è un territorio molto particolare, inesplorato, perché nella vecchiaia vieni da una serie di esperienze e non hai più nuovi traguardi di età davanti. Sei tra qui e la morte e questo è un terreno da reinventare completamente: la questione dell’affettività, della sessualità, sono tutte cose da vivere in modo nuovo, da ricreare daccapo e io immagino i miei tre personaggi alle prese con tutto questo cambiamento. In A esequie avvenute, quindi, i tre riflettono molto sugli errori, sugli amori, e su quanto in questi trent’anni non sia accaduto nulla di positivo, in Italia. Ho voluto investire come un treno il lettore, scaricandogli addosso tutti questi aspetti esteriori ed interiori, per fare un punto della situazione. Nel senso che, o andavo verso la chiusura della serie di libri dedicati all’Alligatore e al suo mondo, oppure la rilanciavo. Ho deciso per questa seconda opzione ed era quindi necessario un romanzo al cui interno alcune cose venissero scardinate in profondità ed emergesse così un punto di vista iper-reale sul tempo che stiamo vivendo.

Che tempo stiamo vivendo?

È un tempo di sconfitta, di restaurazione, di peggioramento delle condizioni delle classi più deboli, abbiamo una classe media che sta scomparendo, non c’è nulla che nel Paese funzioni. E tutto questo porta con sé una serie di limitazioni: la limitazione della libertà di stampa, dei diritti, del lavoro. Ed è proprio in questo momento di crisi che riaffiora l’importanza strategica del conflitto. Non si può uscire da questo tempo se non ci si pone il problema del conflitto sociale.

Mi pare che la realtà di questo Paese non si ponga per nulla l’idea del conflitto. La stampa, l’informazione, per esempio, mi sembra siano assolutamente allineate verso qualsiasi negazione del conflitto. C’è più violenza verbale, attraverso social e media; gli attacchi sono sempre trasversali, mai frontali, mai maturi, mai digeriti. La politica non crea conflitto, c’è una destra molto prepotente e potente e c’è un’opposizione esitante, traballante, frammentata. La cultura non crea conflitto da molto tempo e in più le si tagliano i fondi fino in fondo; l’informazione che crea conflitto viene fatta saltare in aria… In questo contesto, il conflitto mi pare molto lontano.

Il conflitto è stato scatenato all’interno del Sistema. Il Capitalismo estremo ha covato in sé e portato alla luce e fatto esplodere il conflitto, credo io. Il Capitalismo ha annientato la classe, il concetto di classe: sul piano del lavoro, sul piano dei diritti. Il primo territorio di conquista, a dire il vero, è stato proprio il lavoro. I nostri governanti, il fascismo dilagante, hanno scatenato una guerra e l’hanno vinta e intendono restare al potere per almeno altri vent’anni. Adesso si stanno prendendo tutto il Paese: questa destra italiana piazza i propri uomini nei luoghi di potere più strategici e anche in quelli meno prevedibili. Personalmente, poi, alcuni partiti di opposizione non li prendo neanche in considerazione. L’opposizione del PD, per esempio, è fasulla. Bisogna ripartire dal basso, dalle lotte sindacali, dal lavoro. Abbiamo sei milioni di poveri in questo Paese. Dobbiamo ribaltare la situazione facendo un grande lavoro politico (anche strappando una serie di alleanze). Ma la cosa principale è partire dalla realtà. La politica, come viene esercitata oggi, a destra così come a sinistra, è ridicola. La si segue, perché si è un po’ costretti. Secondo me, i settori che possano sviluppare germi positivi sono altri. Ho una grande fiducia nel mondo del lavoro e nei giovani. Ma io sono abituato a ragionare secondo le categorie del ’900, perché vengo da lì. Però mi rendo conto che le categorie novecentesche che io applico non servono a niente oggi: dal punto di vista dell’analisi, sono del tutto inadeguate e inattuali. Ci sfugge qualcosa. Perché nella sconfitta che stiamo vivendo non riusciamo a concretizzare un’analisi seria che ci faccia capire come mai questa destra così reazionaria riesca a vincere a livello internazionale. Vince perché ha creato blocchi sociali che vivono in simbiosi con quel sistema politico. Questa politica ha creato un blocco sociale nel quale gli evasori fiscali godono di un’assoluta tranquillità. Perché, chi evade le tasse, dovrebbero votare a sinistra? Votano a destra perché quella è la parte politica che protegge i loro privilegi. Ma la società non è tutta così, è molto più complessa. Siamo noi che non riusciamo a incidere nella realtà. E stiamo perdendo la battaglia anche culturale. Perché le destre sono partite all’attacco anche della cultura. Teniamo presente, poi, che c’è una larga fetta di popolazione che non riesce a comprendere la lettura di un testo appena complesso. E questa parte di popolazione vota. Inoltre, nella così detta “società dello spettacolo”, i meccanismi sociali di ignoranza non vengono minimamente presi in considerazione. Se nel Paese, oggi, la cosa più discussa dalle persone è il caso Garlasco e non le condizioni di vita della popolazione, vuol dire che nessuno di noi riesce a scalfire questo stato di cose.

Perché non si riesce a uscire dallo stallo? La negazione della libertà di espressione nella cultura, un perbenismo puramente formale della lingua, un attacco costante all’informazione d’inchiesta, … Insomma, cosa sta succedendo?

La cultura ha perso completamente il controllo dei mezzi di comunicazione, dei mass media e quindi non siamo in grado di incidere. E adesso, questa politica sta andando a colpire tutte le nicchie che avevamo: sta colpendo il cinema, l’editoria, tutta la cultura. Questa politica, cioè, sta facendo pulizia a sinistra. Inoltre, l’intellighenzia (questa brutta parola di sinistra), viene percepita come arrogante e fastidiosa. Intendo dire che parliamo una lingua che la gente non capisce, Un po’ perché la nostra mentalità conserva le strutture novecentesche ormai vetuste, ma soprattutto perché abbiamo commesso un errore imperdonabile, che ci ha portato a perdere completamente il controllo dei mezzi d’informazione. Per esempio, non possedendo le televisioni, l’intellighenzia ha snobbato in modo ridicolo e colpevole la televisione, un po’ da sempre, ma soprattutto con l’avvento di Berlusconi e col berlusconismo mediatico. Questo comportamento snobistico del mondo della cultura, stiamo continuando a pagarlo. Va altresì detto che non abbiamo compreso i nuovi codici di comunicazione con le persone. Mi spiego: quando si assiste a una campagna elettorale, la destra propone cose micidiali, con toni micidiali, ma chiari, semplici che la gente capisce al volo. La sinistra, al contrario, insiste nel proporre percorsi ragionati che non passano, non arrivano alle persone. La frammentazione a sinistra, aggiungerei, nasce dal fatto che, come diceva Lolli, “E’ vero che non ci capiamo, che non parliamo mai in due la stessa lingua.”.

In tutta questa confusione, come si muovono i tre protagonisti dei tuoi romanzi?

Cercano di mettere a posto le cose, riaffermando dei principii. Soprattutto, rifiutano di avere padroni, di avere un rapporto con questa società in cui non si riconoscono. La osservano da lontano, non la perdono di vista, ma cercano di costruire nicchie dove poter vivere in maniera degna.

Vivere nelle nicchie non è una forma di rinuncia?

No, creare nicchie è una forma di sopravvivenza.

Al contrario della mia generazione (ho 53 anni), che secondo me è stata rinunciataria e debole, vedo i giovani di oggi come più arrabbiati, più alla ricerca di libertà e di autonomia.

In tutta la storia del Movimento degli anni Settanta si è commesso un errore e cioè l’estrema attenzione all’ideologia. Questo ha portato a fuorviare completamente l’idea di un progetto che potesse invece essere vincente dal punto di vista politico. Oggi, non avendo punti di riferimento così precisi, i ragazzi stanno cercando un modo nuovo di rapportarsi con il mondo e con la politica. E questo è un bene, perché speriamo possano creare un rapporto molto distante dalla politica come la viviamo oggi, cioè la politica dei partiti. E questo credo avvenga al livello internazionale. Oggi, la vittoria schiacciante delle destre del mondo ci spiega che bisognerebbe creare da zero un movimento forte, simile a quello degli anni ’60-’70, ma nuovo, autonomo. Un movimento che riparta daccapo e cerchi di rintuzzare, indebolire, quantomeno, questa condizione piuttosto pericolosa.

E nel frattempo, restiamo nelle nicchie di sopravvivenza?

Forse devo spiegare meglio cosa intendo: le nicchie di cui parlo, sono una dimensione individuale, che creiamo per vivere meglio. Parlo di nicchie abitative, composte da persone che decidono di andare a vivere insieme come elaborazione di un progetto di migliore qualità di vita. Nicchie produttive, dove sono garantiti diritti e tempo liberato. Nicchie di spesa solidale, etc. Il discorso collettivo è altro.

Cosa succederà ai suoi protagonisti?

Chi sopravvive, costruirà percorsi nuovi, in un prossimo romanzo che uscirà nel 2026 e al quale sto lavorando.

Lei incontra e analizza e racconta nei suoi romanzi quella borghesia provinciale e ricchissima che delinque. Crede di arrivare a loro? Vorrei sapere, cioè, se quella classe indifferente alla Giustizia legga o meno i suoi romanzi e, in qualche modo, si senta traballare nel riconoscersi.

Non credo proprio. Però conosco bene, nella vita reale, i personaggi che racconto. Anche in questo romanzo, il personaggio di Loris Pozza rappresenta esattamente quella classe. E posso così raccontarne la personalità, il vivere in una famiglia tradizionale piena di guasti, anche con i figli. La cosa che mi risulta incredibile, conoscendoli come ho detto, è che questa classe sociale è una enorme massa inconsapevole di persone serene. Apparentemente felici. Sono sempre nei ristoranti più costosi, bevono spritz, si vestono con le marche più famose, hanno gioielli e macchine strabilianti… Vivono così, in questa dimensione inebriata e piena di soldi che provengono dal lavoro nero, dal caporalato, dall’evasione sistematica delle imposte. Io vado a osservarli nei locali, nei ristoranti giusti, ascolto i loro discorsi, quello che pensano delle donne, del mondo, delle guerre. Sono sprezzanti e cinici su qualsiasi cosa. Se ne fregano altamente dello sterminio del popolo palestinese, le espressioni più comuni tra loro a riguardo sono: “Che cazzo me ne frega di questi quattro beduini di merda, che muoiano!”. Sono affascinati all’idea di poter partecipare alla costruzione del resort di Gaza. È un modo di mostri che vive pacificamente fregandosene di tutto. Sulla sinistra, sulle donne, sui poveri, sulla realtà che non li riguardi strettamente sviluppano un’ironia micidiale. E molte persone comuni li difendono in ogni modo perché sognano di diventare come loro. Questi nuovi mostri sono un modello di riferimento.

Quindi, attraverso la letteratura è impensabile scalfire le loro coscienze, come quelle di chi li idolatra. E allora, a che serve la letteratura, a chi serve il suo libro?

Serve ai lettori. È evidente che in quegli ambienti sociali che ho descritto, leggere è superfluo: i lettori sono una categoria da prendere in giro, leggere non serve a nulla, non genera denaro. A quegli strati sociali i libri non arriveranno mai. C’è però uno zoccolo duro: persone resistenti che si incaponiscono a leggere. I miei lettori hanno un’idea precisa di ciò che leggono. Possono godere del puro divertimento, così come dell’informazione sui fatti reali che racconto. Quando presento i libri, parlo ben poco di letteratura, perché non è questo che interessa, Parlo molto di più dei temi che tratto. Perché facciamo una sorta di controinformazione. Ma so benissimo che si tratta sempre di uno zoccolo duro di persone… Anche perché, se si guardano i libri che sono in vetta alle classifiche, si può confermare esattamente quanto stiamo vivendo, sopraffatti dalla classe politica e imprenditoriale schiacciante: vince la letteratura consolatoria a mani basse. Ma la letteratura, a mio parere, dovrebbe essere perturbante.


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