Numeri e vocaboli sbagliati quando si parla delle donne

0 0

Sarebbe bello mettere da parte le metafore belliche quando si parla delle donne. La “resistenza delle donne”, la “lotta per l’emancipazione”, “guerra di genere”. La guerra (sul corpo) delle donne. Dice il World Economic Forum che serviranno circa 131 anni perché nel mondo si raggiunga la parità di genere, 67 in Europa. Cresce la partecipazione delle donne ma la stima appare ottimistica, stando a quel che succede anche nel nostro paese, in cui una “guerra” è quanto mai in atto. Non è quella delle bombe, ma uccide lo stesso ed è micidiale quanto la prima: è culturale. E di 8 marzo in 8 marzo, oltre la cortina della retorica celebrativa, di passi avanti non ne sono stati fatti molti. Perché la società è sempre sbilanciata su modelli di riferimento maschili e trova “sconvolgente” il corpo femminile, qualcosa da tenere sotto controllo, e che sia possibilmente perfetto altrimenti è da buttare via o vale di meno. Perché si deve discutere ancora di linguaggi sbagliati nel raccontare le violenze, che denotano un’ atavica l’educazione al possesso dell’altro: “Sei mia” o “sono tua”, e nei media si legge “raptus di gelosia”, “omicidio passionale”, uccisa “per troppo amore”. Perché la premier Giorgia Meloni forse non ha neanche pensato che chiamare solo per nome donne di spicco, politiche, intellettuali, attiviste, scienziate nel suo primo discorso ufficiale non è normale. Perché sono state lunari le polemiche e gli attacchi ad Elena Cecchettin quando ha usato l’espressione “figlio sano del patriarcato” a proposito dell’assassino della sorella Giulia.

120 femminicidi nel 2023. Il 60% delle donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza ha dichiarato di non essere economicamente indipendente. Le donne che lavorano sono 9,5 milioni contro i 13 milioni di uomini, e nel 2022 sono state 45.000 quelle che hanno lasciato il lavoro dopo la maternità con un incremento del 19% rispetto all’anno prima. Sempre nel 2022 la differenza salariale tra uomini e donne ha sfiorato gli 8.000 euro. Essere donna fa ancora da deterrente alle assunzioni e si può essere licenziate perché incinta e solo il 57,3% di quelle che hanno figli ha anche un lavoro. E poi ci sono le “attenzioni” del governo Meloni, guarda caso il primo guidato da una donna, che punta esplicitamente al sostegno alle donne solo in quanto madri o potenzialmente tali. Il bonus mamme esclude chi ha un solo figlio, le libere professioniste, chi ha un lavoro a tempo determinato, le collaboratrici occasionali e le donne disoccupate. “Una donna che mette al mondo almeno due figli ha già offerto un importante contributo alla società”, ha detto la stessa premier presentando la Legge di bilancio, lo scorso ottobre. E poi c’è il taglio di oltre 100 mila posti per gli asili nido secondo la revisione del Pnrr, mentre da questo gennaio l’iva passa dal 5 al 10% su pannolini e assorbenti. È stato tagliato il 70% dei fondi per la prevenzione della violenza contro le donne, passati da 17 milioni del 2022 (governo Draghi) ai 5 milioni del 2023. Senza contare l’aggressività crescente dei movimenti pro-vita, i tentativi di smontare o rendere inapplicabile la legge 194. “L’aborto è un diritto delle donne? Purtroppo sì”, ha detto qualche tempo fa la ministra per le Pari Opportunità e della Famiglia, Eugenia Roccella. E infine è da segnalare l’astensione di Fratelli d’Italia e Lega lo scorso maggio alla votazione al Parlamento Europeo per dare il via alle risoluzioni che chiedono all’UE di aderire alla Convenzione di Istanbul, il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per contrastare la violenza contro le donne e la violenza domestica.

Intanto in molti paesi la guerra (sul corpo) delle donne ha come catastrofica aggravante un conflitto, una società soffocata da un regime o dagli integralismi religiosi. Le guerre hanno sempre due fronti, la linee di combattimento armate e le retrovie, dove violare il corpo delle donne è da sempre un’efficace e vigliacca arma di guerra: lo stupro etnico, le gravidanze forzate, la schiavitù sessuale, la tratta e lo sfruttamento, sono pratiche che colpiscono l’identità più profonda di una comunità, la sua dignità. E il dato più terribile è poi la stigmatizzazione sociale delle vittime.

Lo abbiamo visto di recente un Ucraina sulle donne rapite dai russi. Lo sanno le donne yazide rapite in 6.000 in Iraq dallo Stato Islamico nel 2014 e che ancora oggi mancano all’appello: di 2.700 di loro non si sa più nulla. In Palestina le madri ogni giorno guardano avvolgere i figli nei sacchi bianchi senza non poter far altro che aspettare di essere uccise anche loro. In Afghanistan, sotto il dominio talebano, le ragazze oltre i 12 anni non possono andare a scuola. Le donne non possono percorrere distanze oltre un certo chilometraggio senza un parente maschio, sono vietati i saloni di bellezza, le palestre, lavorare, i contraccettivi, mostrare il volto, ridere, esistere. In Iran le manifestazioni al grido di “Donna, vita, libera”, hanno avuto come risposta una repressione fatta di arresti di massa, torture, stupri, condanne a morte. Durante le proteste la polizia ha sparato volontariamente agli occhi e alle parti intime delle manifestanti. A centinaia, anche giovanissime, sono state prese di mira coi fucili e riempite di centinaia di pallini alle gambe e alla schiena, alle natiche. In Siria non solo sono migliaia le donne tra i centomila cittadini finiti in carcere sotto la dittatura di al Assad ma in oltre 7 milioni hanno bisogno di assistenza medica ginecologica e ostetrica  oltre che di sostegno e di protezione totale contro violenze fisiche, sessuali e sociali: i matrimoni precoci sono una piaga immensa. Uscire dai pericoli nazionalisti, dal populismo, dall’odio, dalla discriminazione, dalla prevaricazione, ma anche dalle disuguaglianze, dalla paura dell’altro è possibile ricollocando, in termini pratici, al centro di ogni impegno politico, economico e culturale la persona, l’umanità, la dignità, la parità di genere. Mettere al centro le donne. Oggi, 8 marzo 2024, in piena epoca delle metafore belliche quando si parla di mondo femminile, le parole della poetessa statunitense Audre Lorde rendono questa “lotta” meno solitaria: “Non sono libera se una qualsiasi altra donna non lo è, anche se le sue catene sono molto diverse dalle mie”.

 

 

 

 

 

 


Iscriviti alla Newsletter di Articolo21