Il giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di “Report” di RAI 3, è stato vittima di un grave attentato dinamitardo che ha distrutto l’auto parcheggiata sotto casa. Da destra e da sinistra vi sono state dichiarazioni di solidarietà e tutti hanno gridato all’attentato contro la libertà di stampa e di informazione. Anche la premier Meloni ha espresso solidarietà a Ranucci ed ha aggiunto che “la libertà di stampa e l’informazione sono valori irrinunciabili della nostra democrazia che continueremo a difendere”. Ha anche inviato alla manifestazione a sostegno di Ranucci, organizzata dal capo del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte “Per una stampa libera”, una delegazione del suo partito tra i quali il responsabile dell’organizzazione Giovanni Donzelli e il capo-gruppo alla Camera Galeazzo Bignami (non proprio amici della stampa !!).
Si tratta della stessa Meloni che, temendo le domande “scomode” che potrebbero “sbugiardarla”, rifiuta sistematicamente di parlare con i giornalisti (ad esclusione di monologhi con il servizievole Vespa), e che è a capo di una classe politica (il centro-destra) che ha, in più occasioni, attaccato – con innumerevoli querele e accuse di faziosità – Ranucci e le sue trasmissioni per inchieste scomode su temi di interesse politico e governativo.
In realtà, il grave episodio in questione non è un attentato alla libertà di stampa e di informazione, bensì un atto intimidatorio nei confronti di Ranucci perché rappresenta uno degli ultimi epigoni del giornalismo d’inchiesta, di quel giornalismo che – tramite ricerca e analisi accurate di dati e fonti verificate – indaga in profondità su fatti deliberatamente nascosti da chi è in posizione di potere, e porta alla luce ingiustizie sociali, corruzione, crimine organizzato, scandali finanziari, economici, politici e ambientali. Si tratta di quel tipo di giornalismo a cui la Corte di Cassazione (ord. N° 30522/2023) ha riconosciuto “il ruolo civile e utile alla vita democratica che deve esistere ed essere tutelato come capacità di stimolo nei confronti della collettività”.
Quindi, si è in presenza di attacco al giornalismo di inchiesta (raro) e al giornalismo “libero” (anch’esso divenuto altrettanto raro) e non alla libertà di stampa “tout court”, poiché la maggior parte dei mezzi di informazione è nelle mani di grandi gruppi imprenditoriali, di potenti imprenditori nella sanità privata, anche con cariche politiche, di ricchissimi immobiliaristi, che si sono sempre posti a strenua difesa di chi, di volta in volta, detiene il potere, avvalendosi di falange di giornalisti pronti a svolgere opera di disinformazione e spesso a contribuire a campagne di stampa finalizzate a delegittimare avversari politici, magistrati, giornalisti scomodi, scrittori e storici fortemente critici contro il potere.
Solo al giornalismo di inchiesta (raro) e al giornalismo “libero” (poco) può essere attribuita legittimamente la definizione di “cane da guardia del potere” per il suo ruolo vitale di monitorare, controllare e denunciare abusi di potere, portando alla luce (anche con il rischio di gravi pericoli) i segreti più pericolosi di grandi imprese, di partiti, di clan criminali che il potere non vuole che vengano a conoscenza della collettività, garantendo così la trasparenza e la responsabilità delle istituzioni.
Un giornalismo “libero”, (tanto più se è di inchiesta), intimidito e imbavagliato e una magistratura oramai assediata, rappresentano chiari sintomi che presagiscono l’avvento di “mala tempora” sulla sorte della nostra democrazia.
