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I prigionieri di Lesbos, su Rai 3 e Raiplay il reportage di Nico Piro

 

Lesbos non è solo un punto di crisi nella mappa dell’emergenza (mondiale) migranti e rifugiati, l’isola è anche il terreno di quello che appare come una sorta di cinico esperimento di propaganda politica. Questo – assieme alla disumanità delle condizioni in cui vengono tenuti i rifugiati – rende ancora più necessario parlarne. Si tratta di un’altra crisi dimenticata.
Dopo una serie di pezzi al Tg3 delle ore 19, me ne occupo anche in un reportage per Agenda del Mondo Tg3 che va in onda sabato 22/2 alle ore 1.10 (se non siete nottambuli, dalla domenica mattina lo potete rivedere sul portale RaiPlay) e in una puntata di FuoriTg alle 12.20 di venerdì 28 febbraio, sempre su RaiTre.

Perchè Lesbos?
Da un lato sono aumentati gli arrivi sull’isola greca perchè la guerra afghana non è mai stata così tragica; perchè le sanzioni di Trump hanno piegato l’economia dell’Iran, che da decenni ospita profughi afghani oggi costretti a cercare futuro altrove; perchè la crisi umanitaria ad Idlib, Siria, è fuori controllo.

Dall’altro il neo-governo greco (vittorioso perchè ha drenato voti da Alba Dorata e similari, agitando proprio politiche anti migranti) ha sospeso i trasferimenti dalle isole alla terraferma – anche per i malati gravi – e ha varato una nuova legge sul diritto d’asilo che ha fatto esplodere la situazione a Lesbos e in isole più piccole come Kos e Samos.

A giugno (al confine temporale delle elezioni) a Lesbos c’erano 5000 richiedenti asilo, oggi ce ne sono 20mila. Non ce ne sono stati mai così tanti nemmeno nel 2015 quando su quest’isola, primo lembo d’Europa di fronte alle coste turche, sono arrivate mezzo milione di persone. La riprova di come la crisi attuale sia voluta, ingegnerizzata in nome del consenso (Lesbos del resto “vale” solo cinque seggi).
Il governo greco (che ora punta anche ad aprire sulle isole centri di detenzione espropriando terra ed esasperando ancor di più residenti e migranti) vuole tenere il problema confinato sulle isole, lontano da Atene e dalle grandi città, intanto sperando che la nuova confusa legge aumenti le espulsioni.
Per ora le nuove norme con il meccanismo della priorità per i nuovi arrivati (sbarchi dopo il primo gennaio 2020) hanno già allungato i tempi d’attesa dei colloqui per il visto, di mesi se non di anni
Nel campo di Moria (3mila posti ufficiali, 20mila presenze) le condizioni sono oltre il confine dell’immaginazione umana. Nel fango, senza acqua o fogne, ci vivono per lo più famiglie, almeno 6mila minori, un migliaio dei quali non accompagnati.
Il peso di 20mila persone su un’isola da 50mila residenti è intollerabile e sta creando tensioni, in parte condivisibili per motivi di “affollamento”, anche se non ci sono stati episodi di violenza da parte di rifugiati contro i residenti.
Al contrario, visto che c’è chi soffia sul fuoco (ambienti locali di destra e ultrà legati ad Alba Dorata), le violenze si stanno moltiplicando contro rifugiati, giornalisti e ong. Tra le altre cose, dimenticando come quest’isola della crisi rifugiati abbia beneficiato dal punto di vista economico proprio degli aiuti e dell’intervento internazionali partito nel 2015 in un Paese in crisi profonda.
A proposito di ong: le organizzazioni non governative (non il putrido campo di Moria) vengono considerate dal governo greco la causa delle proteste dei migranti che hanno provato a prendere le strade di Lesbos un paio di volte per denunciare le condizioni del campo, finendo manganellati dalla polizia.
L’attacco alle ong, un modello già visto anche in Italia, a riprova di come la narrativa politica e propagandistica sui migranti vada a costituire uno spartito ormai globale che si nutre di sincretismo e attraversa i confini.

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