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Sudamerica da riscoprire

 
di Igiaba Scego. Scrittrice, ricercatrice e giornalista.

Se gli anni ‘70 sono stati un momento d’oro dei rapporti fra Italia e Sud America, oggi c’è un vuoto dovuto alla perdita delle coordinate ideologiche che legavano il nostro Paese a quei lidi.

Petra Costa è una regista brasiliana, classe 1983, ha dimestichezza con i set cinematografici da quando aveva 14 anni e per diventare quella che è ora ha studiato anche all’estero.

In numerose interviste ha dichiarato che i suoi modelli di riferimento sono Gillo Pontecorvo, Agnès Varda, Patricio Guzman e Chris Marker, ovvero la crema del cinema documentario. Il sorriso di Petra Costa è limpido e i suoi modi amabili. Ma quel suo piccolo grande scheletro di donna nasconde un coraggio e una caparbietà unici. Infatti la regista è riuscita a farsi produrre da Netflix un documentario per i tempi molto “delicato”.

Il suo Democracia em vertigem prende di petto la situazione anomala che ha vissuto il Brasile in questo suo recentissimo passato, ovvero il procedimento giudiziario subito dalla ex presidente Dilma Rousseff e dal suo predecessore Lula; ossia quello che di fatto, da più parti, è stato definito un golpe e che poi ha portato alla vittoria e alla presa del potere di Jair Bolsonaro.

Nel documentario Petra Costa mostra un rigore estetico e narrativo che avvince come un romanzo. Sa come tenere desta la nostra attenzione di spettatori, senza perdere di un millimetro l’urgenza della denuncia. Petra Costa è brava, anzi bravissima, non è un caso quindi questa sua nomination agli Oscar.

In realtà sono tante e tanti le Petra Costa nel cinema latinoamericano di oggi. Sia il documentario sia la fiction stanno vivendo un momento davvero d’oro. Basti pensare a quel gioiello che è stato Roma il film di Alfonso Cuarón con la magnifica Yalitza Aparicio Martínez o ai numerosi film di Pablo Larraín, dal biopic Neruda fino a No, i giorni dell’arcobaleno. E in questa lista potremo metterci anche un regista ormai hollywoodiano come Alejandro Iñárritu che con i suoi Amores Perros21 Grammi e Babel ci ha abituato ad un certo modo di vedere il mondo. Ma in questa storia c’è un “ma”. In Italia di tutto questo ci arriva molto poco o solo quello che passa attraverso il filtro di Hollywood.

È come se il nostro paese, e questo si è accentuato drammaticamente negli ultimi anni, si fosse disinteressato completamente a quella parte di mondo. Dall’America Latina ci arrivano poche notizie e ormai rarissimi son gli approfondimenti nella carta stampata. Anche la letteratura non è tradotta più come un tempo, ma ci sono isole di resistenza come la casa editrice Sur che del Sud America ha fatto un cavallo di battaglia e La nuova frontiera che in questi anni ha regalato delle autentiche perle ai propri lettori.

Negli anni ‘70 l’America Latina era dappertutto invece, bastava accendere la televisione, vedere la faccia di Gianni Minà che intervistava a Blitz un Baden Powell o un Chico Buarque. Erano gli anni del boom degli autori latinoamericani, gli anni di Macondo e di García Márquez.

Anche l’informazione era più attenta, i reportage dal Cile di Italo Moretti che per primo ha documentato le sofferenze di chi era apertamente contro Pinochet hanno fatto la storia del giornalismo. L’Italia era in fondo un po’ Sud America, tanti italiani nel primo Novecento erano emigrati lì, e nel periodo delle dittature, i figli o i nipoti di quegli emigranti in un moto contrario erano venuti a cercare rifugio in Italia.

Negli anni ‘70 insieme ai rifugiati somali ed eritrei, Roma, Milano, Torino pullulavano anche di rifugiati argentini, cileni, brasiliani. Ora però l’Italia sembra aver dimenticato quel legame. E niente più si racconta. Soprattutto il cinema è il settore più penalizzato.

Alessandro Raveggi, scrittore fiorentino, ma messicano di elezione non a caso dice che: «Il problema della presenza o meglio dell’assenza del cinema latinoamericano in Italia è forse dovuto al fatto che nella nostra relazione con l’America Latina abbiamo perso delle coordinate ideologiche che prima ci legavano a quei lidi, per quanto fossero spesso viziate da pregiudizi affrettati e motivati dalla distanza». Raveggi inoltre sottolinea come il cinema in America del Sud oggi «ha raggiunto una maturità e internazionalità tali da risultare a volte poco facilmente riconoscibile e quindi vendibile. Penso a registi spesso inclassificabili come Carlos Reygadas per il Messico oppure Ciro Guerra per la Colombia».

Si è creato un vuoto tra America Latina e Italia e questo spazio vuoto rattrista perché stiamo perdendo una fetta di mondo importante. Di fatto tagliare l’America Latina dal proprio orizzonte culturale equivale a tagliarsi un braccio per un paese come l’Italia che vive di connessioni e incroci. Occorre quindi invertire questa rotta malefica, nel cinema e non solo, e ritrovare presto quella strada maestra che collegava il nostro paese a quel continente che ha sempre parlato alla nostra anima come in uno specchio.

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