Giornalismo sotto attacco in Italia

Abusi nella Chiesa di Enna e querele temerarie

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Non ha voluto parlarne prima, un po’ per stile, un po’ per quel modo obliquo di guardare il mondo che preferisce illuminare piuttosto che essere illuminata. Già questa è una notizia, nella realtà di oggi bulimica di informazioni, meglio se private.

Ora che la vicenda si è conclusa positivamente la giornalista Federica Tourn, collaboratrice di varie testate e conduttrice della trasmissione di Rai Tre “Protestantesimo”, ha scelto di raccontare la storia che l’ha vista coinvolta, ennesima dimostrazione di quanto in Italia abbiamo un problema con le querele che tentano di azzoppare, e spesso ci riescono, le inchieste giornalistiche.

I fatti: per il quotidiano “Domani” Tourn lavora negli anni scorsi a un’ampia inchiesta sugli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Uno dei casi trattati riguarda le violenze sessuali commesse su alcuni giovani parrocchiani da un sacerdote cattolico di Enna, don Giuseppe Rugolo, educatore del gruppo Azione Cattolica presso la Parrocchia San Giovanni, nonché di responsabile del Grest (l’oratorio estivo) nella medesima Parrocchia. Don Rugolo è stato condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado poi ridotti a 3 anni di reclusione con sentenza del 1° luglio 2025.

Una vicenda clamorosa anche perché perfettamente esemplificativa delle coperture, delle reticenze, del modus operandi oscuro che vengono messi in atto dai vertici ecclesiali in simili situazioni. Tanto che a processo per falsa testimonianza c’è anche il vescovo della diocesi siciliana di Piazza Armerina Rosario Gisana: il procedimento è ancora in corso.

Invece di concentrarsi su preghiera e penitenza don Rugolo e i suoi legali hanno querelato tutti coloro che hanno avuto il torto di divulgare la squallida vicenda di abusi e di complicità.

In primis a subire la furia del prete sono stati dunque ovviamente i giornalisti, a partire dalla collaboratrice locale dell’Ansa Pierelisa Rizzo, querelata per ben tre volte per diffamazione e per diffusione di atti processuali. Con lei altri 6 giornalisti. Querelati anche il presidente di Rete l’Abuso, unica associazione italiana che si occupa di sopravvissuti ad abusi clericali, Francesco Zanardi, e una delle vittime del prete, dalla cui denuncia è scaturita l’inchiesta. Nonostante le querele siano state seguite da proposta di archiviazione da parte dei Pubblici Ministeri, la difesa del sacerdote ha sempre avanzato opposizione ed aveva anche chiesto il sequestro dei supporti informatici e dei cellulari della cronista ennese. La querela a Federica Tourn, che giunge anche questa nonostante la richiesta di archiviazione della Procura, è l’ultimo colpo di coda di questa vicenda.

La giudice del Tribunale di Torino Alessandra Salvadori, nel disporre l’archiviazione del procedimento non manca di sottolineare come “Nel trattare della inadeguata reazione delle istituzioni ecclesiastiche di fronte ad abusi sessuali compiuti da uomini del clero, la giornalista ha parlato con proprietà e continenza della vicenda processuale dell’opponente, facendo riferimento a fatti pacificamente veri (il Rugolo era stato imputato per fatti di violenza sessuale su minori) e di rilevanza pubblica. Nel corpo dell’articolo si scrive del processo per violenza sessuale su minori a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al Tribunale di Enna; si dice che egli è “accusato di aver abusato di tre ragazzi”; e che “dovrà rispondere di violenza sessuale su minori” e, mai, si parla del Rugolo come di “condannato”».

Resta il problema di fondo: tutti i giornalisti in questi devono sostenere spese processuali non indifferenti per difendersi. Nel caso specifico il querelante, nonostante le richiese di archiviazione delle varie Procure, ha sempre forzato la mano con le richieste di imputazione coattiva, il cui intento, decine e decine di casi analoghi lo dimostrano, è quasi sempre quello di arrecare per lo meno un danno economico a chi ha avuto il coraggio di raccontare le malefatte di turno. Una pessima abitudine quella delle querele temerarie o “bavaglio”, che dobbiamo continuare a condannare con forza. Per la libertà di informazione. Perché a prevalere deve essere sempre il diritto dei cittadini e delle cittadine all’informazione, e non l’omertà. Ricordiamolo, e non lasciamo soli i giornalisti e le giornaliste, mai. A partire dalla politica, impegnata troppo spesso più ad accusare i giornalisti che a difenderli.

Come ha ben scritto Tonio Dell’Olio «Si chiamano “querele temerarie”. Di fatto sono una forma di minaccia, la possibilità offerta ai potenti di imbavagliare l’informazione chiedendo risarcimenti milionari. Il più delle volte a giornalisti precari che guadagnano 3 euro a pezzo e non hanno alcuna forma di garanzia da parte di una testata cui non sono legati da un contratto che li tuteli. Comportano – tra l’altro – delegittimazione e perdite di tempo. Si tratta di un fenomeno che si è esteso negli ultimi tempi producendo l’autocensura degli operatori dell’informazione. La minaccia pertanto non è contro i cronisti ma piuttosto contro il diritto dei cittadini ad essere informati, a conoscere, a crearsi un’opinione».


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