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Alighiero Noschese, mille persone e un genio

 
Forse era affetto da un male incurabile, di sicuro soffriva di depressione; fatto sta che quarant’anni fa ci lasciava Alighiero Noschese, sparatosi mentre era in cura a Villa Stuart dopo una carriera costellata di successi e imitazioni memorabili. Considerato, a ragione, “il Fregoli delle voci”, capace di imitare alla perfezione la maggior parte dei protagonisti politici dell’epoca, si narra che una volta, quando era allievo del professor Giovanni Leone alla Federico II di Napoli riprodusse la voce del docente in maniera talmente perfetta che molti si domandarono come fosse possibile che egli si trovasse contemporaneamente in aula e fuori. Si narra anche che Noschese abbia sostenuto due esami, Filosofia del diritto e Diritto ecclesiastico, l’uno imitando la voce di Amedeo Nazzari e l’altro quella di Totò, senza che nessuno se ne avesse a male, comprendendo, fortunatamente per lui, che il suo talento di imitatore non avesse nulla di irridente e fosse, al contrario, una dote da coltivare e un aspetto della sua personalità da incentivare, spronandolo a proseguire lungo una carriera artistica presto rivelatasi il suo vero sbocco.
Era una politica molto censoria, certo, con una RAI in cui inizialmente non era consentito a nessuno irridere una classe dirigente che, comunque, si era meritata sul campo, e sui monti della Resistenza, l’ampia credibilità di cui godeva presso l’opinione pubblica. Ma era anche una classe dirigente saggia e capace di un minimo di autoironia, ben cosciente che quel giovanotto così dotato di verve e di sarcasmo non avrebbe fatto del male a nessuno e che, al contrario, l’essere imitati da lui si sarebbe rivelato presto un punto a favore, un’inclusione nel gotha dei personaggi di primo piano, un riconoscimento del potere e del prestigio acquisito.
Era talmente abile che una volta la madre di Andreotti telefonò al Divo Giulio per chiedergli come gli fosse venuto in mente di mettersi a cantare in televisione: va a spiegare a quella povera donna che si trattava di una delle impeccabili imitazioni di Noschese!
E come far accettare a tutti noi che un simile genio della risata fosse, in realtà, un uomo triste, con il cane nero che lo rodeva da dentro, con la vita che gli sfuggiva di mano e un dolore interiore che, alla fine, lo ha sopraffatto? Come farci accettare il volto drammaticamente umano di un costruttore di gioia senza eguali?
Alighiero Noschese, quarant’anni dopo. Ancora non abbiamo accettato la sua tragedia, forse perché, colpevolmente, non abbiamo mai visto la persona dietro la maschera del disarmante istrione. Anche questo l’ha ucciso, come spesso accade a chi diventa un mito quando vorrebbe restare solamente un uomo.

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