Giornalismo sotto attacco in Italia

Il referendum sulla magistratura. E l’insofferenza ai controlli

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C’è una storia, piuttosto recente, che forse non tutti ricordano ma che si sta rilevando emblematica del dibattito corrente sul Referendum Giustizia, il cui nome non rende affatto “giustizia” al vero obiettivo della legge che divide le carriere di giudici e magistrati. Gli attacchi sguaiati a chiunque della Giustizia italiana si pronunci su qualcosa in modo differente da come farebbe il Governo dimostrano che la divisione delle carriere non è ciò che davvero  interessa agli autori della legge. Basta guardare appena un po’ indietro, scorrere le cronache degli ultimi due anni e trovare che le “aggressioni” alla magistratura da parte di esponenti della maggioranza, anche quando direttamente coinvolti, sono frequenti e indicativi del vero fine della riforma.

Per esempio (calzante), qualcuna ricorda cosa è accaduto alla giudice del Tribunale di Catania, Iolanda Apostolico? Si è dimessa dall’ordine giudiziario a circa un anno di distanza dagli attacchi di alcuni esponenti della maggioranza, in primis del vicepremier Matteo Salvini. Il plenum del Consiglio superiore della magistratura ha accolto la sua richiesta di dimissioni con efficacia dal 15 dicembre 2024. Perché? Cosa era accaduto? Apostolico era stata criticata per aver partecipato a una manifestazione nell’agosto del 2018 per far sbarcare i migranti dalla nave Diciotti e per non aver convalidato il trattenimento di alcuni migranti all’interno del centro di permanenza per il rimpatrio (cpr) di Pozzallo. Queste le affermazioni, dell’epoca, della Lega: “Iolanda Apostolico ha lasciato la magistratura: meglio tardi che mai. Ora potrà comportarsi come una esponente di Rifondazione comunista senza creare imbarazzi!”.
C’è stato anche dell’altro: il 17 novembre 2023 fu indetto uno sciopero nel settore dei trasporti sia pubblico che privato. Il ministro dei trasporti e della infrastrutture procedette con la precettazione, un provvedimento amministrativo impugnato davanti al Tar dalla Cgil. I giudici amministrativi lo hanno accolto e condannato il Ministero al pagamento delle spese di resistenza in giudizio, pari a 3000 euro. La precettazione era stata illegittima in quanto l’atto non risultava “congruamente motivato ed è stato adottato, nella specie, in carenza del fondamentale presupposto che soltanto lo può giustificare”. Il commento del Ministro è stato un confronto con la Cina: …lì non hanno sindacati, Tar e Corte dei Conti”.
Una insofferenza generale verso i livelli di controllo democratico, ecco cosa davvero si cela dietro la legge sulla divisione delle carriere tra magistrati e giudici.


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