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Aereo ucraino abbattuto dall’Iran e Dc9 di Ustica: due storie completamente diverse

 

Molti, quasi in automatico, tracciano una sorta di parallelo tra l’aereo ucraino abbattuto per “ingiustificabile errore” dall’Iran, con il DC 9 Itavia, esploso sui cieli di Ustica ormai quarant’anni fa; suggestione forse dovuta anche perché la prima versione iraniana parla di “cedimento strutturale”; esattamente la definizione usata per il Dc-9.

Al di là di questo, il paragone non regge, o regge molto poco.
Gli iraniani, dopo un’iniziale “plausibile” negazione (da intendere all’anglosassone: “plausible deniability”, garanzia di poter affermare all’opinione pubblica la propria estraneità ad atti commessi da funzionari governativi che possono mettere in imbarazzo), hanno ammesso le loro responsabilità: perché messi con le spalle al muro da inoppugnabili prove; e magari anche per profittare dell’occasione e regolare qualche conto all’interno del regime; i regimi infatti, al di là delle apparenze, mai sono monoliti; anzi, al loro interno sempre si consumano ferocissime lotte per il potere. Il regime iraniano non è, da questo punto di vista, un’eccezione.

Per quello che riguarda il DC-9 Itavia, si dovevano coprire (sommario riepilogo):
a) Che sul territorio italiano velivoli di altre nazioni l’hanno fatta da padroni, e “tranquillamente” fatto un war game reale; e infine abbattuto un aereo civile che – partito in ritardo da Bologna – non doveva trovarsi lì a quell’ora.
b) I velivoli in questione appartengono a nazioni “amiche”: molti tirano in ballo gli Stati Uniti d’America; personalmente propendo per la Francia. Comunque paesi “alleati” che nello spazio aereo italiano compiono un atto di guerra.
c) Che l’obiettivo era un aereo con a bordo quasi certamente il dittatore libico Gheddafi; qualcuno lo “avverte” del pericolo incombente, e l’aereo torna indietro. Avvertito da chi? Si può legittimamente pensare ai servizi italiani, che da sempre, fin dall’inizio, con Gheddafi hanno lungamente collaborato (il golpe di Gheddafi viene preparato in un hotel di Abano Terme, giusto per ricordare…).
d) Dopo una trasferta-rogatoria negli Stati Uniti, i magistrati italiani indagano per alto tradimento lo stato maggiore militare dell’aeronautica italiana. Significa che sapevano come sono andate le cose, ma per una malintesa ragione di stato non ne hanno riferito al potere politico. Insomma, hanno cercato di metterci una toppa; solo che la toppa si è rivelata peggiore del buco.
e) Imbarazzante per gli italiani giustificare una reale e occulta collaborazione con la Libia proprio in momenti in cui maggiore è la tensione con l’Occidente e gli USA in particolare.
f) Imbarazzante che in Italia velivoli stranieri possano fare a loro piacimento quello che credono, e l’Italia stia a guardare.
g) Se, come sono convinto, il DC 9 è stato abbattuto da una nazione amica, si tratta di un atto di guerra compiuto nel nostro paese, con tutte le conseguenze del caso, non ultima quella economica: risarcimenti famiglie vittime e una compagnia aerea fatta fallire, più tutto il resto.

Ecco dunque – e volutamente lascio perdere la torbida vicenda del MIG libico rinvenuto nella Sila – sommariamente elencate le “ragioni” del lungo silenzio, delle tante omertà, degli infiniti depistaggi. Non giustifico nulla, sia chiaro; cerco solo di spiegare.

Per inciso: il contenzioso Francia Gheddafi viene da lontano, dagli anni ’80, quando, per esempio, i parà e la legione straniera francese respingono i libici che hanno invaso il Ciad (paese “interessante”, non foss’altro perché ricco di uranio). I francesi poi chiudono il conto definitivamente, avendo avuto un ruolo di primo piano nell’abbattimento di Gheddafi. Ancora oggi, un qualche ruolo in quella parte d’Africa, contesa da Stati Uniti e Cina, lo giocano.

Tutte queste “ragioni”, sommariamente esposte, non le troviamo nella vicenda dell’aereo ucraino; per il DC9 Itavia ci sono mille “ragioni” per non riconoscere ufficialmente come sono andate le cose. Per l’aereo ucraino, al contrario, ce ne  sono, per ammettere l’“imperdonabile” errore; che, ripeto, alla fine può perfino tornare utile a qualcuno. Con molto cinismo e spregiudicatezza il ragionamento è stato: “da un male, ricaviamone un bene”.

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