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Coronavirus. Da questi mesi durissimi nascerà un nuovo modo di fare giornalismo?

 

È stata un’informazione molto ufficiale quella che ha raccontato l’emergenza sanitaria in Friuli Venezia Giulia, tutta incentrata sulle notizie spacciate ogni giorno alla stessa ora dal vicepresidente della Regione con delega alla Salute e alla Protezione Civile. Bollettini inevitabilmente aridi come i numeri che fornivano, da cui era quasi impossibile far trasparire il fattore umano. Ma è una motivazione che non basta a giustificare l’incapacità della maggior parte delle testate di superare quella barriera e andare oltre per dare un volto ai protagonisti loro malgrado, per restituire umanità, per rendere merito al lavoro soprattutto degli operatori sanitari, a cui altrove si è pur riusciti a dare voce al di là della mascherina e dei dispositivi di protezione individuale. Il Covid coi suoi appelli alla responsabilità e il clima di sudditanza instauratosi si è mangiato tutto, anche l’iniziativa. E si è mangiato le notizie, di fatto non si parlava d’altro, non c’era posto per altro. In effetti la vita si era sostanzialmente fermata, non c’era molto altro da raccontare, se non di come il virus si è accasato nei vari territori. C’è chi lo ha fatto facendo parlare gli esperti, chi dando molto spazio alle cronache locali, c’è anche chi ha provato a creare zone relax, dove Coronavirus era una parola tabù, non riuscendo però a centrare l’obiettivo, perché anziché prendere fiato il lettore si chiedeva se stava per caso leggendo un arretrato. Tutti i giornalisti e le giornaliste, almeno quelli contrattualizzati, hanno lavorato in abbondanza, ma la maggior parte ha riconosciuto di esser stata messa in condizione di lavorare in sicurezza grazie all’accesso allo smart working, alla revisione degli spazi redazionali e alla ridefinizione delle regole o, come nel caso della Rai, all’allestimento di un nucleo di lavoro esterno alla sede, finalizzato a proteggere i lavoratori e le lavoratrici e al contempo a garantire la continuità dell’informazione. Diverso il discorso per i collaboratori, che in molti casi hanno perso tutte le possibilità di scrivere in altri sono stati riconvertiti ad altre tematiche.

Una fase, quella che sta per concludersi, che è servita anche a sperimentare nuove modalità di lavoro, alcune da portare nel futuro, e a riflettere su come costruiamo le notizie. Le videochiamate ad esempio potrebbero in alcuni casi risultare uno strumento vincente per razionalizzare il tempo ed evitare spostamenti non necessari. Essendosi completamente rovesciata la gerarchia delle notizie, si è imparato in alcuni casi a chiedersi cos’è veramente importante e merita spazio e risalto e ad avere maggiore considerazione per le informazioni di pubblica utilità, un servizio di fondamentale importanza non solo ai tempi del Covid. Un’altra lezione di questo periodo è stato il rendersi conto della mancanza d’iniziativa della nostra agenda, che si limita quasi esclusivamente a rincorrere gli eventi, i tweet dei politici e a fare la cronaca delle conferenze stampa: venute meno tutte queste cose ci si è dovuti ingegnare per coprire i buchi e si è colta l’occasione per scrivere di cose per cui non c’è mai tempo e che invece sarebbero importanti, altroché se lo sono.

Chi sa se da questi mesi durissimi nascerà un nuovo modo di fare giornalismo: intanto è nata una nuova pagina dedicata ai bambini sul quotidiano “Primorski Dnevnik” (in collaborazione con la Rai slovena). Almeno qualcuno si è ricordato di loro, nonostante per il Governo fossero invisibili. Questa è decisamente una buona notizia.

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