Cinque anni senza Giulio, la scorta mediatica non lascerà mai sola la famiglia Regeni

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Il 25 gennaio del 2016 si perdevano le tracce di Giulio Regeni, dopo che alle 19,41 aveva inviato il suo ultimo messaggio dall’Egitto.
Il 3 febbraio, 9 giorni dopo, il suo corpo, con evidenti segni di tortura, fu ritrovato lungo la strada dal Cairo ad Alessandria.
Giulio Regeni aveva 28 anni. e si trovava in Egitto per una ricerca universitaria.
E’ stato torturato e ucciso perché sospettato di essere una spia.
Su di lui hanno riversato tutto il male del mondo, come ci ha raccontato la mamma Paola nel giorno della prima conferenza stampa al Senato dopo l’uccisione di suo figlio.
Il coinvolgimento degli apparati dell’intelligence egiziana è apparso da subito evidente.
Tutti noi di Articolo 21 non abbiamo mai avuto dubbi al riguardo alle responsabilità del sistema di sicurezza dell’Egitto e abbiamo deciso, insieme ad Amnesty International e Federazione nazionale della stampa, di essere ‘scorta mediatica’ per la richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni.
A cinque anni dal giorno della sua scomparsa purtroppo i responsabili del funesto destino del ricercatore friulano sono ancora liberi, nonostante il lavoro della magistratura italiana e l’impegno della sua famiglia.
Mamma Paola Deffendi, papà Claudio, e Irene, sorella Minore di Giulio, non hanno smesso un solo istante di pretendere risposte, affiancati ‘dal popolo giallo’ che non li lascia mai soli.
Quest’anno, a causa dell’emergenza Covid, tutti gli eventi si svolgeranno in streaming sul sito di ‘La Repubblica’ e sulle pagine Facebook ‘Il comune informa – Fiumicello Villa Vicentina’, ‘Giulio siamo noi’ e Verità per Giulio Regeni.
L’unico momento in presenza è previsto la mattina a Fiumicello, il paese dov’è cresciuto Giulio. Alcune panchine gialle, in suo ricordo, saranno dai genitori e dal sindaco del comune friulano.
Intanto, attraverso i social, il collettivo Giulio Siamo Noi invita tutti i cittadini a partecipare da casa a colorare di giallo il paese e i propri profili.
Sul fronte delle indagini, tre giorni fa la Procura di Roma ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio per il generale Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. L’obiettivo dei magistrati capitolini è portare a processo i quattro 007 che prelevarono Giulio nel gennaio del 2016, lo trasferirono in una villetta al Cairo dove per giorni venne torturato brutalmente e poi ucciso.
Un processo che l’Egitto ritiene immotivato e basato su “conclusioni illogiche”. L’udienza preliminare, comunque, potrebbe essere fissata entro la fine della primavera. Lo stesso giorno la commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Regeni ha sentito Davide Bonvicini, primo segretario presso l’ambasciata d’Italia al Cairo all’epoca dei fatti. Bonvicini ha spiegato che nonostante il “fortissimo impegno profuso” in quei giorni c’è sempre stato un muro di “reticenza ed evasività ” delle autorità egiziane.
Reticenze che ancora oggi persistono e che  spingono la famiglia Regeni a chiedere che venga richiamato in Italia l’ambasciatore.

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