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Fellini e mamma Rai

 

C’è un lungo rapporto tra Fellini e la RAI che ha inizio addirittura con l’EIAR, la sigla con cui era conosciuto l’ente pubblico radiotelevisivo fino all’immediato dopoguerra. Federico era poco più di un ragazzo, scriveva sul Marc’Aurelio le sue favolette lunari, venate di un umorismo leggero, sottile, vagamente sentimentale, molto apprezzato soprattutto dal pubblico degli studenti: nel 1939 la rivista quindicinale vendeva 300.000 copie! Una delle sue rubriche più fortunate, “Cico e Pallina”, godeva di un tale consenso che venne riproposta sottoforma di programma radiofonico; erano i dialoghi stralunati di una coppietta appena sposata e, quando si dice il caso (il caso?), a interpretare la parte di Pallina era stata chiamata Giulietta Masina, che muoveva in primi passi di attrice nel teatro universitario. Così proprio nei corridoi dell’EIAR era avvenuto l’incontro fatale tra Federico e Giulietta, coronato dallo sposalizio appena sei mesi dopo, il 30 ottobre 1943, a ventitré anni l’uno e ventidue l’altra. Un matrimonio durato esattamente mezzo secolo, fino alle Nozze d’Oro raggiunte un giorno prima che il regista si spegnesse.

Dalla fine degli anni Sessanta la RAI, in più di un’occasione, era diventata co-produttore di alcune pellicole del regista, grazie soprattutto a Paolo Valmarana, critico cinematografico del quotidiano Il Popolo e funzionario responsabile della sezione cinema, da lui fondata e curata fino alla morte. Un benemerito della Settima Arte, che dopo Fellini riuscì ad attrarre nell’alveo della televisione altri autori di talento i quali, nella logica della distribuzione commerciale, non sarebbero riusciti a trovare le risorse necessarie per realizzare i loro film. Uno per tutti il cantore degli umili Ermanno Olmi, insieme al quale Valmarana addirittura avviò a Bassano del Grappa il laboratorio Ipotesi Cinema per la formazione di giovani cineasti.

Se un film di un autore incontrava problemi finanziari, a sostenerlo accorreva Paolo Valmarana, persuaso che favorire i film di impegno artistico fosse compito del servizio pubblico sorretto dagli italiani con il pagamento del canone. Fu così che il lungimirante dirigente, nel 1968, appoggiò l’impresa di Peter Goldfarb, produttore per l’americana NBC di Block Notes di un regista, acquistando la quota di partecipazione che allora andava sotto il nome di ‘diritto d’antenna’. Seguirono I Clowns, prodotto integralmente dalla RAI tramite la Leone Cinematografica di Elio Scardamaglia e Ugo Guerra; e qualcosa di simile avvenne con il successivo Roma, approdato da Valmarana dopo varie vicissitudini e febbrili avvicendamenti di produttori. Per Amarcord ci fu un preacquisto già sulla sceneggiatura; altrettanto avvenne per Casanova, che passando da Rizzoli a Grimaldi della PEA, ottenne un contributo dell’ente pubblico per far quadrare i conti. Fabio Storelli che seguiva la lavorazione su incarico di Valmarana, non capì sul momento la sofisticata operazione artistica di Fellini (sulla quale avevo personalmente curato ben due libri), rimanendo se non ostile, sospettoso, defilato. Qualche anno dopo, ritrovandoci fuori del Cinema Cola di Rienzo (oggi una sala Bingo) in cui entrambi eravamo tornati ad ammirare il capolavoro di Federico, trovò lo slancio di abbracciarmi in lacrime sussurrando con voce spezzata: “Sono proprio uno s…” A conferma che le opere di un artista non vanno mai guardate con superficialità.

Prova d’orchestra, con la produzione esecutiva di Leo Pescarolo, era totalmente RAI. La città delle donne, prodotto dalla Gaumont Italia sotto la presidenza di Renzino Rossellini, poté contare su una partecipazione finanziaria di viale Mazzini. E la nave va, fu addirittura propiziato dalla RAI di cui in quegli anni era presidente Sergio Zavoli, antico amico ed estimatore incondizionato del Maestro (si ricorda ancora, e viene comunemente saccheggiato, il suo medaglione dedicato al regista “Un’ora e mezza col regista di Otto e mezzo”, la prima vera biografia televisiva dell’autore, apripista di tutti gli special e i backstage che seguirono. Zavoli si fece capofila delle forze in campo affidando la produzione per quell’opera senza precedenti a Franco Cristaldi della Vides, che aveva prodotto Amarcord, quarto Premio Oscar di Fellini.

Ginger e Fred, nato sotto i buoni auspici dell’avvocato Alberto Grimaldi della PEA ebbe la RAI come partner principale.  Intervista seguì la stessa sorte ma con Ibrahim Moussa in veste di tycoon con la sua Aljosha Productions.

E infine La voce della luna, produttori esecutivi Bruno Altissimi e Claudio Saraceni per il gruppo Cecchi Gori (Mario e Vittorio) sigillò nel 1990 l’alleanza ultra ventennale tra Fellini e Mamma RAI, come il pachiderma di viale Mazzini veniva chiamato familiarmente dal mondo dello spettacolo, per il suo ruolo appunto di mammella provvidenziale a cui suggere il latte in caso di necessità, anche a garanzia di un cinema meno corrivo e più autonomo dai lacci del noleggio.

Dunque veramente un matrimonio ben riuscito, iniziato in via Asiago con Federico ancora sbarbatello, e lodevolmente proseguito fino all’attuale Centenario dell’artista riminese, con la messa in onda ogni mercoledì alle 21.10, su RAI Movie, della retrospettiva completa di tutti i suoi film.

Siamo sinceri, non ci ’aspettavamo di meno, anzi speravamo in un colpo d’ala che non c’è stato: perché quando si decide di fare un regalo a un artista della statura di Fellini, ai suoi innumerevoli ammiratori, e a tutti gli spettatori italiani senza distinzione, non basta accollarsi la spesa, bisogna anche curare la carta che lo avvolge, la confezione, la cornice. La sorpresa. Come? C’è un precedente che ce lo insegna e che va rivelato.

Facciamo un passo indietro e torniamo a Ginger e Fred, 1985, una storia allegra e malinconica nella più pura ispirazione felliniana. Due guitti, Pippo Botticella e Amelia Bonetti, vengono chiamati, ormai anziani, da una emittente commerciale a riproporre, il numero di tap dance che li aveva resi celebri in gioventù nei teatri di varietà. A indossare le scarpe con le claquettes Federico chiama sua moglie Giulietta Masina e il suo alter ego Marcello Mastroianni, al quale oltre a far diradare i capelli, piazza la suo personale cloche inglese pied-de-poule perché non ci sia possibilità di equivoco. Marcello una volta ancora deve assomigliargli più che mai, dal momento che il regista sta mettendo in scena il congedo rituale di due commedianti, sé stesso e sua moglie, che sono arrivati all’apice dello star system mondiale e hanno reso il cinema italiano famoso nel pianeta: due Premi Oscar conquistati in coppia e cinque in totale. Una favola moderna.

Il regista sta preconizzando l’agonia del cinema nelle sale che tutti noi tanto amiamo, aggredito e trucidato dal proliferare selvaggio delle televisioni private, che vomitano dai piccoli schermi di casa una valanga informe di immagini in libertà, di triviali insensatezze. Ha persino intentato causa al più potente imprenditore catodico del momento, il quale avendo acquistato dal fallimento Rizzoli cinque tra i suoi capolavori più esaltati nel mondo, li infarcisce senza riguardo di spot pubblicitari, bombe a mano capaci di demolire ogni incantamento. Grida al vento uno slogan: “Non si distrugge un’emozione!”, e puntualmente subisce la sconfitta in tribunale. La società di massa, nel suo complesso, è più forte di lui. Ginger e Fred è la poetica traduzione, grottesca, drammatica e caricaturale della mutazione genetica in atto.

Dopo l’uscita nelle sale, alla scadenza del periodo concordato dalle associazioni di categoria, il film è pronto per essere trasmesso, probabilmente a tarda ora, dalla televisione di stato che ne ha acquisito i diritti. Alla presidenza della RAI è salito nel 1986 Enrico Manca, socialista eretico (eretico nei confronti del potentissimo Bettino Craxi) il quale prima della messa in onda, come ancora usava tra gentiluomini, si consulta con l’autore; e Fellini gli dice: “Se sei davvero un presidente, trasmetti il mio film senza interruzioni pubblicitarie”. Forse non ci crederete, ma avvenne davvero: Manca ordinò il cambiamento della programmazione e Ginger e Fred fu offerto agli spettatori in prima serata e senza l’ingiuria della pubblicità. Anche questa, ricordiamolo, è stata in altri tempi la RAI. Era lecito attendersi dunque che nell’ente pubblico, finanziato da tutti noi con un balzello imposto nella bolletta elettrica, ci fosse qualcuno che ricordandosi (o si è persa anche la memoria aziendale?) delle battaglie di Fellini per la nostra libertà, prendesse l’iniziativa almeno su un canale tematico secondario come RAI Movie, di mostrarci senza interruzioni i capolavori del nostro più grande autore cinematografico. Niente da fare, il buon gusto e un po’ di grazia non sono più di casa.

Possiamo consolarci con la qualità delle copie finora trasmesse. Sia La dolce vita, che 8 ½ rivisti sul piccolo schermo mi sono impeccabili nella versione 4K, la risoluzione digitale al momento più alta. Naturalmente chi ama la pellicola e conserva negli occhi la pastosità del 35mm, noterà insieme a una innegabile definizione d’immagine, anche purtroppo una certa durezza nei contrasti, i bianchi a tratti troppo abbaglianti, gli sfondi appiattiti a causa delle gradazioni dei grigi tanto precisi quanto per questo infedeli. Ma non lamentiamoci, il delicato lavoro di passaggio da uno standard all’altro poteva riservare ben altre insidie, che per ora non sono emerse. La scena è nitida, l’audio è pulitissimo, e questa rassegna offre alle nuove generazioni davvero un’occasione imperdibile.

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