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Bolivia, anatomia di un golpe. Perché hanno destituito Morales

 

[Traduzione a cura della Redazione dall’articolo originale di Alke Jenss pubblicato su OpenDemocracy]

I simboli sono essenziali per riuscire a comprendere l’attuale crisi boliviana. La Wiphala, dallo scorso 10 novembre, è stata rimossa da tutti gli edifici pubblici e “strappata via” dalle uniformi di polizia, su cui veniva sfoggiata da ormai 10 anni. L’autoproclamata presidente ad interim Jeanine Añez ha prestato giuramento stringendo fra le mani una grossa Bibbia. Gli esponenti della Chiesa, secondo alcune fonti, avrebbe affermato: “Il Pachamama non tornerà più a Palazzo. La Bolivia appartiene a Cristo“.

Le analisi politiche, così come gli eventi, mostrano chiaramente che Evo Morales è stato defenestrato da un colpo di StatoDopo le elezioni del 20 ottobre, l’Organizzazione degli Stati americani (OAS), in ragione di presunti brogli elettorali, aveva suggerito di tornare alle urne. Sebbene i dati statistici non avessero rilevato alcuna “irregolarità”, Morales, seguendo il consiglio dell’OAS, aveva annunciato nuove votazioni. Ma i vertici militari hanno comunque “chiesto” le sue dimissioni.

Per spiegare il conflitto di immagini è fondamentale tener conto dei rapporti di classe, etnia e genere. Il Governo Morales, al momento del suo insediamento nel 2005, incarnava un profondo desiderio di cambiamento. Nelle aree rurali i livelli di povertà avevano raggiunto l’80% mentre infuriava lo scontro sulla privatizzazione di beni pubblici (acqua) e sull’estrazione di risorse naturali (gas). Quel malcontento aveva spinto molti movimenti indigeni e sociali a supportare la candidatura di Morales sul presupposto che né le istituzioni né le politiche in vigore fossero rappresentative dei loro interessi.

Il “processo di trasformazione“, obiettivo dichiarato del Governo Morales e riassunto nell’innovativa Costituzione del 2009, avrebbe dovuto, anche sul piano simbolico, portare alla concreta realizzazione dello Stato Plurinazionale della Bolivia. La Wiphala, non a caso, rappresenta proprio un segno di riconoscimento per tutti coloro i quali si identificano come indigeni boliviani.

 Dal 2005, i cambiamenti socio-economici sono stati evidenti. La politica di redistribuzione ha portato ad una considerevole riduzione della povertà, che dal 63,9% (2004) è passata al 32,7% (2013) 63.9% (2004) al 32.7% (2013). La diminuzione della disparità di reddito è stata significativa fino al 2011. Inoltre, è stata introdotta la pensione anche per i lavoratori del settore informale. Sono cresciuti gli investimenti pubblici nell’istruzione e nella sanità. La Costituzione è intervenuta a limitare la proprietà privata. La riforma agraria ha avuto inizio. Il controverso conflitto tra Stato e investitori è stato abbandonato. E per la prima volta nella storia della Bolivia una donna indigena faceva parte della compagine governativa. Casimira Rodríguez era, infatti, ministro della Giustizia.

A troncare il “processo di trasformazione” in atto non è stato però soltanto il recente colpo di Stato.

Le tensioni interne hanno esplicitato tutte quelle contraddizioni strutturali insite nel percorso di integrazione nell’economia mondiale. Le politiche sociali sono state attuate attraverso l’aumento delle estrazioni. Il super-ciclo delle materie prime, con forte domanda di petrolio e gas, ha permesso la distribuzione della ricchezza anziché la sua redistribuzione. La nazionalizzazione del petrolio e del gas, grande successo economico supportato dal 92% delle società, è rimasta incompiuta. Alcune imprese transnazionali hanno accettato tasse più elevate e joint venture con società statali.

Tutti questi fattori hanno favorito la dipendenza dello Stato dalle esportazioni. E al tempo stesso hanno impedito la diversificazione dell’economia e della produzione industriale nonché la protezione dalla volatilità dei prezzi sul mercato globale. Come era prevedibile, il crollo del petrolio ha aumentato il deficit fiscale. Le esportazioni boliviane si basano per il 76% sui minerali e metalli rari, mentre per il 15,9% sui prodotti agroindustriali. Dal 2015, per la prima volta dopo 10 anni, la bilancia commerciale è in negativo.

Nel 2010, il Paese organizzò la Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico, durante la quale veniva fissata l’agenda in materia ambientale. Purtroppo, le politiche reali non sono state all’altezza della ventilata trasformazione socio-ecologica.

Il PDN 25 (Piano di sviluppo nazionale 2025), pubblicato nel 2015, riconosceva la Bolivia come “potenza energetica” regionale, in particolare per la presenza di combustibili fossili e grandi dighe idroelettriche. A riguardo, il vicepresidente García Linera aveva dichiarato: “Il Ventunesimo secolo per la Bolivia significa anzitutto produrre petrolio, industrializzare i prodotti petrolchimici e i minerali (…). Stiamo cercando di individuare le aree più ricche di gas e acqua, nonché i siti adatti alla costruzione di nuove dighe. Dove c’è acqua, c’è oro puro che cade dal cielo.”

Il Piano costituiva però un’ulteriore contraddizione rispetto alla concezione del “buen vivir” e della transizione energeticaE trascurava del tutto l’impatto ambientale derivante dai grossi progetti idroelettrici. Le fonti rinnovabili costituiscono solo il 2% della produzione energetica boliviana.

Il PDN 25 ha peraltro riaperto la polemica sull’eventuale costruzione di un’autostrada nel TIPNIS (territorio indigeno e parco nazionale Isiboro Secure). Già nel 2011, le comunità indigene, contrarie ai progetti infrastrutturali suscettibili di distruggere i loro territori, avevano marciato contro il Governo. Le proteste avevano spinto Morales a sospendere il progetto. Ma il CIDOB (Confederazione delle popolazioni indigene della Bolivia) e il CONAMAQ (Consiglio nazionale di Ayllus e Markas del Qullasuyu) avevano comunque ritirato il loro supporto al presidente. Nel 2015, i decreti relativi al PDN 25 hanno rilanciato la costruzione di strade all’interno del TIPNIS nonchè le ricerche di petrolio e gas nelle aree protette, sottoposte… Continua su vociglobali

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