Il mesto esordio del quinto Sanremo targato Carlo Conti sancisce la prima vera crisi del governo Meloni. Perché? Perché si tratta del nostro SuperBowl (il paragone non è avventato, infatti dall’esibizione anti-trumpiana andata in scena in quel contesto l’inquilino della Casa Bianca ne ha subito un pesante contraccolpo) e ha fatto flop. Un flop colossale, quasi tre milioni di spettatori in meno rispetto all’anno scorso, che va al di là del livello non eccelso delle canzoni proposte, a dimostrazione che TeleMeloni ha stancato, che la pochezza culturale e artistica consentita in questo “servizio pubblico” è ormai diventata asfissiante anche per la platea generalista e spesso disimpegnata, che a furia di non premiare un minimo la qualità, il talento e la bellezza vera anche i tuoi si disamorano e che la democristianità spinta all’eccesso, improntata al conformismo più smaccato e plateale, non paga mai perché annoia. Non a caso, l’unico guizzo di splendore, palesemente non preparato, dunque sorprendente e dotato della freschezza necessaria per far cadere i veli su un potere in decadenza, è giunto da una donna di centocinque anni, Gianna Pratesi, la quale ci ha ricordato una cosa semplicissima: l’Italia è una Repubblica democratica nata dalla Resistenza al nazi-fascismo che il 2 giugno del ’46 ha scelto di liberarsi dalla monarchia complice di Mussolini. Una nozione semplice, che tuttavia, in quest’epoca di asservimento generale, è sembrata rivoluzionaria.
L’invincibilità dei “melones” è finita a Sanremo
No, non hanno già perso le elezioni e nemmeno il referendum (bisogna lottare!) ma è crollato il mito della loro invincibilità, della loro connessione sentimentale col popolo che non subisce scalfiture e della loro presunta egemonia culturale (non sono in grado di esercitarla, si limitano al massimo a una gestione maldestra del potere). E occhio, perché quando è il “Paese reale” a lanciare un messaggio così netto, dicendo un basta catodico alla propaganda filo-governativa sprigionata da quasi tutti i tasti del telecomando, significa che hai imboccato il viale del tramonto, in quanto la crisi non investe più un programma andato male o un direttore gaffeur ma il tuo intero sistema mediatico, basato su un cattivo analogico nell’età dell’infosfera e delle piattaforme digitali. A questo punto, o cambi (e non ne sono capaci) o prima o poi arriva il redde rationem. Sta a noi far sì che quel giorno, politicamente e mediaticamente, arrivi quanto prima.
