‘Aspettando il telegramma’: il manifesto per la terza età in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano

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Milano – In una scena di After Life, serie ideata e diretta dal sulfureo comico Ricky Gervais, c’è una certa donna anziana la quale, con piglio cinicamente impassibile, dichiara di odiare tutti: gli infermieri, gli altri ospiti della casa di riposo dove trascina controvoglia i suoi ultimi anni, ma non i propri parenti – solo perché non ne aveva più, essendo morti da tempo. Tutti quanti non sono altro che cunts, insulto pesantissimo, quasi intraducibile, che rimanda anche all’organo genitale femminile. L’unico desiderio di questa nonnina così blasé, è tagliare la corda il più in fretta possibile. Accanto a lei, in bella vista, il famoso telegramma che la regina d’Inghilterra, come da tradizione, spedisce a tutti i sudditi che possono vantare un secolo di vita biologica. La vecchietta in questione non è minimamente impressionata dal regale tributo ben sapendo che non sarà stata certamente la sovrana in persona a mandarglielo, ma qualche anonimo burocrate.

C’è un abisso tra questa centenaria e la più ‘giovane’ Violet, novantacinquenne ancora in attesa del suddetto telegramma, personaggio uscito dalla penna di Alan Bennett e incarnato da Luca Toracca – attore profondamente legato all’universo del drammaturgo britannico, avendo già portato sulla scena Una patatina nello zucchero. Ma non finisce qui. In questa travagliata stagione 2020/2021, Luca Toracca, che è anche uno dei soci fondatori del Teatro dell’Elfo, ripropone un terzo monologo di Bennett, Un letto fra le lenticchie (inizialmente programmato nel periodo 2-13 dicembre 2020), completando idealmente il trittico.

Un abisso, dicevamo. Sì, perché Violet è agli antipodi del personaggio immaginato da Ricky Gervais. Non c’è alcuna traccia di cinismo in lei, al contrario, riscontriamo solo il pudore e la tenerezza di un’anima immacolata. Se il suo corpo è ricettacolo e testimone dei segni lasciati dallo scorrere implacabile del tempo (è costretta su una sedia a rotelle, trema, soffre di afasia post ictus), capiamo dalle sue parole che il cuore le si è salvato dalla mutilazione che rende l’altra vecchietta con la quale l’abbiamo voluta mettere allo specchio, così distaccata, gelida e sarcastica. Certo, il registro stilistico di Bennett è sempre permeato di ironia, a volte anche molto amara ma Violet è tremendamente dolce e in fondo così umana nella sua fragilità messa a nudo. La cosiddetta terza età può ancora essere come Violet o deve per forza rispecchiare la nostra grottesca maschera fatta di strafottente autosufficienza sbandierata fino alla nausea? Saper invecchiare dovrebbe essere un’arte, ma nella nostra stanca e sclerotica società si pratica ormai solo una ridicola e isterica negazione del naturale processo della senescenza (e della morte). I vecchi o scimmiottano i giovani (incluso il loro patetico nichilismo della serie odiare e disprezzare tutto e tutti) o diventano semplicemente invisibili, rovine umane da rottamare se osano davvero fare i vecchi, da parcheggiare e dimenticare nelle ‘case di cura’ – triste ossimoro, poiché abbiamo visto come questi posti si siano invece trasformati in fabbriche di morte durante l’emergenza sanitaria tutt’ora in corso.

E davvero, come afferma visibilmente commosso alla fine lo stesso Luca Toracca, questo spettacolo si vuole un manifesto per gli anziani, per non dimenticarli, soprattutto oggi che la legge ormai lo esige, con chirurgica e insensata spietatezza (distanziare, allontanare, isolare sono le nuove, sciagurate parole d’ordine). Perché un vecchio che muore è una biblioteca che brucia, ma prima di questo è un essere umano la cui dignità va protetta a tutti i costi dallo squallore dell’esclusione, della solitudine, dell’indifferenza e dell’isolamento.


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