La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto violazioni dei diritti fondamentali nel caso della morte dell’ex calciatore fiorentino, Riccardo Magherini, avvenuta nel 2014 durante un fermo di polizia.
La sentenza emessa dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo rappresenta un barlume di verità per l’Italia nel caso Magherini. Dopo oltre dieci anni dalla tragica morte di Riccardo, avvenuta la notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 a Firenze, i giudici di Strasburgo hanno finalmente riconosciuto ciò che i familiari denunciano da tempo: le istituzioni italiane hanno fallito nella tutela del diritto alla vita.
Riccardo Magherini, 40 anni, ex calciatore, perse la vita dopo essere stato immobilizzato da quattro carabinieri in Borgo San Frediano. Fermato mentre correva agitato per strada a petto nudo, dopo aver danneggiato una vetrina, venne ammanettato e mantenuto in posizione prona per circa venti minuti. Le sue ultime parole, registrate in un video da un residente, furono: “vogliono uccidermi”, “mi sparano”, “sto morendo”. Grida d’aiuto che non hanno trovato risposta in tempo.
La Corte di Strasburgo ha identificato tre gravi carenze che configurano violazioni della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo:
L’uso eccessivo della forza: i giudici hanno stabilito che le modalità di immobilizzazione adottate dai carabinieri furono sproporzionate rispetto alla situazione. Mantenere una persona in posizione prona per un periodo prolungato comporta rischi letali ben documentati dalla letteratura medica, particolarmente quando il soggetto si trova in stato di agitazione.
Indagini non imparziali: l’inchiesta sulle responsabilità degli agenti coinvolti non ha rispettato gli standard di indipendenza e imparzialità richiesti. Un aspetto che solleva interrogativi profondi sulla capacità del sistema giudiziario italiano di indagare efficacemente sui casi che coinvolgono le forze dell’ordine.
Formazione inadeguata: all’epoca dei fatti, le linee guida e la formazione fornite alle forze di polizia sulla gestione delle immobilizzazioni e sui rischi della posizione prona erano insufficienti. Una lacuna sistemica che ha contribuito a rendere possibile questa tragedia.
Mentre la CEDU condanna l’Italia a risarcire 140.000 euro per danni non materiali e 40.000 euro per spese legali ai familiari di Magherini, in Italia i tre carabinieri inizialmente condannati per omicidio colposo sono stati assolti in Cassazione nel 2020 con la formula “il fatto non costituisce reato”.
Un paradosso che evidenzia un problema strutturale: nonostante l’autopsia avesse accertato che la morte fu causata da una combinazione di fattori – intossicazione da cocaina, stress fisico e la posizione di immobilizzazione prolungata – la giustizia italiana ha ritenuto che non vi fossero responsabilità penali individuali.
Dal punto di vista dei diritti umani, questa sentenza va ben oltre il singolo caso. La CEDU ha posto l’accento su questioni che riguardano l’intero sistema di sicurezza italiano: come vengono formati gli agenti? Quali protocolli esistono per gestire persone in stato di alterazione? Come si garantisce un’indagine davvero indipendente quando sono coinvolti membri delle forze dell’ordine?
La posizione prona durante le immobilizzazioni è stata identificata da anni come potenzialmente letale, causando la cosiddetta “asfissia posizionale”. Eppure, nel 2014, le forze dell’ordine italiane non disponevano di linee guida chiare per minimizzare questi rischi. Quanti altri Riccardo Magherini avremmo potuto evitare con una formazione adeguata?
La sentenza della CEDU non mette in discussione le decisioni dei tribunali italiani né influisce sulle responsabilità penali individuali, come la Corte ha tenuto a precisare. Tuttavia, rappresenta un riconoscimento fondamentale: lo Stato italiano ha delle responsabilità nel garantire che le sue forze dell’ordine operino nel rispetto del diritto alla vita e che, quando questo diritto viene violato, vi siano indagini efficaci e imparziali.
Il diritto alla vita non è negoziabile, nemmeno durante un fermo di polizia.
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