I giornali del Gruppo Gedi di John Elkann vanno giù, proprio nel primo mese delle due nuove direzioni, Maurizio Molinari, a Repubblica e Massimo Giannini, alla Stampa. L’effetto novità non c’è stato.

E’ questa la prima lettura dei dati di vendita, elaborati da Primaonline.it, di maggio 2020, primo mese post-Coronavirus. Il confronto è con il maggio 2019 e tiene conto delle copie di carta più quelle digitali. Il Corriere perde l’1,44 per cento. Repubblica perde l’8,64 per cento, La Stampa perde quasi il doppio, 15,24 per cento. Ad aprile 2020 rispetto a aprile 2019 (mese Covid su mese non Covid) il Corriere aveva guadagnato lo 0,73 per cento, Repubblica (diretta da Verdelli) aveva perso il 3 e La Stampa (diretta da Molinari) aveva perso il 15.

DISASTRO GAZZETTA

Il campione del mese di maggio 2020 è ancora Il Fatto Quotidiano che, rispetto al maggio 2019, fa un balzo in avanti del 46,65 per cento. Il Sole 24 ore guadagna l’1,57 per cento, mentre il Messaggero va sotto del 21,46 e la Gazzetta, con il campionato di calcio ancora fermo, perde il 65,7.

Ma se invece si confrontano i dati di maggio 2020 con quelli di aprile 2020, primo mese di timide aperture con ultimo mese del lockdown, il Corriere guadagna l’1,49, Repubblica perde il 2,43, la Stampa perde solo lo 0,39, il Messaggero guadagna il 2,44. In questo caso il primo mese di Molinari è stato in lieve arretramento e Giannini ha tenuto. Repubblica ad aprile rispetto a marzo aveva guadagnato il 3,5 per cento mentre La Stampa aveva perso il 2,9. Ancora meglio Giannini di Molinari, quindi.

SCOSSE D’ASSESTAMENTO

I risultati di maggio per Molinari e Giannini possono significare scosse d’assestamento, visto che entrambi hanno cambiato, in breve tempo, immagine e contenuti dei rispettivi giornali. Molinari ha trattato la vicenda del prestito con garanzia pubblica alla Fca (stesso proprietario di Gedi) di 6,3 miliardi con un pezzo intitolato: “Una formula innovativa che aiuterà migliaia di imprese”, che può aver suscitato sconcerto fra i lettori liberal-socialisti del quotidiano fondato da Scalfari. Come dubbi può aver creato il tweet del nuovo direttore a proposito del nero ucciso dai poliziotti a Minneapolis: “La morte di George Floyd è una ferita profonda per gli Usa. Dei bianchi che non hanno saputo contribuire e rimarginarla, ma anche di troppi afroamericani, ‘vittime del proprio vittimismo’, come diceva Obama, incapaci di risollevarsi”. Ci sono poi le firme che hanno salutato e sono andate via, Gad Lerner, Enrico Deaglio, Pino Corrias, nessuno definibile come pilastro identitario di Repubblica. Molinari ha dato al giornale un impronta più british, più atlantica e meno legata ai sussulti dei palazzi romani. Ha introdotto le inchieste “Long form”, quattro pagine fitte di approfondimento sui temi e gli eventi del momento. La sua scommessa si misurerà su tempi più lunghi.

A Torino Giannini ha portato nuovi nomi alla ribalta, all’insegna del motto (parole sue): “Non voglio caproni in prima pagina!”. Ecco Rula Jebreal, star internazionale del giornalismo, Gianluigi Nuzzi, autore di inchieste scandalo sul Vaticano e conduttore tv, Simona Ercolani, produttrice tv, Chiara Gamberale, giovane scrittrice di best seller. “Sembra un talk show”, dicono i critici in redazione. “Da Fruttero e Lucentini a Nuzzi, già firma della ‘Verità’”, notano altri, legati alla tradizione laica e rigorosa del quotidiano Fiat, che ospitava Bobbio, Galante Garrone, Guido Ceronetti. Sicuramente l’intento di Giannini è “ringiovanire”. Vale per lui il discorso fatto per Molinari.

John Elkan (Fca e Gedi) per il momento osserva, con pazienza.

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