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Oggi verso domani: la libertà di informazione unica arma contro il fascismo

 

Si doveva parlare, a Marzabotto, del fascismo che si pone contro la libertà di informazione; ma si è finito per mettere ancora più in luce come la libera informazione possa essere la vera arma per sconfiggere il fascismo.

È infatti chiaro che le nuove forme di fascismo proliferate sulla Rete hanno posto al centro del bersaglio la Libera informazione e i giornalisti, nel tentativo ci creare un oscuramento tale per cui sia possibile allacciare rapporti, creare alleanze più o meno esplicite.

L’ha ben presenta la sindaca di Marzabotto, Valentina Cuppi: «I giornalisti che combattono le fake news sono messi nel mirino delle tante organizzazioni fasciste presenti oggi perché è la cattiva informazione che alimenta certi ambienti. E anche chi difende la verità viene minacciato e insultato per il lavoro che svolge».

L’incontro era moderato dall’on. Walter Verini, della Commissione Parlamentare Antimafia e presidente del Comitato interno alla Commissione che si occupa di giornalisti minacciati: «Oggi è importante essere qui, perché il fascismo ha vestito i panni delle violenze in Rete, degli assalti alle Sinagoghe, della strage di Utoya; e per contrastare questi atti serve un nuovo antifascismo, che sia una difesa della libera informazione e dei giornalisti che vengono minacciati per il loro lavoro. “Bisogna impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent’anni” disse un pubblico ministero nel corso del processo contro Antonio Gramsci. Oggi qualcuno la pensa ancora così».

«I fascisti del Duemila non indossano più il fez, ma abiti ricercati e alla moda. Il fascismo odia l’informazione, lo provo da anni, sulla mia pelle, perché i fascisti sono come i mafiosi: vogliono il silenzio intorno a sé – ha detto Paolo Berizzie in questo silenzio tessono rapporti. Ricordatevi dell’episodio di Como, quando un gruppo di skinhead interruppe una riunione di volontari di ‘Como senza frontiere’ e li costrinse ad ascoltare la lettura di un messaggio; questi non sono più episodi da ragazzotti del bar. Se dici come operano questi personaggi, come si infiltrano nelle istituzioni, smascheri il loro modo di agire davanti all’opinione pubblica; e diventa più difficile per loro sdoganare una cultura fascista che trova sponde. “Prima gli italiani” non è esclusiva della Lega Nord, ma nasce tra i seguaci di Casapound, per poi essere utilizzata come slogan da Borghezio. Certi politici si sono appropriati di motti e personaggi, facendoli propri per guadagnare voti. E tutto questo è potuto accadere anche per colpa della distrazione dei mezzi d’informazione, che avevano sottovalutato il fenomeno. Anni fa, quando scrivevo del tema del neofascismo, molti colleghi e una certa parte della Sinistra mi prendevano per visionario. Ma se dici che il fascismo non esiste più, il fascismo ha già vinto».

Asmae Dachan inizia il suo intervento ricordando un episodio recente: «Un giorno ho trovato una busta, nella cassetta; era indirizzata alla Cav. Asmae Dachan. Mi sono emozionata pensando all’investitura di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, perché ho ripensato a quando i Cavalieri erano chiamati a difendere i più deboli. Io mi sono inginocchiata davanti ai Partigiani e ai diseredati, sentendomi investita di questa responsabilità; come Italiana. Ma poi sono arrivati messaggi d’odio inusitati, scatenati da una persona in particolare, che ha dato il via a una catena di attacchi gratuiti. Una donna sottomessa, mi hanno definita; ma io oggi sono qui, da sola, senza aver chiesto il permesso a nessuno; sono una Musulmana che ha Cristo nel cuore. Voglio essere un esempio, perché io sono figlia di migranti, ma non sono migrante: sono italiana a tutti gli effetti. Il mio antifascismo è nato a scuola, quando la professoressa ci ha portato in visita al cimitero di Ancona, la mia città. Qui ho visto le tombe dei caduti della Seconda Guerra mondiale; e ho visto insieme simboli religiosi di ogni Credo. Se io posso godere dei miei diritti e onorare i miei doveri, lo devo a quelle persone; se io posso essere giornalista oggi, lo devo a loro. Ho visto la guerra nella Siria dei miei genitori e mi sono sentita in dovere di raccontare le sofferenze di quel popolo. Ho sentito il dovere di farlo dopo la morte di Marie Colvin, uccisa durante l’assedio di Homs, nel 2012. Quando sono arrivata al confine siriano ho dovuto riorganizzare i miei ricordi; rammentavo bellezza, mi trovavo davanti campi profughi. E una religione che era diventata mafia, che si era trasformata in fondamentalismo e jihadismo. In un paese che nel 1954 aveva offerto ospitalità a personaggi del calibro di quel Brunner che è passato alla storia come l’ideatore delle camere a gas. La Siria che ci troviamo davanti oggi è il risultato dell’istruzione che ha portato quella mentalità».

Ha chiuso il dibattito Beppe Giulietti, Presidente della FNSI: «Sto girando l’Italia per ringraziare le comunità, dove si forma e si esercita una memoria costruttiva. Semi e piante che trasformano il dolore in forza. I fascisti che minacciano giornaliste e giornalisti che denunciano e fanno luce su sistemi politici conniventi con un sistema che deve essere ritenuto in contrasto con la nostra Costituzione. Paolo Berizzi tutti i giorni fa nomi e cognomi, mostra fatti; è questo il suo capo d’imputazione. Saremo felici quando le scorte non serviranno più per persone come Paolo o la Senatrice Segre, ma quando poliziotti e carabinieri potranno occuparsi di fascisti e mafiosi che minacciano i giornalisti e i liberi cittadini. In un paese serio dovremmo essere onorati di avere persone come Asmae, che dona luce e speranza a chi vive nel buio e nella disperazione. Oggi il più grande nemico del totalitaristi qui evocati è il Papa, che viene continuamente attaccato per la sua difesa degli ultimi e per la sua condanna alla globalizzazione dell’indifferenza; mi fa specie unire nel pensiero due personaggi che apparentemente potrebbero sembrare così distanti, ma oggi parlando di odio verso gli indifferenti non posso che accomunare Papa Francesco e Antonio Gramsci. È un privilegio essere qui, a Marzabotto, per testimoniare con la nostra presenza la vicinanza a colleghi coraggiosi e con la schiena dritta e a una comunità che trae forza dal dolore».

 

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