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Le stanze dei “Cuori sporchi” di Antonella Caldarella

 

Una stanza per ogni storia. La suggestiva efficacia del format drammaturgico di Argentum Potabile – una sorta di teatro itinerante lungo le stanze di Spazio Fluido di Catania – accoglie una giovane “comune”: ragazzi e ragazze vivaci e difficili che un responsabile, sorta di impacciato capocomico (Corrado Drago), stenta a dirigere e a “correggere” in vista di uno spettacolo. Sono proprio loro i “Cuori sporchi” dell’omonima pièce, scritta e diretta da Antonella Caldarella per la rassegna “Underground rivers”. Sono tutti loro la “cornice” delle quattro vicende che si susseguono: una “allegra brigata”, insomma, che se da una parte trova forza e dinamismo nel collettivo e del suo complicato equilibrio, dall’altro si fa metafora del Teatro in fieri e della maturazione di piccoli attori: ovvero gli allievi della scuola di formazione teatrale “Extra/Ordinaria”.

Quelle che raccontano i “Cuori sporchi” sono microstorie urbane e proletarie, vicende di esistenze provate ma non sconfitte: una calda umanità di “scunchiuduti” (a vederli da fuori, lontano dal loro vissuto) e di arrabbiati, di irregolari e di marginali: e se in loro aleggia sempre uno strappo doloroso, un lutto, un’assenza – ancora irrisolti – riescono sempre spontanei, genuini, veri: in bilico sul complicato legame tra desiderio di normalità e (piccoli) sogni. Come Kevin (un gagliardo Alberto Abbadessa ne esprime tutta la “rabbia giovane”), aspirante meccanico, abbandonato da un padre che ha deciso di cambiare sesso e che ritrova inaspettatamente anni dopo, costretto a fare i conti con un modo ed un modello nuovo di pensare la “famiglia” e di vivere i rapporti al suo interno. Oppure Rosa, l’esuberante “ammizzigghiata”, velata in fondo da una malinconica tristezza (Giulia Antille dimostra una assai considerevole energia interpretativa) che vuole diventare ricca a tutti i costi, buttarsi alle spalle la ferita di una madre suicida e un padre alcolizzato: e che per questo, probabilmente, si prostituisce. O Carmen, la “palermitana” (Valeria La Bua ne declina il carattere con l’appassionata bravura che le è solita), ballerina di lap-dance – “ma no buttana!” – vergine figlia di prostituta che si “mette a nudo” lungo un incalzante anti-spogliarello. O come la giovane, e un po’ svitata, fan dalla religiosità eclettica e quasi-femminista (declinata dalla freschezza di Simona Nicotra) capace pure di coinvolgere il pubblico nella recita collettiva di un laicissimo rosario. E, infine di Lele (Andrea Cable è una scheggia di impeto adolescenziale) la cui vicenda riannoda tutte le altre in nome della comunità cui finalmente si sente di appartenere: come individuo e come fratello ritrovato. Ma al di là della prova dei protagonisti e (dei giovani attori Marta Chiarello, Gabriele Ferrante, Carlotta Minissale e Maria Riela) ci piace ancora una volta sottolineare la fragranza di questo continuo esperimento cui soggiace l’idea stessa del Teatro come esperienza catartica che anche in questi “cuori sporchi” si manifesta in un liberatorio ballo finale: sorta di sabba allegro, libertario e spontaneo.

Si replica il 18 ed il 19 gennaio.

“Spazio Fluido” via Francesco Laurana 16, Catania

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