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«Mai potuta sopportare la mia faccia in uno specchio»

 

Milano, Teatro Franco Parenti – A un primo ma superficiale approccio al lungo monologo viene da pensare che si tratti solo della riduzione teatrale del testo scritto da Federico Fellini che a sua volta appare come un abbozzo, un ‘incunabolo’ del copione del film, Giulietta degli spiriti – peraltro rielaborato da Ennio Flaiano e Tullio Pinelli −, e che deve a questo il passo però per la visionarietà, talvolta raggelante e spesso grottesca, che il genio umano e carnale del regista riminese ha imposto nel ritmo narrativo di un sincopato flusso di coscienza. In realtà lo spettacolo di Valter Malosti, che si avvantaggia di un adattamento di Vitalino Trevisan, va oltre l’interpretazione del testo felliniano e sfocia in un’idea, personale e autonoma, in grado di rappresentare il racconto ma anche di superarlo nell’azione scenica, si potrebbe dire mimica, di fascino sottile e attraente pur nella impressione di semplicità che desta il palco.

Se vedersi allo specchio fa orrore, se si scopre a dodici anni che «quell’uomo in camicia nera e stivaloni», un gerarca fascista, invaghito del Duce fino al ridicolo, non era davvero il proprio padre e lo si comprende dalle parole di un mediocre funzionario divenuto subito simbolo di una notte dell’anima dove lentamente si precipita in una paranoia senza esito, se il tradimento coniugale è il simulacro di un fallimento, di un allontanamento progressivo dalla certezza di sé, cosa ci potrà mai salvare. L’evidenza di un destino che si cerca di condizionare con il sogno, sempre più invadente, con le ingenue aspettative indotte da maghi, cialtroni e lucignoli oppure con la cruda, scioccante ricerca di una verità inutile. Una verità, prosaica disarmante, che non ha nulla di salvifico. Una verità fatta della peggiore mancanza di empatia che una sorella innamorata delle proprie certezze serve squallida e ferale, vestita della più stolida banalità. L’essere traditi nell’assenza di un più ampio apparato diventa la perdita della propria dignità, la rottura insanabile del tessuto emotivo. Eppure nell’ultimo momento della recita Giulietta, che progettato il suicidio, lo sta mettendo in atto, si accorge di una lama di sole che entra nella casa e traccia nel paesaggio una strada di luce e forse, la bellezza che è fuori, che assomiglia alla ballerina con la quale il nonno, lui sì uomo anarchico e libero, è fuggito, la allontanerà dalla morte. Nella logica dell’autodistruzione nata come un presagio, cercata nelle parole dei morti che ci parlano in sogno o per interposta persona, in una danse macabre ove fanno capolino Casanova, Mussolini, un detective, una madre sciantosa, un gigolò, Gabriella, il cui nome è scandito nel sonno dal marito infedele, Giulietta non è lontana dalla Else di Arthur Schnitzler e scioglie il proprio subconscio in questa fiaba junghiana dove, però, prevale un evidente interesse per i temi parapsicologici sulla psicologia, assenti nell’autore austriaco.

L’aspetto inquietante della scena è acuito dalle ‘presenze’, spesso richiamate nel testo di Fellini, nella foggia di marionette che variamente illuminate, come le maschere del teatro Nō, sembrano prendere vita, paiono emozionarsi o ghignare, muoversi fuori dal nostro sguardo, a latere dell’azione come larve notturnali e pericolose.

Roberta Caronia – che dopo Michela Cescon e sempre con la regia di Malosti aveva interpretato Giulietta nel 2004 −, stretta in una fasciatura claustrofobica che le serra i fianchi e il seno costringendoci a cercare, per lei, l’aria da respirare, appesantita in un abito che invece, lui sì, respira ma le permette il minimo dei movimenti, si esalta con istrionica e coinvolgente bravura, in un balletto fatto di sospiri, pause che un raffinato linguaggio gestuale rende eloquenti. La forza stralunata di una donna che prima si accartoccia e infine si libra sulla propria identità come una farfalla, le cui ali, i lembi della lunga gonna, sono simbolicamente inchiodate al palco, suggerisce Malosti, la poderosa energia trattenuta, sembra voler deflagrare nella fuga del pensiero che dall’intimità cerca una breccia abbastanza ampia per liberarsi.

Appesantita dal male di vivere, in Giulietta si insinua la leggerezza del sogno e insieme permane il senso dello spreco, dell’inutile, del peso della vita sottesa tra il desiderio e la resa, il miraggio della felicità e l’accettazione, questa forse l’unica via alla serenità, della rinuncia.

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