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Curiosità, desiderio di sperimentare, senso del ritmo. Intervista alla tutor Dina Lauricella

 

Dina Lauricella è una giornalista di origine Palermitana. Ha scritto per diversi quotidiani e settimanali e ha realizzato inchieste e documentari tv di grande attualità, denunciando il sistema mafioso. Metterà la sua professionalità e la sua grinta a servizio dei giovani under30 che arriveranno in finale nel nostro concorso. Con questa intervista conosciamo meglio Dina Lauricella, terza tutor giornalistica della nona edizione.

Perché hai accettato il ruolo di tutor del Premio Morrione? Che cosa significa per te?
Vedo il Premio Morrione come un grande laboratorio in continuo fermento e la nostra professione ha un immenso bisogno di nutrire nuove generazioni di giornalisti senza macchia e senza paura, in gioco c’è la democrazia del nostro Paese. Poter dare il mio piccolo, ma intenso contributo in veste di tutor è un onore e un’occasione imperdibile di scambio e di confronto.

Cosa ti aspetti dal giovane under 30 che seguirai nella realizzazione della inchiesta?
Curiosità, voglia di sperimentare, sensibilità nei confronti del contenuto e delle immagini e senso del ritmo. Siamo chiamati a raccontare la realtà, nella sua imprevedibilità, mutevolezza e spesso anche incomprensibilità. Le idee findus, da scongelare in padella, non funzionano mai. Vince chi sa osservare, attendere e riflettere, mettendosi in gioco con un’idea chiara ma non rigida, affinché il primo a stupirsi sia lo stesso autore del pezzo. Per farlo deve avere una buona dose di coraggio, parola d’ordine: osare!

Quando hai capito che la tua professione sarebbe stata quella giornalistica?
La vocazione è quasi innata, realizzavo finti giornalini già alle elementari! Farne una professione mi sembrava un’ambizione utopica, ma quando ho iniziato a mettere piede nelle prime redazioni ho scoperto che tenacia e cocciutaggine erano dalla mia parte e ne ho fatto un punto di forza. Non ho frequentato scuole di giornalismo e tutto quello che ho imparato l’ho rubato con gli occhi, sfruttando al massimo tutte le occasioni professionali che mi si sono presentate e che mi si presenteranno, l’auspicio è di non smettere mai d’imparare.

C’è un’inchiesta che consideri un esempio da seguire? Se si, quale e perché?
Ai tempi della scuola guardavo Samarcanda, il racconto filmato mi teneva attaccata alla tv anche quando non ero all’altezza dei temi trattati. A distanza di una quindicina d’anni la grande occasione: lavorare con Michele Santoro. Le sue inchieste e il suo approccio narrativo per me sono tutt’oggi un grande riferimento nel metodo, nella tecnica, nel ritmo e nella scrittura. All’estero guardo con immensa ammirazione a Micheal Moore, capace di mettersi in gioco nel racconto senza mai cadere nella tentazione di diventarne il protagonista e “invidio” la capacità di sperimentare che ha Erik Gandini.

Cosa consigli a chi in questo momento sta scrivendo il progetto di inchiesta per il nuovo bando?
Consiglio di non autocensurarsi in partenza, di scrivere tutto quello che gli passa per la testa, di non aver pudore delle proprie idee e d’imbastire una pre-inchiesta che abbia dei punti saldi e un focus chiaro, ma con l’atteggiamento di chi è pronto a stravolgere tutto anche all’ultimo momento. La trasmissione dei contenuti viaggia sulle immagini, sulle parole e sulle emozioni. Queste, se non le hai, è difficile che riesci a trasmetterle. Il resto è tecnica e s’impara soprattutto sbagliando. Chi è disposto a rischiare è già a metà dell’opera.

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