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‘Con il vostro irridente silenzio’: intervista a Fabrizio Gifuni, al Vascello dal 18 al 23 con uno studio sulle lettere e sul memoriale Moro

 

La mattina del 16 marzo 1978 l’auto con a bordo il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, fu bloccata in via Fani da un nucleo delle Brigate Rosse che, dopo aver ucciso due carabinieri e tre poliziotti della scorta, lo sequestrarono. Quella mattina si votava la fiducia in Parlamento al quarto Governo Andreotti.Per la prima volta il Partito Comunista partecipava alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto l’esecutivo. Ed era stato Moro a gestire l’accordo.

La sua prigionia durò 55 giorni – un periodo in cui Moro scrive, ricorda, interroga, accusa, confessa senza sosta. Indirizza lettere a familiari, amici, colleghi di partito e istituzioni, mentre compone anche un lungo testo politico – il così detto memoriale.  La prigionia di Moro si conclude con la sua uccisione: il suo cadavere fu ritrovato in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure il 9 maggio dello stesso anno, nel bagagliaio di una Renault 4.

A distanza di oltre 40 anni Fabrizio Gifuni, attore e regista italiano di grande spessore, attraverso un importante lavoro di drammaturgia, decide di portare Moro in teatro – dal 18 al 23 febbraio al Teatro Vascello –  con uno studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale dal titolo “Con il vostro irridente silenzio”.

Per capire meglio ne abbiamo parlato direttamente con Fabrizio, ideatore e drammaturgo dello spettacolo.

Che cosa vuol dire portare in scena Moro a distanza di più di 40 anni e perché hai scelto di farlo attraverso i suoi scritti?

L’Idea e la sollecitazione era partita da Nicola Lagioia che per l’inaugurazione del Salone Internazionale del Libro di Torino nel 2018 – che cadeva proprio il 9 maggio, nel 40ennale della morte – mi aveva proposto un lavoro su Moro. L’idea mi aveva appassionato anche perché Aldo Moro è uno dei ‘grandi rimossi’ della nostra contemporaneità, ma da subito mi era parso più interessante lavorare sulle sue stesse parole. Ho iniziato così un imponente lavoro di drammaturgia. In quei 55 giorni di prigionia infatti, Aldo Moro non ha mai smesso di scrivere, producendo oltre 100 lettere – molte delle quali non recapitate perché censurate dai brigatisti, alcune recepite ma mai divulgate e solo una piccola parte divulgate – brevi disposizioni testamentarie e il cosiddetto ‘memoriale’, un testo imponente che meriterebbe di essere studiato nelle scuole e il vero oggetto della trattativa. Quasi tutti volevano mettere le mani sul memoriale Moro e alcuni morirono per quello – da Pecorelli a Dalla Chiesa.

Nonostante l’iniziale dichiarazione delle BR, i testi di Moro non vengono divulgati: usciranno solo 3 pagine sul politico democristiano Taviani, ma bisognerà attendere gli anni ’90 per collegarlo ai fondatori di Gladio.

Gli scritti di Moro hanno ancora oggi un’importanza notevole, sia dal punto di vista storico, perché rivelatori di tante questioni dell’epoca, sia perché il Presidente della DC esprime in quelle carte l’arcobaleno dell’umano sentire: si rinviene l’angoscia per il rapimento, la disperazione per l’impossibilità di comprendere quella situazione, e anche una violenza molto forte…

La cosa incredibile è che quando questo materiale viene desecretato – dapprima trovato in fotocopie dattiloscritte nel covo di via Monte Nevoso – non viene attribuito a Moro ma ai suoi rapitori. Soltanto nel novembre del ’90, a seguito di lavori di ristrutturazione dell’appartamento, a seguito della caduta di un pannello, riemergono le fotocopie originali degli scritti di Aldo Moro così che nessuno possa più disconoscerne la paternità.

Gli storici ritengono che il lavoro sia quasi completo a parte pochi fogli, ma perché quasi nessuno lo ha letto e certamente nessuno lo legge più? E’ proprio per questo che ho deciso di portare questo studio in teatro, condividendolo con una piccola comunità eterogenea, per capire se questi testi sono ancora in grado di trasmettere qualcosa, magari aiutandoci ad orientarci in un presente che appare sempre più oscuro e indecifrabile.

 

Come si struttura lo spettacolo? Si tratta di una selezione dei suoi scritti?

Io lo presento in forma di studio. Possiamo dire che si tratta di un piccolo esperimento: io mi stacco dal ‘coro’ e racconto questa storia per vedere cosa accade ogni sera con un pubblico trasversale e se quelle parole hanno ancora effetto. Possiamo dire che ‘incarno’ quelle parole come se sul palco si palesasse il fantasma di Moro.

Si tratta di una selezione piuttosto corposa degli scritti, tanto che lo spettacolo dura un’ora e quaranta: ridurlo ulteriormente non sarebbe stato possibile perché non avrebbe permesso di comprendere molti passaggi, che si chiariscono molto di più che leggendo tante inchieste.

I fogli del memoriale sono per me una presenza scenica importante: non avrei avuto difficoltà ad imparare a memoria, ma ritengo siano cruciali in scena.

 

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato?

Il lavoro di drammaturgia è stato lungo e complesso. Ho dovuto studiare molto perché ogni pagina è piena di riferimenti che vanno compresi e svelati. Possiamo dire che mi faccio carico di un lavoro di ‘traduzione’ perché essendo andato così a fondo e avendolo quasi interiorizzato posso renderlo più accessibile al pubblico. Inoltre non è mai facile nell’iter drammaturgico escludere delle parti; spero tuttavia questa sollecitazione possa stimolare successivi approfondimenti.

Moro rappresenta probabilmente uno di quei ‘cadaveri cui non è stata data degna sepoltura’ e proprio per questo ho intrapreso questo percorso che ha poco di ‘spettacolo’, ma è forse più una ‘rievocazione di fantasmi’.

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