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Turchia, l’avvocato Aytaç Ünsal è libero. “Mia liberazione frutto vostre pressioni”

 

Il Collega avvocato Aytaç Ünsal è libero.

Questa la traduzione delle sue parole all’uscita in sedia a rotelle:

“La mia liberazione è il frutto delle vostre pressioni. Ciò che mi sta succedendo lo devo al vostro amore. Vi amo tutti, insieme vinceremo!”

La Corte Suprema turca ha deliberato ieri di scarcerare Aytaç Ünsal, avvocato per i diritti civili in Turchia, entrato in sciopero della fame da oltre 200 giorni. Il 32enne è in condizioni critiche dopo mesi di assoluto digiuno per protesta contro gli arresti di molti avvocati da parte del governo di Ankara e per pretendere un processo equo per tutti.

Secondo il provvedimento della Corte, l’avvocato Unsal deve essere «immediatamente liberato a causa pericolo che rappresenta per la sua vita la permanenza in prigione».

Nei giorni scorsi, i medici lo avevano visitato ed avevano comunicato con urgenza il deterioramento delle condizioni di salute e l’indebolimento del suo sistema immunitario, ipotizzando il decesso immediato in caso di un possibile contagio da Coronavirus.

Aytaç Ünsal era collega e amico di Ebru Timtik, l’avvocata detenuta da mesi e morta venerdì scorso dopo 238 giorni di sciopero della fame. Dopo la morte del Timtik si sono intensificate le proteste, di conseguenza le petizioni e le campagne internazionali per chiedere il rilascio di Unsal. Entrambi sono stati accusati di appartenere all’organizzazione Dhkp-c, che Ankara considera antigovernativa e quindi terrorista.

Molta opinione pubblica si concentra sulle sorti di questi avvocati ed oggi è ancora più importante richiamare l’attenzione su quanto sta accadendo in Turchia, ma invero anche in altri Paesi Europei, perché è evidente l’intento politico in atto di limitare le libertà ed i fondamentali diritti civili riconosciuti al livello internazionale.

Le categorie maggiormente attaccate sono infatti gli avvocati ed i giornalisti.

I primi, nel tentativo di intimidirli dall’assumere la difesa di oppositori di un regime autoritario che non lascia spazio alla libera espressione del pensiero, specie se contrario al potere.

I secondi proprio in quanto depositari del libero pensiero democratico, che diffondono attraverso quello che scrivono e pubblicano.

Gli avvocati, in particolare, da mesi protestano in tutta la Turchia contro il progetto di legge ai fini dell’istituzione di un ordine professionale alternativo a quello esistente, che verrebbe eliminato perché rappresentativo di una gran parte di categoria dissidente e fortemente critica nei confronti della politica governativa.

La proposta è stata presentata in Parlamento il 30 giugno scorso e una volta approvata, il governo guadagnerebbe anche il controllo sulle elezioni degli organi direttivi degli ordini professionali forensi a livello territoriale. La maggior parte degli avvocati sostiene che Erdoğan ha intenzione di creare associazioni professionali riconducibili in toto al Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), attualmente al governo del paese, proprio con lo scopo di limitare il diritto di liberamente esercitare la funzione legale e quindi il diritto di difesa.

Ma all’interno degli ordini territoriali degli avvocati del Paese si continua a difendere con coerenza i giornalisti, i politici d’opposizione e gli attivisti per i diritti umani, anche a costo della vita, come abbiamo purtroppo constatato. Di contro, parte del sistema giudiziario turco ovvero il Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri è considerato oramai un organo al servizio del governo, sotto continua verifica attraverso il Ministero della Giustizia.

La società civile turca invece è fra le più impegnate d’Europa, e pur essendo attiva dalla fine degli anni Ottanta in favore dell’ingresso in Europa del Paese, oggi viene fortemente osteggiata perché costituisce un ostacolo ad una ideologia autoritaria del potere, che si rifà ai tristemente noti regimi dell’est asiatico, ai quali Erdoğan ha sempre dichiarato e dimostrato di ispirarsi.

E così le spinte progressiste degli avvocati e dei giornalisti frenano la discesa sociale verso una forte identità islamica, e si oppongono alle istituzioni pubbliche, volutamente orientate verso la realizzazione di una superpotenza economica con rilevante peso commerciale, tecnologica e persino bellico.

Il governo di Ankara, specie negli ultimi tempi, chiude ogni porta al processo di modernizzazione occidentale e di laicizzazione avviato dopo la rivoluzione di Atatürk, e la criminalizzazione di tutti i movimenti di opposizione, unita alla repressione, anche fisica, di ogni critica e di ogni pensiero contrario, con improvvise carcerazioni per minaccia alla sicurezza nazionale, sono fra le più pericolose espressioni di questo ufficiale radicalismo ideologico.

Martedì 30 giugno scorso, davanti al Tribunale di Çalayan, gli avvocati hanno protestato ufficialmente e Mehmet Durakoğlu, presidente dell’Ordine forense di Istanbul è lapidariamente intervenuto:

“Non riuscirete a dividerci – ha detto, rivolto al governo – Noi rappresentiamo i valori laici della democrazia. Siamo avvocati della rivoluzione illuminista. Siamo avvocati laici e democratici. Siamo avvocati di Atatürk e dello stato di diritto. Se ci dividete, dividerete il popolo. Non avrete più nessuno che vi difenderà. Chi difenderà i bambini che subiscono abusi? Non troverete nessuno a difendere le donne che subiscono violenza, nessuno che reagirà contro lo scempio dei diritti e delle libertà. Ma noi ci saremo! Ci saremo perché noi siamo avvocati!”.

Ma i telespettatori delle emittenti televisive Tele 1 e Halk Tv non hanno potuto ascoltare queste parole perchè la sera stessa le reti hanno dovuto mettere in onda solo uno schermo nero con la scritta bianca: “Questa per Halk Tv è una censura storica: Per cinque giorni lo schermo sarà nero”.

La RTÜK, infatti, la massima autorità di controllo delle telecomunicazioni turche, aveva oscurato per cinque giorni le due reti televisive per le sue posizioni critiche verso Erdoğan ed il suo partito, ed a quanto risulta, fino ad oggi in Turchia sono stati 121 i media ai quali è stato impedito di continuare: 53 giornali, 20 riviste, 18 emittenti televisive, 24 stazioni radiofoniche e 6 agenzie di stampa.

Durante una videoconferenza con i delegati provinciali dell’AKP, Erdoğan ha chiaramente avvertito che intende emanare una legge per obbligare le piattaforme social ad avere nel Paese una loro rappresentanza legale con almeno un esponente governativo all’interno, che garantisca l’adeguamento ai provvedimenti adottati dai tribunale.

L’Autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (BTK) inoltre potrà tramite questo rappresentante interno controllare sempre se le piattaforme restano conformi alla normativa turca, passando al vaglio tutte le informazioni relative agli utenti ed operando il backup continuo di tutti i dati, e in caso di inosservanza, il traffico Internet del provider verrebbe ridotto del 95% dai giudici, impedendo così la navigazione in rete.

La condizione degli avvocati e dei giornalisti in Turchia mette in pericolo uno dei principi fondamentali del sistema democratico: la garanzia di non essere messi sotto accusa esclusivamente per le proprie opinioni e il diritto di essere assistiti e difesi da un avvocato indipendente e non condizionato da alcun potere politico.

Si chiama libera professione anche perché consente a chi la svolge di potersi esprimere in favore del proprio assistito, senza paura di ritorsioni o sanzioni, e libera espressione del pensiero perché poter manifestare la propria opinione è una libertà riconosciuta da tutte le moderne carte costituzionali, oltre ad essere sacralizzata dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che all’art. 19 recita: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

Soprattutto però la libertà di espressione è sancita dall’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950 dai 13 stati al tempo membri del Consiglio d’Europa, fra i quali paradossalmente la stessa Turchia.

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.

La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.”

E nella Convenzione Europea viene garantito all’art 6 anche il diritto all’equo processo, per ottenere il quale in Turchia nel 2020 si può arrivare a morire di fame in carcere.

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