In questi ultimi giorni sono emersi questi due punti:
1) L’ondata di nazionalismo di bassa lega con la quale i telecronisti RAI hanno inondato i telespettatori nel corso della cronaca della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali ;
2) La decisione di mantenere la data del referendum nonostante che l’accoglimento da parte della Cassazione del nuovo quesito proposto da 550.000 elettrici ed elettori imponesse una procedura diversa e la correttezza istituzionale suggerisse una diversa data.
Entrambi i fatti denotano come a questo governo strada facendo siano rimasti soltanto due elementi di identità.
Elementi di identità mutuati, peraltro, direttamente dalla storia politica del partito di maggioranza relativa: il nazionalismo antistorico e l’arroganza come surrogato di un autoritarismo che non può non trovare difficoltà ad imporsi in un Paese dove la Costituzione democratica trova ancora profonde radici nei settori migliori della società.
I temi “classici” derivanti dalla matrice fascista hanno difficoltà ad emergere in particolare sul piano economico (e conseguentemente su quello sociale, come avrebbe voluto la “matrice” di Salò) e l’esercizio stesso del populismo (rimane in piedi il tema della colpevolizzazione dei migranti) presenta forti difficoltà ad emergere in una situazione dove è difficile proporre misure anche falsamente popolari: difatti si sta marciando all’insegna del favore delle società di rating di marca liberista; il corporativismo si può esercitare soltanto a favore di categorie relativamente influenti (come i balneari); crescono disuguaglianze inaccettabili in un clima complessivo di disfacimento sociale.
Serve un’analisi precisa di questa situazione considerando appieno come si stiano presentando occasioni politiche da non perdere come nel caso del referendum: i margini di manovra del governo sono assai ridotti, il piano internazionale appare costringente a scelte particolarmente difficili, agiamo in un quadro interno nel quale stanno prevalendo disaffezione e distacco qualunquista.
L’esito del voto del 22/23 marzo prossimi presenta elementi da vero e proprio “tornante storico”: affermare il dettato costituzionale attraverso il “NO” alla deforma appare quasi come un imperativo categorico per le opposizioni; un “NO” come strada maestra di costruzione dell’alternativa.
E’ necessario avere coscienza di questo stato di cose, senza illusionismi ottimistici, ma con la consapevolezza degli spazi che ci sono e che si possono aprire e chiamando tutta la “nostra parte” a partecipare e contribuire attraverso un necessario “richiamo democratico”.
Ultimo accenno: il nazionalismo va denunciato e combattuto senza esitazioni indicandolo come il pericolo principale e cercando di contribuire ad aprire un dibattito serio che questa “politica recitativa” intende soffocare.
