Giornalismo sotto attacco in Italia

La soluzione finale

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D’accordo, l’espressione è brutale e rimanda esplicitamente alla conferenza che ebbe luogo nell’amena località di Am Großen Wannsee il 20 gennaio del ’42, quando i nazisti decisero, per l’appunto, di dare il via alla “Soluzione finale” per sterminare definitivamente gli ebrei. So bene che l’accostamento susciterà qualche polemica, ma non per questo mi tiro indietro, anche perché non mi vengono in mente termini più appropriati per definire ciò che sta compiendo Israele a Gaza e in tutta la Palestina. L’attacco definitivo, l’ingresso dei carri armati, l’evacuazione forzata di centinaia di migliaia di persone ormai ridotte a scheletri, la palese sensazione di voler fare piazza pulita di chiunque provi a opporsi, con la sua sola presenza, a un piano di conquista totale di un territorio altrui e la sensazione di impunità ostentata in ogni contesto dai vertici politici israeliani rendono bene l’idea della barbarie del nostro tempo. Allo stesso modo, il silenzio complice dell’Unione Europea e il sostanziale appoggio degli Stati Uniti a quanto sta avvenendo, con tanto di presenza del segretario di Stato Marco Rubio in Israele mentre la Striscia di Gaza viene rasa al suolo, segnano la fine dell’ipocrisia occidentale. Stavolta, a differenza di ottant’anni fa, nessuno potrà dire di non sapere, di non essere stato informato, di non aver capito. Stavolta infatti sappiamo tutto, abbiamo visto tutto e siamo corresponsabili di ciò che sta compiendo l’esercito di un Paese aggressore e occupante. E ribadiamo: non c’è 7 ottobre che tenga. Giustificare questo abominio in nome di un esecrabile attacco terroristico significa far torto al buon senso, anche perché questa mattanza non farà altro che fornire nuovi combattenti ad Hamas e arrecare ulteriori lutti ai civili israeliani.
Una nota conclusiva la merita, infine, il servizio pubblico. Continuare a sottovalutare la gravità di ciò che sta accadendo a Gaza, non predisporre un’informazione all’altezza (no, non bastano i telegiornali, specie se la concorrenza può schierare professionisti eccellenti, peraltro di scuola RAI, come Bianca Berlinguer e Giovanni Floris) e contare sull’effetto stanchezza da parte della popolazione significa smarrire il proprio ruolo. Nessuna persona animata da un sano senso civico, difatti, in queste ore, pur amando Camilleri, ha voglia di seguire l’ennesima replica di Montalbano: esiste una gerarchia delle notizie e una scala di priorità. E rattrista ulteriormente dover scrivere tutto questo nel giorno in cui ci dice addio Robert Redford, voce e volto dell’altra America, quella di denuncia, quella contestatrice, quella che si oppose all’arroganza di Nixon e allo scandalo del Watergate, quella che ancora conosceva la differenza fra democrazia e autoritarismo, quella che ha scandito i decenni e ci ha fatto amare una nazione da sempre ricca di contraddizioni ma un tempo in grado di fare autocritica. Ormai queste caratteristiche sono venute meno ovunque, anche da loro, e mentre Gaza emette gli ultimi rantoli, noi assistiamo all’agonia di quel sogno chiamato Occidente nel quale ci eravamo illusi di poter crescere e che avremmo pure voluto difendere con orgoglio, se non fosse che a questo punto abbiamo ottime ragioni per vergognarci di noi stessi.
A margine, abbiamo chiesto un’intervista alla professoressa Fatima Farina, recentemente autrice del saggio “Come tutto è diventato guerra. Uno sguardo longitudinale dal femminile al militare e ritorno”, scritto insieme ad Anita Redzepi, Teresa Ammendola e Maria Grazia Galantino, con prefazione di Rada Ivekovic (Mimesis editore)

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