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Se al ristorante a servirti è Caterina, robot dagli occhi a mandorla

 

Salvo errore, è il primo robot-cameriere in servizio in un ristorante romano.  Altri ne verranno ma questo è, se non il primo in Italia, certamente, un pioniere a Roma Nord. A essere precisi, è una camerierina, si chiama Caterina, come la protagonista elettronica del film di Alberto Sordi del 1980, (anche quello una novità assoluta, quarant’anni fa, nel cinema italiano).

Chi vuole essere servito dalla silenziosa Caterina deve andare a pranzo o a cena da Yu, il ristorante asiatico di Wai e Li, una coppia intraprendente che alle porte dell’Olgiata in via  Vittorio De Sica (altro involontario richiamo al cinema italiano), ha aperto con successo un ristorante che propone cucina cinese, giapponese e tailandese. A servire ai tavoli solo gentili ragazze per lo più filippine in rigoroso costume nero, fino a ieri. Oggi c’è anche Caterina, robot di alta tecnologia nascosta sotto le forme arrotondate di una giovane donna con gonna lunga fino ai piedi. Ulteriore tocco di femminilità: un foulard messo al collo di plastica dalla padrona di casa, Li. “Ho già tre figli, ci mancava anche questa!” perché la Caterina del ristorante Yu qualche cura la richiede, se non altro di essere ricaricata dalla presa di corrente come un tablet o uno smart-phone. In cambio non pretende uno stipendio, non esige il trattamento di fine rapporto quando viene licenziata, non marca visita con la scusa di un improvviso mal di testa e sicuramente, a differenza di quanto accadeva nel film Io e Caterina, non s’innamora del padrone, peraltro un giovane cinese dall’aria prestante. Quanto al suo lavoro, è impeccabile.  Ha le sembianze di una ragazza piccolina ma ben fatta, si muove con grazia dalla cucina dove si carica le braccia con due vassoi pieni di piatti di portata, e scivola verso il tavolo che le è stato ordinato di servire. Qui ognuno dei commensali prende il suo pollo alle mandorle, l’anatra laccata, il sushi tanto di moda. A questo punto Caterina augura “buon appetito” in quattro o cinque lingue con una vocina flebile che dipende dalla carica della batteria, e con un’elegante giravolta se ne torna in cucina per prendere nuove ordinazioni, certo seguita dallo sguardo ammirato dei clienti che non possono protestare se qualcosa non va nelle ordinazioni.

Oggi, le cameriere in carne ed ossa sembrano non temere la collega Caterina, convinte che il robot dagli occhi a mandorla non le sostituirà, almeno per ora. Poi si vedrà. E’ vero che i robot sono entrati da tempo nel mondo del lavoro: alla catena di montaggio dell’industria dell’auto, nella sala operatoria degli ospedali più moderni, negli archivi più all’avanguardia. Ma questa del robot al ristorante è una rivoluzione soprattutto per le vecchie trattorie romane, tuttora regno di anziani, scorbutici camerieri con i piedi dolci.  E forse un giorno anche lì incontreremo una Caterina con i vassoi carichi di pappardelle al cinghiale, di pollo alla cacciatora e dell’ultima variazione in tema di tiramisù. Pur di attirare turisti stranieri, qualche furbo oste romano si metterà in casa una robottina. Ma quel giorno, se mai verrà, avrà le fattezze di una bella romanina e non un nome esotico: anche senza averne la giunonica fisionomia potrebbe chiamarsi, come niente, Sora Lella.

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