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Parole velenose, alla Latouche, lette alla scuola, a sua insaputa, di Bruno Amoroso

 

Serge Latouche ha il grandissimo merito di aver capito e spiegato che la radice di molti dei mali della nostra epoca sta nella  crescita. Ed ha il torto, come tutti coloro che dicono cose giuste ma restano inascoltati,  di non essere riuscito a  far comprendere ai più la sua idea e a farla penetrare largamente nella opinione pubblica  improntando   la mentalità delle persone “comuni”. A sua discolpa sta il fatto che  nessuno è più sordo di chi non vuol sentire e nessuno più stupido di chi non vuol capire.

Se fosse riuscito a fare accogliere la sua lezione  le diseguaglianze sociali ed economiche tra i cinque continenti  e tra i singoli paesi di ogni  continente nonché tra le classi di ciascun paese non avrebbero raggiunto le attuali, insopportabili dimensioni; inoltre la devastazione del pianete avrebbe subito un decelerazione e molto probabilmente il corona virus, in presenza di minori  alterazioni  del suo habitat naturale, non   sarebbe giunto da noi.

Il suo insegnamento, benché in ritardo, andrebbe  dunque ripreso.

Latouche ha anche insegnato, che alcune parole sono velenose. Le parole infatti, come sosteneva Carlo Levi sono pietre,   le pietre con le quali sono costruiti i pensieri  che formano i concetti.  Questi girano per il mondo,entrano nelle menti delle persone e ne plasmano la mentalità formando così il senso comune delle popolazioni. Perciò,se in un concetto si insinua un’’idea sbagliata, anch’essa entra a far parte della mentalità delle singole persone e concorre a formare il senso comune infettandolo. Ma non ci se ne accorge, perché l’idea sbagliata agisce come il veleno che se preso a piccole dosi viene assunto senza  destare allarme. Capita così  che qualcun@ si  accorga d’un tratto di professare idee che non condivide. Ma si tratta di eccezioni. La maggior parte delle persone  non se ne accorge e pratica idee sbagliate senza saperlo.

Il professor Latouche l’ho incrociato per due intere giornate a Napoli, in occasione del ControG7, al qual partecipai presentando un documento scritto con Alberto Castagnola, economista, autore tra l’altro di una  proposta di riconversione a scopi pacifici dell’industria bellica italiana. Un’idea anch’essa non accolta  ma   che se lo fosse stata   avrebbe potuto   cambiare il corso delle cose, almeno nel nostro paese.

Al ControG7 il prof. Latouche   venne per tenere una delle due relazioni di base. L’altra fu svolta da un altro personaggio noto, Bruno Amoroso, economista eretico, comunista eterodosso, allievo di Federico Caffè che a scanso di incidenti nei ribollenti anni settanta lo spedì all’Università di Roskilde in Danimarca, dove restò ad insegnarvi economia tutta la vita.

Non ho   avuto più  occasione di incontrare il professor Latouche; invece con  Bruno Amoroso in quei due giorni napoletani sorse un’amicizia  che dura ancora e mi permise di frequentarlo.. L’ultima volta che  lo sentii  fu per telefono  dal suo letto di ospedale a Copenaghen da dove mi chiamò per incaricarmi di  organizzare la presentazione della sua autobiografia. Contava di guarire presto  e parteciparvi per cui  fissammo la data. Vennero tantissime persone, sue amiche ed estimatrici, ma lui mancò. Dopo poco tempo morì. La sua morte non ha però posto fine alla nostra amicizia, poiché  come è noto  la morte porta via i corpi ma non distrugge le idee, i sentimenti, le amicizie.

Per questo mentre scrivo  penso  a lui con affetto,stima ed anche  riconoscenza  per quel che mi ha insegnato, perché a sua insaputa  mi iscrissi  alla sua scuola  studiando  sui suoi libri, seguendo  le sue ricerche, facendo  tesoro di innumerevoli conversazioni.

Da lui ho imparato   che ha ragione Latouche, essendo la crescita davvero  radice di molti dei mali della nostra e poca. E poi che la globalizzazione non si sarebbe limitata a ridurre le distanze ed unire i mercati ma avrebbe   causato un aumento smisurato delle diseguaglianze, consistendo in un’inversione  della logica dell’accumulazione del capitale, che  invece di procedere per inclusioni, come nel periodo fordista,  stava   procedendo per esclusioni. Imparai anche  che  il capitalismo si stava espandendo manifestando al massimo  la sua violenza predatoria ed avrebbe provocato un apartheid globale. Ho imparato pure  che la globalizzazione dei diritti, cui si stava aggrappando  una parte delle sinistre illudendosi di poter cavalcare l’onda  che  andava di moda,  era una solenne idiozia. Ed infatti i diritti invece che globalizzati sono stati ridotti e lo Stato Sociale posto in crisi.

Ho imparato questo ed altro. Anche la lezione di Bruno è però  rimasta inascoltata.

Ora provo ad applicarla alla cura di alcune parole .Avendo frequentato in incognito la sua scuola non ho sostenuto esami  e non ho avuto quindi la sua verifica su quel che credo di aver capito ed ho imparato. Per questo di quel che scriverò di alcune  parole  che ritengo velenose sono responsabile solo io.

Secondo me affinché nella terza fase dell’emergenza pandemica si possa partire per  costruire un’economia diversa, ad esempio un’economia,  per dirla con Maurizio Landini e – perché no?- con papa Francesco, che abbia al  centro non il profitto ma le persone, occorre mettere in circolo pensieri nuovi e cioè usare   parole nuove.

Iniziamo da quelle  che si adoperano per organizzare il lavoro e verifichiamo se sono adatte a dar vita a forme  coerenti con l’obiettivo di un’economia  con al centro l‘essere umano.

Ecco la prima: Capitale Umano. Quest’espressione non esisteva  quando, a cavallo tra gli anni 40 e 50 del secolo scorso,  frequentavo la Facoltà di Economia della Federico II a Napoli,che all’epoca insieme a quella di Torino passava per la migliore d’Italia.  Si conoscevano i termini capitale fisso, capitale  circolante, capitale tecnico; più tardi capitale fisso sociale. Ma capitale umano no. Questo concetto è  apparso molto dopo, una quarantina  d’anni  fa, in connessione   con l’ondata di  neoliberismo che ci ha sommersi. Essa è riduttiva, prende in considerazione solo alcuni aspetti delle lavoratrici e dei lavoratori e tutti su di un’unica dimensione, quella produttivistica. Riduce le persone a meri mezzi di produzione alla stregua di un qualsiasi altro strumento impiegato per produrre. E’ icastica: indica perfettamente che  lavoratrici e lavoratori sono assorbite/i nel Capitale che  li/le incorpora ed integra in sé. L’impiego di questa espressione   non è senza conseguenze divenendo  il criterio in base   al quale    si organizza l’impresa e si ordina il lavoro in evidente contrasto  con la scelta   di porre la persona al centro del sistema  economico.

Lo stesso vale per l’espressione “risorse umane”. Se nel corrente linguaggio  aziendale gli esseri umani non sono considerati nella loro complessità ed interezza, ma solo come risorse produttive, non c’è da meravigliarsi  se con l’avvento delle nuove tecnologie, alle quali lavoratori e lavoratrici nati/e troppo presto erano impreparati/e,è insorta l’obsolescenza dei quarantenni come è avvenuto abbondantemente  anni fa. Così non c’è  da   eccepire se nel contesto delle conseguenti  ristrutturazioni aziendali,  in presenza di  un’innovazione che  nel modo di produrre   sostituisce  la prestazione di lavoro di un essere umano con quella  di una macchina, persone in carne ed ossa, sentimenti e speranze risultino in eccesso   come qualsiasi altra risorsa  e vengano perciò classificate/i esuberi.

Egualmente  molto  velenose  sono le parole  competizione e concorrenza, che per altro  sono state fortemente manomesse. Veicolano infatti  idee ben lontane dai   significati che le rispettive  etimologie  suggerirebbero

Competizione viene da  cum petere, cercare insieme. Dovrebbe suggerire l’idea di collaborazione, convergenza di sforzi e di intenti. Invece vuol dire  rivaleggiare, confliggere sino  a che  l’uno/a prevalga  sull’altro/a. Si compete da per tutto e su tutto: non solo tra imprese ma persino tra chi lavora dentro una stessa impresa; si compete pure a scuola, all’U-niversità, e tra Università, ovunque.  Ciò a dimostrazione  che per mezzo delle  parole le idee  dilagano e  contagiano   campi diversi da quelli per i quali sono state concepite.

Così è della parola concorrenza che  invece  di dare l’idea di un correre insieme, di cooperare  sta ad indicare un sistema  selettivo  di tipo darviniano a seguito del quale c’è chi resta in corsa e chi è scartato. E gli scarti sono anche esseri umani.

Si potrebbe obiettare che  competizione e concorrenza sono  essenziali per  assicurare  efficacia ed efficienza. Ma non è così.

Se ne discusse  una sera a Lugano, in una riunione dell’omonimo club promosso da Bruno Amoroso. La risposta fu che efficacia ed efficienza si possono ottenere anche  con la cooperazione,cioè  con l’impegno coordinato di tutti e tutte verso  un obiettivo comune, nella consapevolezza che o lo si raggiunge insieme o non lo si raggiunge. Ce ne mostrò un esempio dal vivo Giuseppe Stoppiglia,  vissuto molti anni in America Latina, raccontandoci  un episodio della sua vita di prete missionario. Un giorno, capitato in un villaggio sperduto nella foresta, provò ad animare il pomeriggio di una gruppo di ragazzini; li schierò dietro una riga tracciata sul terreno e li invitò ad una corsa mettendo in palio  un piccolo  premio. Contrariamente a quanto si aspettava i ragazzi al via  non si misero a correre ognuno per proprio conto, ma istintivamente, senza mettersi d’accordo,  si presero per mano e corsero tutti insieme. La durezza del’ambiente naturale aveva loro insegnato che solo aiutandosi reciprocamente si riesce a sopravvivere.  Che si potesse gareggiare, tanto meno competere era fuori della loro mentalità, non avevano nemmeno le parole per esprimere comportamenti del genere.

Una visione delle cose che non rientra nei nostri parametri ma che dobbiamo acquisire cambiando la  mentalità    inculcataci dal Capitalismo. Si può fare. Con le parole giuste, con un nuovo linguaggio.

Lo stesso occorre se  vogliamo puntare verso un’economia   che non abbia l’assurda pretesa  di  crescere all’infinito all’interno di un sistema che ha dei limiti precisi come il nostro pianeta  e che non causi diseguaglianze, esclusioni ed apartheid.

A questo fine le parole da sostituire sono crescita e sviluppo. Non  sono sinonimi pur essendo strettamente connesse. Si riferiscono a due  realtà assolutamente incompatibili con la sostenibilità sia ambientale che sociale . Non ci si può illudere: non si tratta di cercare un altro modello di sviluppo, occorre cercare una altro modello di economia. O c’è sostenibilità o c’è sviluppo; o si punta alla occupazione o si mira alla crescita. Ricorderemo tutte e tutti che già alcuni decenni fa i quotidiani denunciarono  con titoli cubitali  che eravamo  di fronte ad una crescita senza occupazione. Ora la contraddizione è ancora più netta.

Se vogliamo puntare ad  una economia  che   tenga insieme giustizia sociale e giustizia ambientale e  ponga al centro la persona dobbiamo cambiare strada e per farlo si deve comporre un nuovo lessico economico. E farlo in fretta, come il corona virus ha dimostrato senza possibilità di dubbi.

Per questo nei giorni iniziali della fase 2 dell’emergenza pandemica sono tornato alle lezioni  di quei due maestri che per  mera  fortuna ebbi la ventura   di incontrare  a Napoli, in due giornate del 1994 e di divenire amico di uno dei due   oltre che,  a sua insaputa, anche suo allievo.

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