Il G5 Sahel si sta sciogliendo come neve al sole. Un fatto molto preoccupante

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Tra le principali conseguenze della “guerra mondiale a pezzi” in corso c’è da registrare l’oscuramento politico dei più profondi cambiamenti negli assetti geopolitici poichè l’attenzione è tutta concentrata sulla fattualità emergenziale e sull’ansia del racconto. Quando poi gli avvenimenti hanno come teatro l’Africa, sono relegati nelle più profonde cantine della memoria occidentale in attesa che l’oblio faccia il suo corso.

Scarso rilievo ha trovato una notizia che conferma ulteriormente la condanna della Francia alla irrilevanza nelle aree dell’Africa occidentale che ha governato per decenni (in prima persona e poi attraverso governi fantoccio tenuti in vita alla bisogna) ma che oggi costituiscono un problema anche per il mondo occidentale minacciato dal terrorismo islamista. Si sta infatti sciogliendo come neve al sole il G5 Sahel, l’organizzazione (fortemente sponsorizzata da Parigi e soggetto prioritario di interlocuzione dell’Unione Europea) fondata nel 2014 da Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania e Ciad con la finalità di combattere i gruppi radicali in una delle aree a più alto rischio terroristico al mondo, già individuata dallo Stato Islamico come la culla del nuovo Califfato dopo il fallimento dei sogni di gloria in Iraq e Siria. Nel maggio 2022 toccò al Mali di abbandonare per prima l’organizzazione e da dicembre scorso si sono aggiunti Burkina Faso e Niger. “Il G5 Sahel non è stato in grado di raggiungere gli obiettivi di sicurezza e sviluppo che si era prefissati” – è la sonora bocciatura di Ouagadougou e Niamey – e non può servire gli interessi stranieri a scapito di quelli del popolo del Sahel, tantomeno accettare il diktat di qualsiasi potere in nome di un partneriato fuorviante che nega il diritto alla sovranità dei nostri popoli e dei nostri stati”. Una scudisciata sul volto della ex potenza coloniale francese e della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas/Cedeao).

Mali, Niger e Burkina Faso sono guidati da regimi militari saliti al potere dopo vari colpi di stato tra l’agosto del 2020 e luglio ’23 e hanno subìto le sanzioni economiche della Ecowas/Cedeao. Lo scorso settembre hanno fondato l’Alleanza degli Stati del Sahel proprio per contrastare il terrorismo e creare un mutuo soccorso nel caso in cui l’Ecowas (come già paventato) decidesse l’invio di truppe in uno dei 3 stati ma dietro questo accordo militare si cela in realtà l’ambizioso obiettivo di creare un patto politico-economico in grado di calamitare anche altre nazioni dell’area per svuotare l’Ecowas di poteri e adesioni per arrivare in tempi brevi alla nascita di un soggetto regionale alternativo. Il progetto impensierisce la comunità internazionale che guarda con apprensione a ciò che resta delle macerie del G5. Oggi nei fatti c’è un G2 Sahel composto da Ciad e Mauritania.

Intanto la Russia procede con l’offensiva diplomatica anche perché l’Alleanza degli Stati del Sahel guarda Putin con favore. Il viceministro moscovita della difesa Yunus-Bek Yevkurov ha incontrato il ministro dell’economia del Mali per discutere progetti di sviluppo in materia di energie rinnovabili e nucleare, ma anche di forniture di grano e petrolio nonché la costruzione di infrastrutture. Poi con la giunta militare del Niger ha discusso progetti per rafforzare la cooperazione militare. La strategia di Mosca si è intensificata dopo che nei mesi scorsi i golpisti nigerini hanno dichiarato decaduti gli accordi di cooperazione militare con la Francia, incassando il ritiro della missione di 1.500 militari inviati da Parigi per combattere i terroristi. Ma l’escalation antioccidentale di Niamey è proseguita con l’abrogazione della legge contro l’immigrazione, voluta dall’Europa per bloccare i flussi dei migranti verso la Libia, e l’annullamento di due importanti accordi militari con l’ Unione Europea. Insomma è in corso un intenso lavoro di tessitura dei rapporti che non mancherà di riservare sorprese alla disattenta Europa.

L’ingresso di Etiopia ed Egitto nei Brics al fianco del Sudafrica, l’ammissione dell’Unione Africana nel G20 delle economie industrializzate consentiranno ai leaders del continente di far pesare le loro opinioni su commercio, agricoltura, migrazioni, cambiamenti climatici e transizione energetica. E tutto avviene mentre molte nazioni africane non si riconoscono più negli allineamenti politici che hanno caratterizzato la loro recente storia.

Dal mensile CONFRONTI gennaio 2024 numero 1


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