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Arrigo Levi, la parabola di un giornalista 

 
Di Arrigo Levi ricorderemo soprattutto la correttezza, la straordinaria dignità professionale e la forza d’animo. Aveva conosciuto sulla propria pelle l’orrore delle Leggi razziali, venne costretto, insieme alla famiglia, a trasferirsi in Argentina per sfuggire alle conseguenze peggiori della persecuzione anti-ebraica e in quegli anni si formò la sua personalità, la sua concezione azionista della politica e della vita, un anti-fascismo profondo e maturo che sarebbe stato il suo faro non solo in ambito professionale.
Giornalista di rango, fu uno dei primi giornalisti a condurre il telegiornale al posto dei lettori degli anni pionieristici (una delle tante innovazioni introdotte da Enzo Biagi), per poi passare alla Stampa e diventarne inviato e, dopo pochi anni, direttore, prima di occuparsi di questioni internazionali per il Times e di assumere un ruolo di primo piano al Corriere della Sera. Infine, con Ciampi e Napolitano, fu consigliere del Quirinale per le relazioni esterne, portando con sé il garbo, il talento e la professionalità che tutti gli hanno sempre riconosciuto e che ha fatto tante volte la differenza.

Di Levi ci piace ricordare il suo non essere mai stato al servizio di nessun potere, di nessun padrone e di nessun partito, il suo aver sempre detto ciò che pensava e il suo essersi sempre assunto le proprie responsabilità, non parlando mai per conto terzi e non rinunciando in nessun caso a esercitare il proprio spirito critico, frutto di analisi, comprensione dei fenomeni, passione per la realtà, amore per il prossimo e uno sguardo lungo e saggio sul mondo.
Non aveva paura della vecchiaia; anzi, la considerava un’altra fonte d’ispirazione, di scoperta, un’età lunga e bellissima nella quale ritrovare se stessi e riscoprire fragilità e debolezze che fanno parte dell’animo umano e ne costituiscono, probabilmente, l’essenza più vera.
Se n’è andato a novantaquattro anni, al termine di un’esistenza profonda, vissuta intensamente e senza mai risparmiarsi. Ci lascia un’eredità importante, un modo di intendere la professione e i rapporti umani di cui purtroppo sembra essersi smarrito il seme.

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