Non è facile dare voce al mondo recluso. Varcare la porta carraia, i tanti cancelli blindati del carcere, lasciare all’ingresso documento e cellulare per raggiungere, passando attraverso controlli e metal detector, corridoio dopo corridoio, blindato dopo blindato che si aprono e chiudono alle nostre spalle, un gruppo di persone detenute che ti attendono in una saletta alla “terza sezione”. Lungo quel percorso hai tempo per metabolizzare il cambiamento tra il mondo di fuori, di chi è libero, e la realtà ristretta dove ti trovi, segnata da sbarre e soprattutto da limiti, dove anche le cose più banali devono essere richieste e concesse. Dove il tempo è come sospeso. In quella stanza interna dell’istituto penitenziario incontro la mia “redazione”, con un obiettivo semplice e difficilissimo: dare loro gli strumenti per raccontarsi e raccontare cosa sia la vita ristretta. Così è nato il notiziario che abbiamo chiamato “Non Tutti Sanno”. Lo realizziamo con una certa regolarità dal 2020, il tempo del Covid, alla Casa di Reclusione di Rebibbia, in una sezione di media sicurezza a trattamento intensificato”, che ospita detenuti con pene definitive medio- lunghe, anche ergastolani, a cui è consentito una relativa libertà di movimento per seguire le attività di studio, culturali e di formazione. Il numero dei “redattori” varia, perché in carcere c’è chi entra e chi esce per un permesso premio, perché ha finito di scontare la sua pena oppure usufruisce dei benefici, va in semi libertà, al lavoro esterno. Poi bisogna fare i conti con gli stati d’animo, con le disponibilità perché da ”ristretti” non è facile mantenere la serenità e la concentrazione. I motivi per essere provati non mancano quando la vita non ti appartiene più e neanche il tuo tempo e non è facile trovare lo spazio e il tempo per scrivere.
I redattori sono meno di dieci, con età che varia dai 25 ai 75 anni. Una fetta di varia umanità, con alle spalle storie diverse, tutte pesanti. Non ho mai chiesto quali reati avessero commesso. Lo raccontano se vogliono. Quasi tutti sono iscritti all’università e sono coinvolti nelle attività di studio, nei laboratori teatrali e culturali, nei momenti di formazione e nelle attività sportive presenti nella Casa di Reclusione. In particolare frequentano con regolarità il laboratorio di scrittura creativa tenuto da una religiosa ottantenne tenacissima e molto amata dalla popolazione carceraria, suor Emma Zordan che ogni sabato mattina da Latina raggiunge Rebibbia.
Lo cito perché è da quel laboratorio dove la scrittura è un pretesto per guardarsi dentro e curare le ferite più profonde dell’anima, più che è nata la nostra esperienza.
In redazione ci ritroviamo almeno una volta a settimana, il giovedì mattina, per discutere e decidere cosa trattare. Ciascuno con la sua storia, la sua esperienza e la sua sensibilità. Si raccontano i fatti vissuti. Ma non è facile capire e raccontare di carcere. Mettere in ordine, nero su bianco su un foglio situazioni, abusi, ingiustizie, speranze, riflessioni, rimorsi, sentimenti, fatti legati alla vita reclusa, cercando di verificare e di andare oltre le vicende personali, spesso dolorose e a volte ingiuste, per cercare di cogliere quello che riguarda davvero tutti. E’ grazie al confronto tra le esperienze, l’età e le sensibilità diverse e all’impegno di Marco, Stefano, Aldo, Danilo, Fabrizio, Boris, Edoardo che riusciamo a definire la scaletta di cosa trattare. E’ un L’impegno è trovare il filo di queste riflessioni e dargli un seguito, malgrado il tempo frantumato, il chiasso del carcere, le chiamate all’altoparlante che rimbombano e le regole non scritte ma implacabili della vita reclusa: la fila per la spesa, i colloqui con i familiari, quello con l’avvocato, con lo psicologo o l’educatore, la telefonata o la videochiamata, poi la fila per la spesa, quella all’infermeria, i corsi scolastici, le “domandine” da presentare per ogni esigenza, il vitto da recuperare, la cella da sistemare, il lavoro – per i pochi fortunati che lo hanno – in cucina, o per le altre incombenze carcerarie affidate ai detenuti. Il tempo “recluso” è vuoto e pieno al tempo stesso, ma spersonalizzante e ripetitivo. Fatto da regole precise da rispettare. In questa realtà realizziamo il nostro notiziario Non Tutti Sanno. Abbiamo una stanza dove riunirci e un solo pc, ovviamente senza connessione internet, per raccogliere gli articoli, impaginarli e curare la grafica del notiziario, in questo aiutati dai docenti della Rufa, l’ateneo privato di grafica e arti visive a Rome, Gino Iacobelli, Enrico Parisio e Rosario Di Vincenzo che hanno attivato un corso di Graphic Design per i detenuti della Reclusione. Sono autorizzato dalla direzione della Cr Rebibbia a caricare su una pennetta gli articoli per poterli correggere “fuori” per poi scaricarli insieme alle foto sul nostro pc dove impaginiamo il notiziario. Lo pubblichiamo quando ci è possibile, facendo i conti con i tempi lunghi del carcere, in genere ogni tre mesi. Lo stampiamo fuori, a colori, 300 copie in carta patinata a 28 o 32 pagine. Viene rilanciato dal sito di Ristretti Orizzonti e da quello del Garante dei detenuti del Lazio. Viene fatto veicolare sui social.
Lo sforzo è stato quello di realizzare un prodotto giornalistico professionale, curato nei contenuti e nella forma. Merito anche della collaborazione volontaria “esterna” della grafica editoriale Antonella Laganà, che ci indica cosa correggere e rivedere. Prima di andare in stampa passiamo le bozze del notiziario al nostro direttore responsabile, la collega Ornella Favero che dirige la storica testata penitenziaria Ristretti Orizzonti di cui siamo un supplemento. Il nostro obiettivo è quello di non essere il “giornalino” della direzione dell’istituto penitenziario, dove far fare un semplice esercizio di scrittura ai detenuti, ma un “ponte” di racconti, notizie e spunti di riflessione tra il dentro e il fuori, tra la realtà del carcere e la società. Con un particolare valore aggiunto: il racconto è di chi l’esperienza carceraria la vive e ne parla in modo competente e responsabile, con l’orgoglio di raccontarla.
Una dignità e responsabilità che si è tentato di minare quando, all’inizio del 2025 la direzione del carcere voleva imporre ai redattori di non firmare gli articoli con il loro nome e cognome, ma ricorrere solo al nome di battesimo, ad un nome di fantasia o alla semplice sigla. Una richiesta vissuta dalla redazione come lesiva della loro dignità di persona e ai giornalisti impegnati nella redazione come una messa in discussione della loro responsabilità e degli obblighi deontologia professionale nei confronti dei lettori.
Insieme al nostro direttore responsabile Ornella Favero si è protestato e si è presto compreso che molte altre testate e realtà di informazione dal carcere stavano subendo limitazioni simili, tentativi di censura ed altro ancora. Si è costituito un Coordinamento nazionale di queste realtà (da quelle storiche come Ristretti Orizzonti, Carte Bollate o la rivista della redazione del carcere di Opera o Voci di dentro a quelle più recenti) circa una trentina di testate, per tutelare il diritto di informazione anche dal carcere. Si è aperto un confronto con il vicecapo del Dap, Massimo Parisi, che è ancora avviato. Il coordinamento delle testate ha avuto il sostegno dell’Ordine dei Giornalisti, della Fnsi e dei Garanti territoriali dei detenuti. Se il carcere è una realtà chiusa per definizione, è sempre più necessaria un’informazione libera e responsabile sulla vita reclusa, come forma di tutela non solo del diritto di espressione, ma di tutti gli altri diritti che danno dignità alla persona: dall’affettività alla salute, alla formazione e al lavoro. Questa informazione è preziosa per rompere il muro del pregiudizio e della banalizzazione mediatica su una realtà che viene presentata come il male assoluto, come altro da noi, mentre invece ci riguarda e ci interpella oggi più che mai.
Il carcere non può fare notizia solo quando scoppia qualche protesta violenta o viene rinchiuso un personaggio noto per qualche delitto efferato, fatti enfatizzati per alimentare logiche securitarie. Mentre quando trapela la notizia di qualche suicidio in carcere ci si limita ad aggiornare la conta delle vite spezzate. Gli si dà un’attenzione distratta. Quando, invece, sono il segno drammatico di un fallimento. Perché dietro quel gesto estremo vi sono uomini e donne, spesso giovani, immigrati, con storie di abbandono e di disagio mentale, di dipendenza, di sofferenza e di solitudine che avrebbero meritato ben altra attenzione e altre risposte.,
Non sbaglia chi afferma che il carcere in Italia è sempre più “una discarica sociale”, un luogo dove contenere, segregare e nascondere il disagio sociale.
Visto dall’interno del carcere tutto è più chiaro ed anche più doloroso. Le parole, le definizioni hanno un’altra concretezza. Quando si denuncia il “sovraffollamento” sempre in aumento, le oltre diciassettemila persone in più da stipare nelle carceri italiane, questo vuole dire condizioni di vita più disumane, spazi vitali che si riducono all’inverosimile e, con i problemi di organico del personale penitenziario, immancabilmente una stretta al diritto alla cura e alla salute, all’istruzione, alle attività trattamentali, alla formazione e quindi al lavoro, all’affettività.
Finiscono per essere messi in discussione il futuro e i diritti costituzionali della persona reclusa, malgrado lo sforzo e l’impegno del personale penitenziario. Il carcere finisce per essere sempre più luogo di contenimento e di segregazione, tradendo la funzione di recuperare alla società assegnatogli dall’art. 27 della Costituzione. Questo malgrado i numerosi richiami del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella a cui abbiamo dedicato l’ultimo numero del notiziario Non Tutti Sanno proprio per ringraziarlo di questo suo costante impegno a tutela della dignità della popolazione reclusa. Un richiamo poco ascoltato, viste le scelte anche recenti del governo e della direzione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che, in nome della sicurezza, invece di ridurre l’affollamento carcerario, aumentano pene e reati punta a ridurre gli spazi e le opportunità di presenza nelle carceri della società civile e del volontariato, che sono fondamentali per attivare percorsi di vero recupero dei detenuti. Senza considerare che è con questi percorsi di integrazione si costruisce una vera sicurezza.
In nome di una logica sicuritaria i vertici dell’amministrazione penitenziaria, forzando leggi e competenze, hanno deciso di centralizzare le autorizzazioni all’ingresso degli “esterni” negli istituti penitenziari, finendo per comprimere quella ricchezza di competenze, di professionalità e di impegno soprattutto del volontariato che l’ordinamento penitenziario riconosce come fondamentale e che vanno valorizzare, raccontate e condivise dentro e fuori le carceri. Un vero patrimonio sociale che può – come indica la nostra Costituzione – dare senso al “tempo recluso”, accompagnare percorsi di consapevolezza e di presa di responsabilità che ora rischiano di essere compressi visto che in nome della sicurezza si punta ad affermare una logica securitaria.
Proprio grazie all’apporto delle energie migliori che arrivano dal mondo ristretto è possibile costruire percorsi di cambiamento e inclusione.
Occorre rispetto delle regole, ma anche della dignità delle persone e capacità di ascolto. Me ne sono reso conto da volontario e giornalista professionista con 40 anni di esperienza alle spalle. Sono entrato alla Casa di Reclusione ancora prigioniero di qualche preconcetto e sicuramente timoroso, con la presunzione di poter mettere a disposizione le mie competenze professionali. Presto mi sono reso conto di quanto sia fondamentale ascoltare, scoprire e accettare, anche scontrandosi, la realtà difficile di chi avevo di fronte. Superando diffidenze e sospetti reciproci. Così, gradualmente, sono iniziato ad entrare nei meccanismi e nei tempi della vita ristretta. Allora ho capito l’importanza di offrire soprattutto ascolto, rispetto e di rappresentare anche con la mia semplice presenza in quella saletta della redazione “in terza sezione”, un ponte con il fuori, il provvisorio “garante” di uno spazio di normalità ed anche di libertà, dove conta il pensiero di tutti e si è stimolati ad esprimerlo senza timore. Un “ponte” anche con gli altri volontari e docenti presenti nella Casa di Reclusione, con la Garante dei detenuti di Roma Capitale Valentina Calderone e del Lazio, Stefano Anastasia e i loro collaboratori, con cui il confronto è costante, con gli psichiatri e i responsabili della direzione sanitaria di Rebibbia. E’ una comunità di persone che fanno un servizio straordinario per competenza e sensibilità umana, della quale sono parte fondamentale gli agenti della polizia penitenziaria, sempre in prima linea, sottoposti a turni massacranti, in qualche modo anche loro “ristretti”. Tutti che chiedono semplicemente di essere considerati. Una realtà complessa che ha una sua figura apicale, la direzione dell’istituto penitenziario e il suo staff, se non altro perché che può fare la differenza garantendo spazi e autorizzando iniziative insieme alla magistratura di sorveglianza. Così è stato, ora però la burocrazia ministeriale già le sottrae responsabilità e competenze. Rendendo più problematico il rapporto tra società civile e realtà carceraria, fondamentale non solo per preparare al dopo alla vita di fuori le persone ristretta, ma anche ad aiutare la società a superare stigma e pregiudizi. Bisognerebbe cambiare paradigma e fare proprio l’insegnamento di papa Francesco, soprattutto quel suo interrogarsi “Perché loro e non io?” rivolto ai suoi amici detenuti. Ecco il vero antidoto al preconcetto e alla diffidenza.
