Scrivere di conflitti e diritti, tenendo a mente le regole internazionali

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Le uccisioni indiscriminate di civili, il blocco degli aiuti umanitari, l’uso di scudi umani e la punizione collettiva sono solo alcuni tra i crimini di guerra commessi nello scontro tra Israele e Hamas. Le Nazioni Unite non hanno dubbi:  esistono prove evidenti che incriminano sia il democratico stato israeliano sia i miliziani ed entrambi dovranno rendere conto delle loro azioni davanti alla Corte penale internazionale che risponde  al diritto internazionale umanitario o diritto dei conflitti armati e si basa sulle Convenzioni di Ginevra del 1949, firmate dopo i crimini contro l’umanità commessi durante la Seconda Guerra mondiale.

Cardini fondamentali del diritto penale internazionale sono la protezione dei non combattenti, siano essi civili o soldati arresi, e le restrizioni sul tipo di azioni intraprese durante i combattimenti, come l’uso di armi chimiche o di distruzione di massa. A questo si aggiungono varie sentenze emesse dai tribunali internazionali, che hanno contribuito ad aggiornare e ampliare la copertura del diritto umanitario, come nel caso del genocidio dei Tutsi, in Ruanda, in cui per la prima volta lo stupro fu considerato come arma e strumento di genocidio.
Nonostante Israele non abbia ratificato alcuni protocolli di queste convenzioni, arrivati successivamente, come quelli relativi alle punizioni collettive, gli Stati Uniti e gli altri paesi firmatari considerano queste disposizioni come entrate nel diritto internazionale consuetudinario e quindi vincolanti per tutti gli Stati che ratificarono la Convenzione di Ginevra.

Per quanto riguarda Hamas, organizzazione estremista di stampo terroristico, l’assassinio di 1.400 non combattenti, compresi minori, e il rapimento di circa 200 ostaggi da usare come scudi umani è stata una chiara e lampante violazione del diritto internazionale umanitario e rappresenta  un crimine di guerra. Azioni non accettabili o tollerabili, condannate dalle Nazioni Unite e dalla gran parte della comunità internazionale.
Rispetto a Israele, invece, le cose sono più complesse: solo a partire dal 7 ottobre, il governo di destra di Tel Aviv è stato accusato di aver commesso il crimine di punizione collettiva contro Gaza, colpendo indiscriminatamente tutti i civili palestinesi per attaccare Hamas. Questa posizione è sostenuta dalle Nazioni Unite, dalla Croce rossa internazionale, da Amnesty international, da Human Rights Watch e anche dalla stessa Corte penale internazionale.

In particolare, oltre alle azioni militari indiscriminate, Nazioni Unite, Croce rossa e Corte penale internazionale hanno sottolineato come il completo assedio di Israele su Gaza, con il taglio delle forniture elettriche e idriche e il blocco degli aiuti umanitari che comprendono cibo e farmaci, non sono azioni compatibili con il diritto internazionale umanitario e costituiscono altresì un grave crimine di guerra. Altre organizzazioni indipendenti, come il Center for constitutional rights, sono andate oltre al crimine di punizione collettiva, accusando Israele di voler compiere un genocidio dell’ intero popolo palestinese. Quest’ ultimo tuttavia è molto più difficile da provare sotto il diritto internazionale umanitario del crimine di punizione collettiva, quindi è un’accusa ancora non sostenuta da prove evidenti benché ci arrivino ogni giorno che passa immagini più che eloquenti dell’ orrore indiscriminato di torture e bersagli civili, persino scuole, nosocomi, ordini professionali.
A queste accuse se ne aggiungono altre che derivano dagli anni ben precedenti l’escalation del 7 ottobre scorso. Israele è accusato di violazioni dei diritti umani per gli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati dal 1967 e gli stessi insediamenti sono considerati come crimine di guerra in base all’articolo 49 comma 6 della quarta Convenzione di Ginevra, ratificata da Israele, che sancisce come “la potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua popolazione civile nel territorio da essa occupato”. In questi territori, a oggi, vivono 750 mila coloni israeliani. Infine, sempre nel contesto di questi insediamenti, Israele è anche accusato di gravi forme di  apartheid nei confronti dei cittadini palestinesi.
L’organo incaricato di riportare l’ordine in queste aberrazioni, riconosciuto da 123 paesi, è la Corte penale internazionale, il tribunale permanente con giurisdizione sui crimini di guerra e su quelli contro l’umanità, con sede all’Aia, nei Paesi Bassi. La Palestina è entrata a farne parte come stato membro della Corte nel 2015, riconoscendosi soggetta alla sua autorità. Al contrario, anche in questo caso, Israele sostiene di non essere sottoposto all’autorità della Corte, perché non ha ratificato lo statuto di Roma che l’ha istituita.

“L’Universities Network for Children in Armed Conflict (UNETCHAC) esprime la sua condanna forte e inequivocabile nei confronti di tutte le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario perpetrati sui territori israeliano e palestinese. Il Network invita gli stakeholder locali, nazionali, regionali e internazionali ad adottare tutte le misure possibili per fermare la violenza e raddoppiare gli sforzi per realizzare una pace giusta e duratura che garantisca i diritti e la dignità di tutti gli individui, in particolare dei bambini. I bambini vogliono giocare e crescere sorridendo, mentre gli adulti continuano a renderli vittime dei conflitti”. Con queste parole Laura Guercio, Segretario Generale della UNETCHAC,  introduce l’appello del Network sul conflitto Israele-Hamas, contenuto nello statement del Network Universitario Internazionale che lavora da anni sui bambini in conflitto armato. “L’Universities Network for Children in Armed Conflict, la Coalizione Internazionale di Istituti Educativi impegnati alla protezione dei bambini prima, durante e dopo i conflitti armati, esprime la sua condanna, forte e inequivocabile, di tutte le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario perpetrate sui territori israeliano e palestinese. Siamo profondamente preoccupati per l’impatto devastante di questo conflitto armato sulla vita delle persone civili innocenti, in particolare dei bambini, e sulle prospettive di un futuro pacifico nell’intera regione. Siamo solidali con tutte le persone colpite da questa crisi in corso e sottolineiamo il numero incredibilmente alto e crescente di bambini che sono stati feriti o hanno perso la vita durante queste ostilità o che hanno subito gravi violazioni di altri diritti fondamentali che sono loro riconosciuti dal diritto internazionale. Assolutamente urgente che tutte le parti interessate garantiscano il rispetto di tutti i diritti umani applicabili alle leggi umanitarie internazionali. Vogliamo un accesso immediato e senza ostacoli per le organizzazioni umanitarie in modo che possano fornire gli aiuti tanto necessari, assistenza medica e sostegno alle persone colpite dal conflitto. L’Universities Network for Children in Armed Conflict chiede a tutte le parti interessate locali, nazionali, regionali e internazionali di adottare tutte le misure possibili per fermare violenza e a raddoppiare gli sforzi per realizzare una pace giusta e duratura che garantisca i diritti e la dignità di tutti gli individui, in particolare i bambini”.

A questa voce si aggiunge quella di Paolo De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, partner del network universitario: “Ancora una volta la parola pace rischia di diventare solo il disperato appello di Papa Bergoglio ma ormai non più grido isolato nel deserto bensì faro contro chi vorrebbe fare della vendetta e della rappresaglia, senza alcun progetto se non distruttivo, un malefico vessillo di guerra di civiltà nelle agghiaccianti nuove stragi degli innocenti”.


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