Non ce ne siamo andati perché il nuovo direttore Molinari non ha pubblicato sul giornale il nostro comunicato sul prestito alla Fca. Ce ne siamo andati perché sentivamo di non rappresentare più la maggioranza della redazione. Perché la redazione ha preferito concentrare l’attenzione sugli attacchi al giornale che vengono dall’esterno piuttosto che sulle informazioni riguardanti la nostra proprietà.

In una lettera molto lunga, molto chiara e molto pacata, il cdr di Repubblica spiega ai colleghi le ragioni delle dimissioni date dopo la chilometrica assemblea di lunedì 18 maggio.

Innanzitutto: “Il Cdr non si è dimesso per protesta contro la decisione del direttore, Maurizio Molinari, di non pubblicare il nostro primo comunicato sulla vicenda Repubblica-Fca: i dissensi, talvolta anche aspri, tra il comitato di redazione e il direttore fanno parte della normale dinamica interna alla vita di un giornale. Ciò che ci ha spinto ad annunciare e a confermare le nostre dimissioni, è stata la percezione del fatto che tra il Cdr e una fetta importante della redazione non ci fosse più un comune sentire su alcuni temi che secondo noi sono fondamentali per il presente e il futuro di Repubblica”.

“Certamente -dicono i 5 ex rappresentanti sindacali, Marco Contini, Dario Del Porto, Marco Patucchi, Carmine Saviano e Giovanna Vitale- la decisione del direttore di chiedere e pubblicare in prima pagina un commento di sostegno alla richiesta di Fca di un prestito garantito dallo Stato, è stata la causa scatenante dell’ultima crisi. Il punto è che la nostra decisione di intervenire pubblicamente per segnalare questa situazione non era sufficientemente condivisa”.

INTERESSI IMPRENDITORIALI

L’intento del cdr -spiegano- era di mandare una serie di segnali:

all’editore, ricordandogli che storicamente Repubblica è sempre stata attentissima a creare una separazione tra sé e i legittimi interessi imprenditoriali (ma non editoriali) della proprietà;

al direttore, per metterlo in guardia dal rischio (reso ormai palese dai numerosi messaggi di protesta indirizzati al giornale) di alienarsi una parte non irrilevante dei propri lettori;

all’intero gruppo dirigente del giornale, rammentando che vigilare sulla credibilità di Repubblica è un compito che spetta a tutti noi;

alla redazione, per ribadire che il Cdr era al suo fianco nel tentativo di tutelarne l’autonomia professionale;

e agli stessi lettori, a cui desideravamo far sapere che l’indipendenza di Repubblica è un bene che riteniamo irrinunciabile.

Ci tengono poi a precisare di non aver voluto attaccare l’autore del commento su Fca (Francesco Manacorda): “L’unico obiettivo che non abbiamo mai avuto era mettere in difficoltà l’autore di quel commento. Al contrario, piantando alcuni paletti, ritenevamo di stabilire una forma di tutela nei confronti di chiunque in futuro possa trovarsi nella scomodissima posizione di volersi sottrarre a una richiesta che lo/la dovesse mettere in imbarazzo”.

LA RICCHEZZA DEL GIORNALE

Ma tutto questo -secondo il cdr- la redazione non lo ha compreso, o condiviso fino in fondo: “A quel punto abbiamo accettato di mediare su un comunicato che spostava significativamente l’asse del ragionamento rispetto al nostro (mettendo l’accento sugli attacchi esterni al nostro giornale anziché sulle nostre contraddizioni interne), pur di non tacitare la voce dei giornalisti di Repubblica; e abbiamo confermato le nostre dimissioni”.

Dunque: “Se su un tema fondamentale quale l’autonomia della nostra testata, e il modo di difenderla, non c’è identità di vedute tra la redazione (o significative parti di essa) e il comitato di redazione, il Cdr ha l’obbligo di farsi da parte. E deve aprire la strada a un nuovo organismo che sia in perfetta sintonia con la comunità dei giornalisti che rappresenta.

E’ con questo spirito che ci siamo dimessi. Ed è col medesimo spirito che facciamo appello a tutti quanti – ma in modo particolare a quei capi-struttura che nella nostra discussione hanno giustamente sottolineato la necessità di controbattere gli attacchi a cui il nostro giornale è sottoposto da settimane – a tutelare quotidianamente l’indipendenza interna dei settori e di tutti i giornalisti.

La credibilità di Repubblica, la sua indipendenza e la sua autonomia, sono la nostra ricchezza. Possiamo avere opinioni differenti su come difenderle, ma non sul fatto che vadano salvaguardate”.

Alla fine il cdr afferma di avere l’ambizione di credere che l’evidente correzione di rotta impressa dal giornale nel modo di informare sulla vicenda dei prestiti Sace al gruppo Fca sia, almeno in parte, il risultato del suo – pur scarsamente condiviso – intervento.

Ora si avvia la procedura per l’elezione di un nuovo cdr, secondo le consuetudini di Repubblica: nomina di 5 “saggi” che dovranno sondare la redazione, raccogliere le candidature e cercare di comporre una rosa adeguata .

Per finire, ringraziamenti e “buona fortuna a tutti noi”.

Da professionereporter