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Nella lotta alla mafia le parole continuano ad essere pietre

 

Di Lorenzo Frigerio

Francesca Serio, “Niente altro esiste di lei e per lei se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta nella sua sedia di fianco al letto; il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Così questa donna si è fatta in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre…”. Con quest’immagine potente divenuta icona del dolore, nel suo reportage “Le parole sono pietre” Carlo Levi descrisse efficacemente Francesca Serio, madre del sindacalista socialista Salvatore Carnevale, ucciso a Sciara il 16 maggio del 1955 dalla mafia. Un contadino che si era ribellato alle logiche del latifondo siciliano denunciandone le storture, tutelate da una criminalità mafiosa alleata con gabellotti e nobili nel respingere le richieste di lavoro e di dignità che la popolazione dell’epoca avanzava, nella speranza che l’Italia repubblicana potesse affrancarla da un sistema economico che era a vantaggio di pochi, grazie allo sfruttamento dei più. Francesca Serio ruppe clamorosamente la logica mafiosa che l’avrebbe voluta relegare in uno spazio familiare e intimo, il più adatto a piangere il figlio perduto e si presentò, invece, davanti al Tribunale di Palermo per raccontare le complicità che avevano portato all’omicidio del figlio, additando pubblicamente gli assassini. Fu assistita nella sua domanda di giustizia dall’avvocato socialista Sandro Pertini, che si contrappose in tribunale al collegio difensivo degli imputati, guidato dal democristiano Giovanni Leone. Strano destino quello di questi due legali che diventeranno entrambi presidenti della nostra Repubblica. All’indomani della pronuncia della Cassazione che mandò assolti tutti, Francesca Serio dichiarò che con quella sentenza era come se suo figlio fosse stato ucciso una seconda volta. Francesca Serio anticipò di due decenni le scelte di un’altra madre coraggio, Felicia Bartolotta Impastato che, quando fu ucciso il figlio Peppino, non chiese vendetta, ma solo giustizia, riuscendo ad averla con coraggio e tenacia.

Il ricordo di queste due madri, accanto a quello delle tante donne e dei tanti uomini che si sono battute contro le mafie nel nostro Paese è un lascito prezioso per quanti sono impegnati, con titoli e responsabilità diversi, all’interno del variegato fronte del movimento antimafia che si costruito in Italia nell’arco di numerosi decenni. La battaglia contro le organizzazioni criminali, prima preziosa testimonianza di una militanza politica e sindacale, a partire dalle stragi del 1992/1993 (anche se significative esperienze erano già maturate all’indomani dell’omicidio del prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, soprattutto grazie a studenti e insegnanti), è diventata un movimento culturale all’insegna di “quel fresco profumo di libertà” evocato da Paolo Borsellino, consapevole al pari di Giovanni Falcone, Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto (solo per citare i più famosi magistrati impegnati nelle scuole) che la repressione, senza la prevenzione, avrebbe avuto scarse possibilità di successo nello scontro con i poteri criminali e occulti. Uno dei capisaldi di questo movimento antimafia costruitosi passo dopo passo negli anni, qualunque possa essere la sua sigla associativa di riferimento, è da sempre la parola: la parola scritta, la parola detta o declamata ad alta voce, quella sussurrata e perfino quella non detta. E quest’ultima parola, quella non detta, non intesa in senso deleterio: con l’intenzione cioè che, trattandosi appunto di mafia, il tradizionale detto “a megghiu parola è chidda ca ‘un si dici”  – “la miglior parola è quella non si dice” – possa essere richiamato ad arte per far calare un silenzio omertoso sui fatti. Piuttosto per sottolineare che, quando si ha a che fare con vicende di mafia, conta anche quello che non viene dichiarato, quello che viene omesso, perché contribuisce ad allargare lo spettro del ragionamento, a cogliere le sfumature dei fatti e degli avvenimenti, anche se tutto sembra chiaro, senza bisogno di ulteriore commento.

Tutto questo ci porta a dire che nella lotta alla mafia le parole continuano ad essere pietre.

Le parole possono essere pietre preziose, quando sono contenute in libri e documenti ufficiali, in sentenze di Tribunali e in discorsi pubblici perché contribuiscono a costruire e consolidare un patrimonio di conoscenze utile nella battaglia quotidiana contro il crimine. Se ogni volta non si è costretti a ricominciare da capo è proprio grazie a queste parole, sedimentate nel corso di oltre un secolo, grazie al sudore e al sangue di tanti caduti. Le parole possono essere pietre di paragone, quando si misura la distanza tra quanto dichiarato e quanto realizzato: basti pensare agli alti e bassi che nella storia del nostro Paese si sono vissuti di fronte alla recrudescenza del fenomeno mafioso. Le più importanti leggi antimafia sono state approvate dopo omicidi eccellenti, quando le parole non bastavano più e invece erano richiesti atti conseguenti. Le parole possono essere pietre dello scandalo, quando vengono a turbare l’apparente tranquillità delle istituzioni, per denunciare con forza ritardi e carenze, provocando reazioni infastidite e polemiche al calor bianco: ricordiamo a tale proposito il grido d’allarme lanciato da Paolo Borsellino, quando, per giochi di palazzo, arrivò alla guida del pool antimafia Antonino Meli e iniziò a smontare il pool antimafia voluto da Chinnici e guidato poi da Caponnetto. Le parole possono essere pietre d’inciampo, perché ci aprono alla soluzione di misteri di Stato che sono in realtà segreti di Stato: vedi, per esempio, quelle contenute negli importanti provvedimenti della magistratura palermitana sulla vicenda dell’omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989, per molti anni caduto nel dimenticatoio. Le parole possono essere pietre tombali, quando mettono fine ad una vicenda storica o giudiziaria che è stata contrastata fin dal suo insorgere: pensiamo alle recenti pronunce giurisprudenziali che hanno decretato la presenza delle mafie a Roma e sul suo litorale, al netto della contraddittoria vicenda processuale di “Mafia Capitale”. Le parole possono essere pietre perfide che lanciate nelle pozzanghere hanno l’obiettivo di schizzare di fango un pezzo importante del movimento antimafia: il riferimento è al tentativo di coinvolgere Libera in un cortocircuito mediatico, accusandola di avere smarrito la purezza iniziale, a margine della vicenda Montante. Tentativo del tutto abortito, come è certificato anche dal bel libro di Sebastiano Ardita, “Cosa nostra S.p.A.”. Le parole possono essere, infine, pietre miliari: come quelle pronunciate nei loro ultimi anni da Carlo Alberto dalla Chiesa e Pio La Torre, che pur con ruoli, sensibilità e vissuti diversi, arrivarono entrambi a sottolineare l’importanza di un cambiamento culturale, prima che legislativo, nell’approccio al fenomeno mafioso.

Se è vero quindi che nella lotta alla mafia le parole continuano ad essere pietre, crediamo sia compito inderogabile degli operatori dell’informazione valorizzare tutte le realtà positive e non segnalare solo le negatività, cercando espressioni nuove e pensieri utili alla comprensione dei fenomeni, evitando pregiudizi e stereotipi, rifiutando il ricorso all’hate speech, anche quando si parla di uomini e di affari di mafia. In realtà, l’obiettivo di un linguaggio alto e altro non riguarda solo la lotta a mafie e corruzione, ma attiene più in generale ad un mondo dell’informazione che spesso risulta essere inadeguato e non all’altezza della sfida. Lo stiamo vedendo in questi giorni di follia collettiva, più o meno giustificata, collegata alla diffusione del coronavirus nel nostro Paese. Sulla rete e sui social, capita di leggere spesso dichiarazioni e commenti, anche di uomini e donne dei mass media, che non aiutano a capire quello che succede, ma contribuiscono piuttosto a creare muri e steccati, alimentando dibattiti sterili e contrapposizioni strumentali.

Ecco perché l’iniziativa “Parole, non Pietre“, promossa da Articolo 21, con Fnsi, UsigRai e tante altre realtà, in programma dal 28 febbraio al 1 marzo a Roma, con una serie di incontri in luoghi simbolo di dialogo della Capitale, è assolutamente importante: si tratta di un momento fondamentale nella costruzione di ponti e di collegamenti tra quanti credono ancora nel ruolo dell’informazione al servizio della collettività e non rinunciano a sperare nella piena applicazione dei valori della nostra Carta Costituzionale, valori che trovano nella Carta d’Assisi una sua positiva declinazione per giornalisti di buona volontà. Anche Libera Informazione, pur nella consapevolezza dei suoi limiti e del suo ruolo, aderisce convintamente all’iniziativa, con questo contributo di riflessione.

Da jobsnews

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