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Calligrafia di una rovinosa sconfitta: la regia di Alessandro Serra rilegge “Il giardino dei ciliegi” di Čechov. Al Teatro Verga di Catania

 

Lento risveglio nel lucore dei ricordi. La messa in scena de “Il giardino dei ciliegi” di Anton Čechov al Teatro Verga di Catania per la stagione dello Stabile etneo, spiazza e colpisce nel segno: tutto l’atto unico pare estratto dalla luce e dall’ombra di un palcoscenico nudo, riempito solo dai corpi dei protagonisti e dai loro rimpianti, estratti quasi dalla memoria stessa della casa su cui si affaccia il giardino. Lì hanno lasciato una parte di se stessi, forse la migliore; nel giardino ritornano tutti per appartenersi solo per un attimo, nel tentativo di evitarne la vendita (e la speculazione), catastrofe finale ineluttabile.

E’ proprio quel giardino, mai visibile, ad innescare tutte le angosce e nello stesso tempo anche tutti i ricordi più cari: “la felicità – ammette Ljuba – si svegliava con me ogni mattina”. Poco a poco però la spirale si chiude: l’abbattimento dei ciliegi e la smobilitazione dei ricordi lasciano una casa vuota, le memorie più care dell’infanzia risucchiate nel nulla. Per questo tutti i personaggi sono alle prese con la disperazione del loro presente ed immersi nell’ottimismo spaccone del loro futuro, bravi a mettere in scena soltanto la rovina di una famiglia arrivata a seppellire e a distruggere ciò che è stata. E ci pare giusto sottolineare la prova davvero notevole di un collettivo di interpreti, tutti in grado di cogliere l’equilibrio di tragico e di grottesco di cui il dramma di Čechov è intriso. E li vediamo, sulla scena, in posa in una sorta di foto virata seppia, offrire ad un certo punto la luminosa e struggente istantanea del loro vissuto familiare: sì, perché quando quella memoria familiare si accende diventa incandescente, radiante: seppure fiorisca rigogliosa si lascia però avvizzire d’improvviso.

Forse la misura dello spettacolo di Alessandro Serra (che in modo originalissimo ha curato regia, drammaturgia, scene, luci e costumi) sta nel non averne alcuna, nell’ideazione di uno spettacolo dall’architettura visiva complessa e ipnotica, mai lineare e prevedibile, che disloca la vicenda all’interno di una rappresentazione di concetti piuttosto che di azioni, di una scrittura drammaturgica costruita più di atmosfere che di intrecci, di suoni – fiati e singhiozzi, bisbigli e strepiti – e di movimenti: le accelerazioni e le brusche pause – le note lente di un pianoforte a dettare passi e gesti o ad improvvisare la baraonda festosa di un ballo. Una regia dunque avvertita e pensata per sottrazione, segnata ora da una comicità tesa e forzata, ora da una rarefatta compostezza, cui ha certo giovato l’atmosfera spoglia delle scene: qui gli oggetti-simbolo di un tempo ormai trascorso sono trasfigurati solo nella memoria e la loro assenza è allusiva del fantasma che sta per diventare la Russia alla fine del XIX secolo: solo un vecchio armadio a rappresentarli tutti.

Una rilettura del testo cecoviano quasi metafisica per l’equilibrio tra musica e gesto, tra azione e atmosfera, dietro la cui apparente levità incalzano però i demoni di un mondo alla fine. Tutti sono i personaggi di se stessi: giocano il teatro, si disordinano sulla scena, i loro dialoghi collidono, girano a vuoto – “tutti a filosofare, bere vodka e soffrire di nostalgia”- tentando di riscattare il passato: la calligrafia di una sconfitta rovinosa di là da venire; i tagli e le diagonali in scena del loro agitarsi sono i fendenti contro la loro stessa vita. Rimane l’impressione che tutti loro gravitino attorno ad un punto irraggiungibile: eppure il giardino dei ciliegi è lì, emana un potentissimo segnale silenzioso: inequivocabile ma incompreso. La spirale poco a poco si chiude: quelle vite sono già scandite da un’assenza non più rimediabile, da una perdita definitiva. Se i protagonisti hanno accumulato e sperperato i loro beni e il loro denaro, la loro vita e i loro sogni, bruciato le loro speranze e tradito la loro felicità, la quiete bisbigliata del loro sonno finale – della ragione e del cuore soprattutto – è anche quella che silenzia ogni memoria. La scena funerea del ballo per l’asta del giardino è la macabra danza di una classe morta che vive di illusioni (spezzate), di ricchezza (dissipata), di gioia (perduta), di amore (non più corrisposto). Vendere e capitalizzare il giardino dei ciliegi – lì dove “si conosceva il segreto” – solo quello rimane. Il ritmo alacre dei lavori in corso e della speculazione segnerà la cancellazione dei ciliegi: il tonfo terribile della vanga che sradica è una campana a lutto, il segnale del déluge inarrestabile, la “corda di violino che si spezza”. Il tempo stende le sue grevi ali ricoprendo tutto e tutti: allora sarà ancora e per sempre sonno, dimenticanza, oblio.

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