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Allegoria dall’empieta’. “Hungry Birds”di Raffaele Romano

 

Se è vero che il cinema è sintesi inevitabile della vita, un corto è come un flash che ti illumina, fotogrammo per fotogrammo, rendendo ogni attimo necessario.In “Hungry birds” c’è tutto.L’uomo, la natura, la cultura, l’economia, la religione, la giustizia sociale. Mixati in meno di dieci minuti, a raccontare allo spettatore quanto poco basterebbe a farci migliori. Il protagonista è un giovane barbone che patisce la fame. Chi avrebbe possibilità di sfamarlo, e non lo fa, è un anziano. Come dire, abitiamo un mondo senza futuro. Ciò che siamo stati sta andando via male, chi è da poco arrivato è costretto a vivere in un incubo, da lui stesso paradossalmente “messo in scena”, direbbe Freud, pur senza averne colpe. E il terribile sogno, l’anziano ucciso dagli uccelli affamati, diventa proiettivo, attraverso il giovane homeless, dell’inevitabile lotta di classe, figlia dello spirito di sopravvivenza che alimenta chiunque sia privato dei beni primari.

E non è un caso che Eisenstein, nella sua celebre “Corazzata Potemkin”,leghi il destino rivoluzionario del suo paese, e del mondo intero, alla logica della fame dell’equipaggio di una nave. Come nel recente “Parasite”,il film di Romano sottolinea come sia innanzitutto la natura umana ad essere offesa dalle ingiustizie sociali, solo dopo sopravvenendo tutto il materiale teorico marxiano che le spiega e le razionalizza. La cultura viene dopo la natura, la organizza, la rende logica, la spiega, la risolve. Si fa anche arte, in ultimo, fino a questo piccolo prezioso film. E a rafforzare ulteriormente il contenuto della sua opera, il regista non manca di dare al percorso del giovane barbone una forte simbolica dimensione cristologica. Il calvario da lui vissuto, dall’indifferenza “levitica” dei passanti, alle bastonate dell’anziano, al giacere sul marciapiede con le braccia aperte come Cristo in croce, si chiude con il suo religiosamente ipermetaforico sfamarsi con il pane intriso del sangue dell’anziana ed egoista vittima dei piccioni, in un trionfo di giustizia che è, dunque, insieme terrena e divina, seppure tremendamente filtrata dalla violenza della natura e dalla onirica esplicitazione desiderante.Il tutto magistralmente raccontato dall’autore, grazie all’ausilio recitativo di un grande Giovanni Arezzo nei panni del senzatetto e di uno straordinarioDominicChianese nel ruolo dell’anziano, attraverso uno spietato e poetico non verbale che recupera il meglio della tradizione del cinema muto, ed un rigore bressoniano che trova nei rumori di fondo delle nostre città una colonna sonora lancinante e alienante insieme.

E se in ultimo non ci sfugge che il film è ambientato a Londra, la città di Dickens e adottiva di Marx, oltre che sede della prima storica Borsa finanziaria “inventata” dall’uomo, il quadro composto da Romano è davvero completo. Premio losangelino più che meritato per il giovane cineasta siciliano, a fare da pendant con l’Oscar al succitato coreano “Parasite”, in un curioso e inedito afflatotargato Usa che premiala giustizia sociale.

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