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La Rai e Gerusalemme, stavolta i palestinesi hanno vinto

 

Diritto internazionale. Dopo il caso de L’Eredità, con una sentenza senza precedenti, una corte italiana interviene su Gerusalemme: non è la capitale di Israele. Qual è il sugo della storia? La lotta paga. Insistere, insistere, insistere. La vicenda Tel Aviv-Gerusalemme non riguarda solo un quiz o un esame di geografia. È un simbolo di una tragedia attualissima e collettiva, delle colpevoli ambiguità del consesso internazionale, che si piega docilmente ai diktat di un governo di destra-destra Il tribunale di Roma sezione diritti della persona e immigrazione ha emesso un’ordinanza lo scorso 3 agosto che recita: «…ordina alla Rai radiotelevisione di trasmettere nel corso della prossima puntata del programma L’eredità una rettifica, espressamente riferita a quanto accaduto nel corso delle puntate del 21 maggio e del 5 giugno 2020, contenente la dichiarazione che il diritto internazionale non riconosce Gerusalemme quale capitale dello Stato d’Israele». Si tratta del risultato positivo dell’azione intentata dagli avvocati Dario Rossi di Genova e Fausto Gianelli di Modena, come difensori di due associazioni di palestinesi (associazione Palestinesi in Italia con sede a Milano e associazione Benefica di Solidarietà con il popolo palestinese di Genova), contro l’atteggiamento tenuto dalla Rai in merito alla capitale di Israele. Facciamo un passo indietro. Durante la puntata dello scorso 21 maggio del programma preserale L’eredità, il conduttore Flavio Insinna chiese alla concorrente Simona quale fosse la capitale di Israele. La risposta giusta « è Tel Aviv» fu corretta (4 volte) in «Gerusalemme». Ovvie e immediate si sollevarono le proteste della comunità palestinese di Roma e il caso fu ripreso proprio da il manifesto. Venne mandata una richiesta di rettifica alla Rai, basata sull’evidenza di fatto e di diritto. Le risoluzioni del diritto internazionale e le decisioni delle Nazioni unite hanno sempre ribadito ciò che si trova in un normale manuale di studio: malgrado diversi tentativi israeliani e, da ultimo di Donald Trump, la capitale è Tel Aviv, e non Gerusalemme (fin dal 1947 regolata da un regime speciale di «città sotto regime internazionale»). Insomma, affermare che Gerusalemme è la capitale non è solo un grave errore, bensì una forma di esplicita lotta politica. Dentro il generale contesto di occupazione delle terre palestinesi, considerate dal governo di Tel Aviv (appunto) un territorio coloniale per di più condannato all’apartheid. Una prima replica venne data dal direttore di Rai1 Stefano Coletta con missiva indirizzata all’ambasciatrice Abeer Odeh: parole, però, difensive e imbarazzate. Tamquam non esset. Nella edizione del 5 giugno il presentatore Insinna pronunciò una parzialissima correzione, purtroppo assai pilatesca : «…abbiamo ritenuto di non entrare, noi che non abbiamo titolo, in una disputa così delicata, e ci scusiamo per averla involontariamente evocata, e per questo ai fini del gioco consideriamo nulla questa domanda…». Ma è forse nulla anche la risposta giusta? Nel frattempo, si era tenuto un sit-in davanti al cavallo di viale Mazzini per sollecitare l’azienda pubblica che tergiversava. Voci maligne facevano, però, trapelare la notizia che la rettifica fosse inizialmente di ben maggiore chiarezza, vanificata poi da qualche manina sensibile alle enormi pressioni che arrivano quando si tocca il governo israeliano e la questione palestinese. Un governo, di Netanyahu (e Gantz) che per la precisione se la batte con Orbán e Bolsonaro. Ragionevolmente, dunque, le comunità palestinesi si sono ritenute insoddisfatte e, in assenza di una precisa presa di posizione della Rai, hanno adito le vie legali. Con successo. Ora che succederà, dopo una sentenza così esplicita ed importante a nostra memoria è la prima di una assise italiana su una crisi internazionale? La trasmissione, chissà se diretta dallo stesso conduttore, riprenderà non prima di settembre. Il tempo è sempre una variabile rilevante. Il ricordo rischia di appannarsi. Tuttavia, non si mancherà di tenere viva la memoria. Qual è il sugo della storia? Innanzitutto, come è bene sottolineare sempre, la lotta paga. Insistere, insistere, insistere. La vicenda Tel Aviv-Gerusalemme, inoltre, non riguarda solo un quiz e neppure un esame di geografia. È un simbolo di una tragedia attualissima e collettiva, delle colpevoli ambiguità del consesso internazionale, che si piega docilmente ai diktat di un governo di destra-destra. Ancora. Lo strafalcione è pure figlio di una brutta abitudine della Rai. Vale a dire comprare chiavi in mano format, in questo caso dall’asso pigliatutto Banijay (nata nel 2019 dall’unione di Magnolia e Drymedia), che ha acquisito la blasonata Endemol e oggi domina il mercato. Già. E la qualità dei testi? E la correttezza del prodotto? È necessario, dopo la manifestazione di un sintomo così preoccupante, indagare sulla malattia. La Rai si ricordi di essere un servizio pubblico e non una improvvisata stazione commerciale. Se non viene da lì il buon esempio, da chi allora? Una proposta concreta. Invece di aspettare la prossima puntata del programma, non è preferibile risolvere il tutto con una notizia nel Tg1? In fondo, la novità dell’ordinanza del tribunale è di per sé una notizia, che non può e non deve passare sotto silenzio. La verità è parte integrante dell’etica della buona informazione.

Fonte: Il Manifesto

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