Il disegno di legge elettorale attualmente all’esame del Parlamento ha suscitato motivate prese di posizione da parte di costituzionalisti e storici. Noi geografi e geografe riteniamo necessario richiamare l’attenzione su una dimensione ulteriore della riforma, finora rimasta largamente ai margini del dibattito pubblico: la sua dimensione territoriale.
Una legge elettorale, infatti, non stabilisce soltanto come i voti vengano trasformati in seggi. Stabilisce attraverso quali territori i cittadini diventino rappresentanza politica. Delimita circoscrizioni e collegi, aggrega e separa popolazioni, costruisce prossimità e distanze, seleziona scale di pertinenza, istituisce relazioni tra elettori, candidati e luoghi. Essa non opera semplicemente sul territorio: concorre a produrlo politicamente.
La riforma in discussione modifica profondamente questa costruzione. La soppressione dei collegi uninominali, la generalizzazione dei collegi plurinominali, il premio di governabilità attribuito sulla base del risultato nazionale, i meccanismi di selezione dei candidati e l’introduzione, da ultimo, delle preferenze per i candidati diversi dal capolista determinano insieme una nuova geografia della rappresentanza.
Il problema non riguarda soltanto il disegno dei collegi. Riguarda anzitutto le scale alle quali la volontà politica viene formata, raccolta, aggregata e infine trasformata in rappresentanza. Il voto nasce inevitabilmente in un luogo, viene espresso entro un collegio, concorre a un risultato circoscrizionale e viene infine ricondotto a un equilibrio nazionale che può modificarne gli effetti attraverso il premio di governabilità. La rappresentanza diventa così un processo transcalare nel quale locale, circoscrizionale e nazionale non costituiscono semplicemente livelli successivi, ma scale dotate di differente capacità di determinare l’esito politico. Il problema democratico riguarda perciò anche il modo in cui il significato e l’efficacia del voto cambiano nel passaggio da una scala all’altra.
C’è poi la questione dei collegi. Un collegio elettorale non è un contenitore geometrico nel quale collocare un determinato numero di abitanti. Il suo confine riunisce alcuni territori e ne separa altri; può mantenere o spezzare sistemi locali, connettere o disgiungere città e hinterland, associare aree interne e centri urbani, rafforzare o diluire specificità montane, insulari, periferiche, di confine e linguistiche. Stabilire che determinate popolazioni appartengano alla medesima unità elettorale significa riconoscere o costruire una loro prossimità politica.
Lo stesso legislatore riconosce implicitamente questa realtà quando assume come criteri per la formazione dei collegi la coerenza del bacino territoriale, le unità amministrative, i sistemi locali, l’omogeneità economico-sociale e storico-culturale, la continuità territoriale e la tutela delle minoranze linguistiche. Tali criteri non possono essere considerati semplici correttivi tecnici di una ripartizione essenzialmente demografica. Essi attestano che l’uguaglianza aritmetica degli elettori, indispensabile alla democrazia, non esaurisce il problema della qualità territoriale della rappresentanza.
La recente introduzione delle preferenze rende questo problema ancora più evidente. Il testo approvato dal Senato consente fino a tre preferenze per i candidati del collegio plurinominale, mentre sottrae il capolista a tale meccanismo. Si configurano così, all’interno della medesima lista, differenti modalità di costruzione della legittimazione politica. Il candidato sottoposto alla preferenza deve rendersi riconoscibile agli elettori, costruire relazioni, presenza e consenso nel collegio; il capolista deriva invece la propria posizione preminente dalla selezione operata dal partito. Non si tratta soltanto di due tecniche di scelta dei rappresentanti. Sono due differenti modalità di territorializzazione della rappresentanza: l’una costruita prevalentemente attraverso la relazione tra candidato ed elettorato situato; l’altra attraverso la decisione dell’organizzazione politica.
La questione diventa particolarmente rilevante in un Paese territorialmente differenziato come l’Italia. Metropoli e aree interne, pianure densamente urbanizzate e territori montani, isole e regioni continentali, centri e periferie, territori demograficamente dinamici e territori in spopolamento non costituiscono supporti spaziali intercambiabili. Presentano differenti densità relazionali, accessibilità, strutture insediative, identità locali e capacità di organizzazione degli interessi. Un medesimo dispositivo elettorale può pertanto produrre effetti profondamente diversi nei diversi territori.
È precisamente qui che riteniamo necessaria una specifica attenzione geografica. La rappresentanza politica non consiste soltanto nell’attribuzione di un numero proporzionato di eletti a una popolazione. Essa implica anche la possibilità che pluralità territoriali differenti diventino politicamente visibili e che la costruzione delle circoscrizioni non interrompa arbitrariamente relazioni sociali e funzionali consolidate o, al contrario, non produca aggregazioni territorialmente prive di significato.
Non intendiamo indicare quale sistema elettorale debba essere adottato, né sovrapporre considerazioni geografiche alle questioni costituzionali e storiche già sollevate nel dibattito. Riteniamo tuttavia che una riforma destinata a modificare così profondamente le modalità della rappresentanza richieda una esplicita valutazione dei suoi effetti territoriali.
Chiediamo pertanto che la definizione dei collegi e delle circoscrizioni sia accompagnata dalla pubblicazione dei criteri territoriali adottati, delle cartografie, dei dati demografici e socioeconomici utilizzati e delle possibili alternative di delimitazione; che siano valutati gli effetti della riforma sui sistemi urbani e metropolitani, sulle aree interne, montane e insulari, sui territori di confine e sulle minoranze linguistiche; che le simulazioni della nuova legge non riguardino soltanto la distribuzione dei seggi tra le forze politiche, ma mostrino anche quali configurazioni territoriali della rappresentanza essa produce.
Chiediamo, soprattutto, che nella costruzione della nuova geografia elettorale siano coinvolte, insieme alle necessarie competenze giuridiche, demografiche e statistiche, anche competenze geografiche indipendenti.
Non si tratta di rivendicare uno spazio corporativo per una disciplina. Si tratta di riconoscere una dimensione costitutiva della democrazia rappresentativa. I cittadini non esistono politicamente come punti astrattamente distribuiti su una superficie: abitano luoghi, partecipano a reti di relazioni, appartengono a sistemi territoriali, sperimentano prossimità e distanze, centralità e marginalità. È anche attraverso queste condizioni che interessi, bisogni e conflitti diventano domanda di rappresentanza.
Una legge elettorale decide perciò molto più della composizione numerica del Parlamento. Decide in quale modo la pluralità geografica del Paese può diventare pluralità politica e attraverso quali scale il territorio entra nelle istituzioni.
La rappresentanza non accade semplicemente nel territorio. La rappresentanza produce territorio. E la qualità democratica di quel territorio riguarda tutti.
