Giornalismo sotto attacco in Italia

La Generazione Gaza si è presa Milano. E non accetta più le complicità e i silenzi

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Milano. Corso Plebisciti. Una signora cammina con un bastone, poi si ferma a lato del corteo, tira fuori il fazzoletto e piange. Due ragazze la notano, escono dal cordone e vanno da lei: “possiamo abbracciarla?”, domandano. E lei risponde: “certo, siete la mia speranza, vorrei marciare con voi, continuate anche per me”.

La manifestazione per Gaza e per i detenuti della Global Sumud Flottilla si può raccontare in tanti modi, ma sono questi coriandoli di umanità che ne restituiscono il senso profondo.

Quando ho guardato quella scena ero fermo da mezz’ora. Quando me ne sono andato da lì, mezz’ora dopo, non vedevo ancora la coda. Un’ora ininterrotta, serrata, di manifestazione: ne ho viste tante, ma una così…STRAORDINARIA!

Sono due i dati politici inequivocabili. Il primo è che all’80% era un corteo di ragazzi e ragazze. M’infastidiscono le etichette ma forse questa volta la definizione “generazione Gaza” è azzeccata. Perché si tratta di una generazione nata nella multiculturalità, stroncata dalla pandemia, che si affaccia in un mondo dove vince la violenza. Altro che sdraiati, questi/e sono persone che stanno urlando il loro orrore per il presente e la preoccupazione per il loro futuro. La grande domanda è se qualcuno ai piani alti della politica è in grado di capirlo.

Perché – e questo è il secondo dato politico – a queste domande si può rispondere con la polarizzazione o con atti lungimiranti. Il Governo ha risposto con le provocazioni: “il week end lungo”, la “regata”, “figli di papà”… Parole che nell’immediato forse fanno guadagnare voti, ma alla lunga stracciano la coesione sociale. Meloni, Salvini, Renzi and Co. possono pensare che il trumpismo funzioni anche in Italia, ma hanno calcolato le conseguenze sociali?

C’è poi un enorme problema. Il livello della cattiveria antipalestinese esercitata dall’esercito israeliano con il consenso della maggioranza del paese è innegabile. Lo slogan che ho sentito più spesso al corteo milanese è stato “giù le mani dai bambini, assassini assassini”. Una bambina – prima elementare a occhio e croce – sulle spalle del papà, aveva un cartello con la sua calligrafia incerta: “i bambini non devono piangere”. Che differenza rispetto all’orribile persona che è andata in televisione a difendere l’indifendibile dicendo “definisca un bambino”!

Mi veniva in mente tutto questo mentre ascoltavo lo slogan “siamo tutti antifascisti, siamo tutti antisionisti”. Confesso che non avevo mai pensato prima d’ora a questa equivalenza. E non c’è lo spazio qui per discettare su analogie e differenze. Ma balza agli occhi come la deriva suprematista del sionismo, ora usato dai Ministri israeliani che rivendicano il massacro dei palestinesi, dai “ragazzi delle colline” che rubano le case ai palestinesi, sia la causa principale dell’isolamento crescente di Israele. Un isolamento politico, ma anche affettivo. Pessimo segnale.


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