Storie da una guerra dimenticata: l’inferno Sudan tra violenza e fame

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Suliman Ahmed Hamid ha profondi occhi scuri. Uno sguardo che non lascia indifferenti, nonostante la luce che li faceva brillare sia offuscata da stenti e dolore.
Italiano d’adozione, 69 anni, 15 trascorsi a Roma, Suliman è fuggito dal Sudan in guerra.
Emblema del dramma di un popolo dimenticato, la sua storia inizia con il nuovo conflitto scoppiato il 15 aprile del 2023, che ha costretto 11 milioni di persone a scappare dalle proprie case e causato un numero incalcolabile di morti. Almeno 20 mila, la maggior parte per i bombardamenti delle Forze armate sudanesi ma anche per la ripresa della pulizia etnica nella regione del Darfur perpetrata dalle Forze di supporto rapido che si contrappongono all’esercito regolare.  Crimini di guerra per i quali il procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha annunciato all’Onu un’inchiesta sulle atrocità commesse nell’ultima fase del conflitto in Darfur che prosegue a fasi alterne da oltre 20 anni
Gran parte dei quartieri della capitale Khartoum, dove Suliman viveva con la moglie e tre figli, sono stati rasi al suolo dai costanti raid dell’aviazione sudanese e saccheggiati dalle milizie paramilitari.
Città bellissima e moderna, mai toccata nella sua storia recente dal dramma della guerra, la capitale del Sudan da oltre dieci mesi vede compiersi una devastante autodistruzione, mentre 18 milioni di persone nel paese, di cui 3,8 milioni bambini sotto i cinque anni, sono ridotte alla fame, Tutto nell’indifferenza della comunità internazionale.
Lo sa bene Suliman che pur avendo ottenuto documenti italiani, e il ricongiungimento dei familiari, continua a essere ignorato dalle nostre istituzioni nonostante la sua richiesta di aiuto.
Nel 2015 il protagonista di questa vicenda aveva deciso di tornare in patria. Credeva giusto, avendo raggiunto una stabilità economica e sociale, di dover fare qualcosa di concreto per la “sua” martoriata gente.
Ma le speranze dell’avvio di un percorso democratico “promesso” dall’allora rieletto presidente, l’ex generale golpista Omar Hassan al Bashir, si infransero in pochi mesi.
Suliman, esponente dell’opposizione e attivista, era comunque rimasto creando un’organizzazione umanitaria non governativa per aiutare le popolazioni sfollate in Darfur.
Ma nel 2023, dopo il rovesciamento del regime di Bashir determinato dalle rivolte del 2019, costate la vita a migliaia di manifestanti, è scoppiato il conflitto più feroce di sempre.
Questa volta Suliman non ha potuto far altro che fuggire con la sua famiglia, o ciò che ne restava.
Hanno provato a resistere, seppur tra mille difficoltà, il più a lungo possibile. Ma la chiusura dei mercati, la mancanza di cibo e di materie prime, gli scontri che si avvicinavano alle abitazioni, si sono rivelate condizioni insopportabili che hanno messo a dura prova la loro profonda resilienza.
Quando i combattimenti sono arrivati a poche centinaia di metri dal suo quartiere, Suliman ha capito che rischiavano di rimanere imbottigliati tra le parti in conflitto in una città ridotta in macerie.
La capitale ormai si era trasformata in un campo di battaglia senza distinzione tra obiettivi civili e militari. In molti, soprattutto i più giovani tra cui suo figlio minore Ahmed, erano partiti per Port Sudan da dove provare a raggiungere l’Egitto via Port Said, e sottrarsi così agli arruolamenti forzati.
Suliman aveva pensato di tornare in Darfur, sua regione di origine.
Ma anche lì la situazione non era affatto rassicurante. Da Nyala, la capitale del Sud, era arrivata la notizia dell’uccisione di due parenti e di un amico di famiglia sulla soglia di casa
“Suliman e i suoi familiari avevano trovato riparo presso uno zio. A un certo punto le comunicazioni si sono interrotte, facendo pensare al peggio” afferma una fonte sul campo, un operatore umanitario impegnato in varie aree dell’Africa Sub Sahariana che per motivi di sicurezza chiede l’anonimato.
“In  Darfur a fare vittime sono le milizie Rsf. Ogni giorno si susseguono uccisioni di massa, di stupri e rappresaglie contro la popolazione in fuga. A essere presa di mira la gente di pelle nera, in particolare quella di etnia Masalit. Migliaia di civili vengono sequestrati, massacrati in strada, le donne violentate mentre cercano di raggiungere a piedi il confine con il Ciad (dove sono già presenti oltre 500 mila rifugiati sudanesi, ndr) per sfuggire alle violenze e ai combattimenti” conclude.
Suliman e i suoi familiari non possono far altro che riprendere il viaggio, dal Sudan all’Etiopia, trovando infine riparo in un centro di accoglienza per profughi allestito dalle Nazioni Unite nel distretto etiope di Gondar.
La situazione all’interno dell’accampamento è al limite della sopravvivenza. In migliaia sono costretti a una convivenza forzata, con tutte le conseguenze del caso.
Suliman, che riesce a comunicare attraverso un numero sudanese con sua figlia Amane, che vive in Germania, racconta che nel campo è in corso un’epidemia di colera.
La tensione è alle stelle, miliziani armati girano all’interno del campo, aggredendo e derubando i profughi con la minaccia delle armi.
“Alcuni giorni fa un uomo di origine eritrea è stato picchiato ferocemente vicino la nostra tenda – racconta Suliman –  Degli uomini armati gli hanno chiesto il telefono e al suo rifiuto lo hanno colpito con violenza. Non è intervenuto nessuno, nemmeno una guardia del campo che ha assistito alla scena” conclude sconsolato l’attivista.
Oltre alla sicurezza, ciò che manca a Gondar è il cibo.
Suliman, tra l’altro, ha problemi di salute. Per questo ha affrontato più volte il viaggio per il vicino ospedale gestito dalle Nazioni Unite e ricevere cosi le cure necessarie.
Poche settimane fa, lungo la strada per la struttura sanitaria, l’ambulanza è stata fermata da uomini armati delle milizie Fano.
Lui e le altre persone a bordo sono stati portati nella boscaglia.
“Due ragazzi, giovanissimi, anch’essi arrivati dal Sudan, non avevano un soldo, nemmeno il cellulare. Le milizie allora hanno detto che potevamo essere uccisi Ma il caso ha voluto che con noi ci fosse una donna eritrea, in possesso di una discreta somma di denaro, frutto di anni di contributi Onu come rifugiata politica. Dovevano servirle per acquistare dei biglietti aerei per Addis Abeba, per sé e per la sua famiglia. Quel denaro ha fatto la differenza tra la morte e la salvezza per tutti noi“ ha spiegato Suliman alla figlia rientrato al campo dove gli è stato fornito un nuovo telefono.
Raccontare la storia di Suliman significa parlare di milioni di rifugiati e delle condizioni estreme in cui vivono.
Gente in fuga dal baratro della guerra, esseri umani sradicati dalle loro case, in balia degli eventi e del tempo.
“Per giorni interi non arriva cibo. Veniamo affamati” denuncia Suliman che accusa coloro che gestiscono la distribuzione alimentare nel campo di aver messo in piedi una vera e propria “mafia” degli aiuti, a spese di coloro che ne hanno bisogno.
Un inferno da cui, da italiano d’adozione, chiede di essere salvato.

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