Nel dibattito pubblico contemporaneo la giustizia è tornata a occupare una posizione centrale, non solo come apparato normativo o funzione istituzionale, ma come spazio vivo di confronto civile, etico e culturale. In questo orizzonte si colloca il concetto, sempre più evocato, di Costituzione diffusa: un’idea secondo cui i principi costituzionali non restano confinati nelle aule dei tribunali o nei manuali di diritto, ma si incarnano nella società, nei linguaggi, nelle pratiche quotidiane e nelle relazioni di potere. È proprio in questa prospettiva che la questione di genere assume una valenza cruciale: la piena attuazione della Costituzione non può prescindere dal riconoscimento delle differenze, dalla rimozione degli ostacoli che ancora limitano l’uguaglianza sostanziale e da una riflessione profonda sul ruolo delle donne nei luoghi decisionali della giustizia e della politica.
All’interno di questo quadro si inserisce l’iniziativa promossa da Noi Rete Donne, fortemente voluta da Daniela Carlà e significativamente intitolata Dialoghi sulla Giustizia, che si propone come spazio di pensiero condiviso e di elaborazione critica. Lontano da ogni approccio celebrativo, l’incontro ha messo in dialogo competenze, esperienze e sensibilità diverse, accomunate da un alto profilo intellettuale e da una chiara consapevolezza del valore costituzionale della parità di genere.
Figura di assoluto rilievo è Margherita Cassano, prima donna a ricoprire la carica di Primo Presidente della Corte di Cassazione. La sua presenza rappresenta non solo un traguardo storico, ma anche un segnale culturale di straordinaria portata. Magistrata di lunga e autorevole esperienza, Cassano incarna un’idea di giustizia rigorosa, indipendente e profondamente ancorata ai principi costituzionali. Il suo percorso professionale testimonia come la competenza e l’autorevolezza possano scardinare, con la forza dei fatti, strutture tradizionalmente segnate da una persistente asimmetria di genere. La sua riflessione sulla giustizia si muove lungo il crinale tra legalità formale e responsabilità democratica, restituendo alla funzione giurisdizionale la sua dimensione più alta: quella di garanzia dei diritti fondamentali.
Accanto a lei, Luisa Avitabile porta il contributo di una magistratura attenta ai mutamenti sociali e alle fragilità che attraversano il tessuto civile. La sua voce si distingue per la capacità di coniugare il sapere giuridico con una sensibilità profonda verso le dinamiche di esclusione e disuguaglianza, in particolare quelle che colpiscono le donne. Avitabile richiama con forza il dovere della giustizia di non essere neutra di fronte alle diseguaglianze strutturali, ma di farsi strumento attivo di emancipazione e di tutela effettiva dei diritti, in linea con l’articolo 3 della Costituzione.
Il contributo di Paola Binetti, medica, bioeticista e figura di primo piano del dibattito politico e culturale italiano, amplia ulteriormente l’orizzonte della discussione. La sua riflessione intreccia giustizia, etica e responsabilità pubblica, ponendo l’accento sulla centralità della persona e sulla necessità di politiche che sappiano riconoscere e valorizzare la differenza di genere senza scivolare in nuove forme di stereotipizzazione. Binetti richiama il nesso profondo tra giustizia e cura, tra diritto e umanità, sollecitando una visione della Costituzione come progetto dinamico, capace di rispondere alle sfide della contemporaneità.
In chiusura grande spessore con l’intervento di Fiorenza Taricone, storica delle dottrine politiche e studiosa da sempre impegnata nella ricostruzione del pensiero politico femminile. Il suo sguardo, colto e rigoroso, restituisce profondità storica al dibattito, mostrando come l’esclusione delle donne dai luoghi del potere e della giustizia non sia un accidente, ma il prodotto di una lunga stratificazione culturale. Taricone invita a leggere la Costituzione anche come testo aperto alla riscrittura simbolica, in cui le donne non siano più soggetti marginali, ma protagoniste di una cittadinanza piena e consapevole.
Dialoghi sulla Giustizia si configura così come un laboratorio di pensiero critico e come un esercizio concreto di Costituzione diffusa, dimostrando che il confronto tra saperi, quando è animato da competenza e visione, può incidere sul modo stesso di concepire la giustizia: non solo come sistema di regole, ma come pratica democratica, inclusiva e profondamente intrecciata alla questione di genere. In un tempo segnato da tensioni e trasformazioni, questi dialoghi rappresentano un invito a ripensare la giustizia come bene comune e come terreno imprescindibile di emancipazione. Ascoltare donne che hanno attraversato e trasformato le istituzioni significa riconoscere che la giustizia non è neutra, e che la neutralità spesso coincide con la rimozione delle differenze. Uno sguardo femminista — consapevole, non ideologico — restituisce alla Costituzione la sua vocazione originaria: essere strumento di liberazione e non di conservazione. In un tempo in cui i diritti sembrano talvolta fragili e reversibili, queste voci ricordano che la democrazia si misura anche dalla capacità di includere, di nominare, di dare spazio. E che senza le donne, la giustizia resta inevitabilmente incompiuta.
