Emfa, la grande incompiuta

Centocinquant’anni fa nasceva Sibilla Aleramo [1876-2026]

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Il 13 gennaio 1960 Sibilla Aleramo muore in una clinica romana. Le sono accanto l’amato figlio Walter e Palmiro Togliatti, segretario del P.C.I. Due persone che segnano profondamente la sua vita, all’inizio e alla fine.

Per la morte di questa donna Eugenio Montale scrive: “Sopravvissuta a tante tempeste portava ancora in sé, e imponeva agli altri, quella fermezza e quel segno di dignità che erano stati la vera sua forza e il suo segreto”. Questa donna oggi riposa nel cimitero del Verano e sulla sua lapide leggiamo: “Poeta, che credette nel tempo in cui la terra sarà degna del grano, dell’ulivo e della rosa”. Queste parole di Montale ci dicono quanto straordinaria sia stata Sibilla Aleramo alla quale dedicheremo diversi articoli della rubrica “Dalla parte di Lei”, dopo questo breve ricordo.

Era nata il 14 agosto del 1876, centocinquant’anni fa, ad Alessandria in Piemonte. «La mia fanciullezza fu libera e gagliarda»: così esordisce nel romanzo che la rese famosa, Una Donna.

Nel 1892, a Civitanova Marche dove il padre si era trasferito con la famiglia per dirigere un’azienda, subisce violenza da un impiegato che lavora con il padre. Un anno dopo lo sposerà (una sorta di matrimonio riparatore!), senza amarlo anzi disprezzandolo; un altro dolore la colpirà nello stesso anno: la madre presenta squilibri mentali e sarà rinchiusa in un manicomio a Macerata.

Il 3 aprile del 1895 nasce Walter, il suo unico figlio. Il marito sospetta il tradimento e la sottopone ad ogni vessazione; Sibilla tenterà il suicidio. Suo padre licenzierà il marito e si trasferirà con la famiglia a Milano.

In questa città, dall’ottobre 1899 Sibilla incrocia alcune donne impegnate nel primo femminismo italiano. Contribuirà a «L’Italia femminile», giornale fondato da Emilia Mariani e alla rivista «La donna», incrociando Anna Maria Mozzoni, una delle voci più fervide del femminismo italiano. È lì che Sibilla entrerà in contatto con diversi intellettuali, donne e uomini tra cui Ada Negri, Filippo Turati, Anna Kuliscioff e Giovanni Cena con il quale nel 1902 si stabilirà a Roma. La loro casa diventerà un punto di riferimento, un luogo frequentato da personaggi come Pirandello, Grazia Deledda, Maria Montessori e molti altri.

Il legame tra Sibilla e Cena durerà sette anni. La nostra protagonista si chiamava Marta Felicina Rina Faccio, anche solo Rina Faccio. Dopo la separazione dal marito sarà proprio Giovanni Cena, il suo primo amore, a inventare il nome d’arte della scrittrice e a spingerla a scrivere il suo primo romanzo Una Donna (tra il 1902 e il 1904, ispirato alle sue tragiche vicende biografiche). Sarà pubblicato nel 1906 dall’editore Sten di Torino, dopo che altri editori lo avevano rifiutato (come Treves e Baldini Gastoldi). Sarà un grande successo, pubblicato in molte lingue e diffuso in molti paesi, recensito da autori noti e di talento; un esempio Pirandello sulla «Gazzetta del popolo».

In Francia fu acclamato insieme a Casa di Bambola (testo teatrale di Ibsen), come importante per il femminismo nascente: creando sdegno ma anche un vasto dibattito. Il romanzo colpisce per la scrittura che è parte importante per fare di Una donna non solo la sua tragica storia ma quella storia che donne diverse possono avere vissuto o vivranno. Non ci sono nomi nel romanzo ma i personaggi emergono per il ruolo che svolgono: madre figlio marito padre … e anche i luoghi non sono indicati. L’uso dell’articolo indeterminativo nel titolo ne è una conferma.

Emerge già da Una Donna che è l’amore, anzi il «sogno d’amore» in tutte le sue “variabili” il tratto fondamentale della vita di Sibilla.

Perché proprio Sibilla, nome importante di origine greco romano. Lei stessa ne scrisse: “Sibilla … nome di mistero fiero altero, che non ho mai amato ma che ho portato come dono periglioso fiorito inconsapevole di sua durata quando uno solo mi ascoltava…”

E perché Aleramo? Qui, ricorda Giosuè Carducci che in Piemonte, (regione in cui Sibilla nasce), forse in un luogo conteso ai Savoia scrive un verso: …

e al vago declino il dolce Mondovì ridente suol D’Aleramo …

Abbiamo capito anche se non abbiamo approfondito la storia di Walter, il suo unico amatissimo figlio, perche è con lei nel momento più tragico della morte: le restituisce l’amore che Sibilla gli ha profuso, quell’amore materno che si rivela anche in alcune sue relazioni sentimentali.

Ma perché c’era anche Palmiro Togliatti, segretario dl P.C.I., nella clinica dove è morta Sibilla Aleramo?

A partire dal 1910 fino all’avvento del fascismo Sibilla si dedicherà con intensità alla scrittura con una larga produzione letteraria, collaborando anche con l’«Avanti» e altre pubblicazioni come la rivista «La Voce», dove manifesterà il suo fondamentale dissenso all’interventismo bellico: siamo alla prima guerra mondiale. Nella primavera del 1913 aderisce al Futurismo e si innamora di Umberto Boccioni, uno dei maggiori protagonisti del Movimento: una relazione breve. Avrà altri amori di breve durata fino al 1936 quando Sibilla conosce il giovanissimo poeta Franco Matacotta (Fermo 1916/ Nervi 1978). Inizia una storia d’amore che durerà dieci anni: intensa e ruvida. Hanno 40 anni di differenza: chiacchiere malevole su di loro non mancano ma l’amore è forte. Franco sarà l’ultimo grande amore di Sibilla.

L’Aleramo praticherà un generico antifascismo (sarà tra i firmatari del Manifesto di Croce), conosce Piero Gobetti con il quale scambierà qualche lettera senza lasciarsi eccessivamente coinvolgere.

Durante il ventennio avrà una relazione con Giulio Parise che le ispirerà il romanzo epistolare Amo dunque sono pubblicato da Mondadori nel 1927; nello stesso anno muore il filosofo Umano che, con Alessandrina Ravizza (morta nel 1915), aveva influito sulla formazione etica e spirituale di Sibilla. Nel 1928 soggiornerà a Gardone per sei settimane inutilmente perché non riuscirà a essere ricevuta da D’Annunzio.

Pubblicherà con Mondadori una raccolta di poesie 1912/1928 che comprende quella già pubblicata nel 1921: Momenti. Sempre con Mondadori Gioie d’occasione (scritti vari) e il romanzo Il frustino.

Il 1933 è un anno importante per Sibilla perché, anche per intercessione della regina Elena, ottiene una pensione di mille lire al mese. Dopo trent’anni rivede il figlio Walter.

Nel 1935 Sibilla inizia una relazione con il poeta, poi premio Nobel, Salvatore Quasimodo e che lei chiamerà Virgilio.

Quando Sibilla e Franco si incontrano, nel gennaio del 1936, scatta subito una passione travolgente: lui si innamora follemente di quella donna che sconvolge il suo animo di poeta; lei, reduce dalla fine della storia d’amore con Quasimodo e devastata dal fatto che il figlio Walter non la voglia rivedere, viene conquistata da quel ragazzo dolce. Nulla sembra poter scalfire quella passione. Ma i venti di guerra cominciano a soffiare sempre più impetuosi. Matacotta viene arruolato, lei tenta in tutti i modi di evitargli la chiamata alle armi. Inutilmente. Anzi, vivrà il dolore di accompagnarlo a Civitavecchia perché il giovane poeta viene spedito in Sardegna.

Per lei è impossibile stare senza il suo giovane compagno. E così decide di andare da lui in quella “odissea sarda”, come lei la definisce: «ci sono anche momenti belli: come le passeggiate tra le librerie della città e le moltissime ore trascorse al vicino Caffè genovese», dove trova la forza e la voglia di ricominciare a scrivere con una certa continuità. In particolare, annota nel suo diario l’esperienza sarda che considera positiva.

Quel diario le serve per capire che quella passione travolgente è forse arrivata al capolinea. Franco sembra sempre più assente. E lei, Sibilla, comincia a capire che quell’amore nasconde, forse, qualcosa, «Come un mistero sacro – scrive – questo fanciullo non generato dalle mie viscere mi ha fatto madre del suo spirito. Io che il figlio da me partorito non potei allevare se non da bambino, mi son trovata nel mio tramonto di fronte a questa seconda e più profonda missione».

Scopre che l’amore suo per quel giovane è, ormai, amore materno; ma lei continua a sperare che non sia finita: fino a quando, alla fine della guerra, lui le invia una lettera d’addio.

Ma il ricordo resta a lungo. Al punto che, nel 1954, lei scrive: «Mi sento atterrita dinanzi alla grandezza di quella mia ultima, per fortuna, illusione d’amore» (da «Unione Sarda»).

Sarà lei stessa a sostenere che terminata l’età degli amori, lei continua ad amare più in grande, l’umanità intera. Ecco che, nel gennaio 1946, Aleramo si iscrive al Partito Comunista Italiano. Collaborerà con «L’Unità», «Rinascita» «Noi Donne», mantenendo uno stretto rapporto con Palmiro Togliatti e con molti altri dirigenti, donne e uomini. Ecco qualche riga della lettera con cui Sibilla chiede l’iscrizione al Pci (10 gennaio 1946):

Chiedo l’iscrizione al partito. La mia adesione mi viene dettata dalla coscienza di compiere un dovere, e insieme rappresenta per me il coronamento della mia vita di scrittrice e di donna. Tutta la mia opera di quarant’anni è stata ispirata dalla fede in un più giusto e umano avvenire della nostra specie: della nostra specie tutta quanta, uomini e donne di tutta la terra. Ho lavorato non solo per l’affermazione di un’autonoma spiritualità femminile ma anche perché il popolo venisse elevato a una esistenza degna, fosse fatto partecipe di un benessere e di una cultura creatori di una civiltà non fittizia … […]

Sul volto delle compagne e dei compagni è oggi diffusa, insieme alla fierezza per il cammino percorso e alla consapevolezza dell’immensa opera ancora da compiere, una luce d’intimo contento. Una luce di poesia vorrei chiamarla. Ed io, poeta e donna, desidero di far parte di questa grande comunità, che mi conferma la mia visione antica di un mondo in cui ogni persona viva e operosa sarà in grado di sentire l’esistenza e lo stesso lavoro sotto specie di poesia.

Il 31 gennaio dello stesso anno Mario Alicata le chiede di posticipare la pubblicazione dei suoi articoli sull’«Unità» e di intervistare la poetessa cilena Gabriela Mistral, premio Nobel per la letteratura 1945, che in quei giorni si trovava in Italia, ospite del governo italiano. Alba De Cespedes, scrive Sibilla, essendo cubana da parte di padre e di doppia cittadinanza, conosce lo spagnolo e le farà da interprete e da presentatrice assieme ai funzionari del ministero.

Il romanzo Una donna, riproposto dall’editore Feltrinelli nel 1975, con una prefazione di Maria Antonietta Macciocchi, è diventato un libro importante per il femminismo degli anni Settanta, e Sibilla è stata assunta a icona parlante del percorso di riconoscimento di sé che ogni donna deve compiere per mettersi al mondo. Alla rilettura di questo romanzo dedicheremo una delle prossime puntate della nostra rubrica.

Le informazioni sono ricavate da: Sibilla Aleramo, Diario di una donna. Inediti 1945/1960, Milano, Feltrinelli 1978; e dalla cronologia della vita di Sibilla Aleramo in Un Amore Insolito (Diario 1940/1944), pubblicato da Feltrinelli nel 1979.

 


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