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Un’istantanea eterna della morte. ‘Il segreto della miniera’ di Hanna Slak, distribuito da Cineclub Internazionale

 
“Non ricordo come è iniziato, ho solo alcuni flash. Le finestre aperte, un afoso pomeriggio d’estate, il gracidio delle rane dal fiume Vuka. Cammino avanti e indietro tra due poltrone e canticchio: Si sbaglia, s’inganna chi proclama che la Serbia è debole”.
Ivana Bodrozic, Hotel Tito (Sellerio)

L’amore fraterno è tutto nel profilo di una mano sul foglio di un quaderno. E’ il 1995 quando Alja Basić lascia il suo piccolo villaggio in Serbia prima che la guerra lo travolga. Mirsada, la sorella, è ferma lì, sul ciglio della strada, a gridare ancora il suo nome. Non si rivedranno più e Alja porterà nel cuore la ferita sempre aperta di quel distacco.

Se, a torto, considerassimo “Il segreto della miniera” di Hanna Slak nella prospettiva soggettiva e intima di un interno familiare o, peggio, di un “thriller” (così come il solito, dannato virtuosismo della traduzione italiana del titolo originale lascerebbe intendere) ridurremmo l’opera pluripremiata di questa regista e sceneggiatrice slovena al rango di pura esercitazione melodrammatica. E invece “Rudar” (“Il minatore”) – come suona in modo assai più asciutto il titolo originale – allarga quell’orizzonte dentro i confini della Storia terribile e sanguinosa non solo del conflitto civile jugoslavo e della Seconda guerra mondiale, ma lo proietta in un presente sempre attuale, in una drammatica continuità di crimini, di verità nascoste, di responsabili impuniti e lo sottrae alla tensione di una narrazione ad effetto per restituircene un’altra: vera e terribile, sorretta da una regia dura e scabra che spazia tragicamente da un genocidio all’altro: lo spunto è arrivato alla regista da “Nessuno”, il memoire di Mehmedalija Alić, un minatore di Srebrenica che ha perso tutti i parenti nella strage di Srebrenica del 1995. Sono passati trent’anni dalla partenza forzata: Alja (un Leon Lucev misuratissimo) ha trovato fortuna (per così dire) in Slovenia (che dichiarandosi indipendente nel 1991 aveva scongiurato la guerra civile): insieme ad altri “esuli” bosniaci lavora in miniera: è ormai uno degli uomini più esperti e probabilmente è la sua lunga abilità a salvarlo dalla raffica di continui licenziamenti che il neoliberismo balcanico impone. Un lavoro massacrante, che gli ha però permesso di creare una famiglia che ama, ricambiato: la cena frugale insieme alla moglie Fuada e ai due figli – Samir, il maschio; Elma la maggiore, con cui intesse un rapporto più introverso – diventa quasi un banchetto prelibato durante il quale discutere delle imminenti ferie; la tv intanto sciorina le commemorazioni per l’anniversario della strage di Srebenica: ma questo, per Alja, non è affatto un “argomento da tavola”. Un giorno, la nuova e agguerrita direzione della miniera – nei panni di un giovane amministratore delegato, plenipotenziario odioso – impone ad Alja di ispezionare una miniera chiusa dalla fine del secondo conflitto mondiale.

E’ un luogo abbandonato che gli abitanti del luogo temono e di cui evitano pure di parlare: si dice di presenze, di fantasmi, di un “incidente” (che passa come la versione ufficiale): solo l’anziano signor Lojze (Boris Cavazza decano del cinema sloveno) – con una vecchia foto seppiata nelle sue mani, frammento di vita remota, ricordo per chi non deve più aspettare nessuno, per un ritorno che non si è mai compiuto – accenna a qualcosa di terribile accaduto dentro quelle gallerie: un repulisti in cui centinaia di persone sono state trucidate, non “traditori” soldati, ma rifugiati, rispediti dagli inglesi dai campi in Austria con destinazione Trieste, dove invece non sono arrivati mai, seppelliti, molti ancora vivi, in una fossa comune. Alja è frastornato: dovrebbe solo redigere un rapporto e chiuderla per sempre – “questa miniera è vuota, capito?” insiste la direzione – ma vuole continuare a scavare. E’ la stessa miniera a svelarsi poco a poco: graffi sul muro, macchie ormai rapprese di sangue, qualche scarpa, una treccia femminile. Insieme ai frammenti di quelle vite riemerge anche il vissuto di Alja, una eco mai sopita, martellante: la ricerca incompiuta della sorella. La polizia, avvertita da Alja fa spallucce, nonostante conosca la verità, ma l’ostinazione di Alja è più forte e i resti umani – scheletri ammassati in una istantanea eterna della morte – sono lì a dimostrarlo: per lui, ormai, nonostante le minacce velate, diventa un imperativo morale riportare alla luce quei resti e offrire loro una sepoltura: “Tu non sai – gli ricorda il signor Lojze che è ancora alla ricerca del padre – com’è non potere seppellire qualcuno. E’ come una macchia scura sulla coscienza. Nulla può cancellarla”: e Alja ha dolorosamente appreso quella lezione. Dopo la denuncia la macchina mediatica si mette in moto così come la direzione della miniera: Alja viene licenziato e mentre cerca di riportare fuori dalla miniera quante più prove viene arrestato. Al suo rilascio sarà il dolore che arriva dal passato a sciogliere il ghiaccio tra lui e la figlia, a riannodare le fila di una famiglia, di una continuità del sangue e nell’anima, di una zia mai conosciuta: Mirsada. E’ Alja a raccontare a Elma la sua storia – la loro storia – nelle sequenze forse le più toccanti del film e a confessare finalmente ciò che aveva tenuto dentro per tutti quegli anni: “io sono l’unico sopravvissuto del mio villaggio.” Solo adesso Alja – cui il semplice gesto di uno sconosciuto infonde coraggio e fiducia ad un tempo – può finalmente compiere la sua missione: e il dramma riscattato di di un singolo collima con quello di tanti cancellati dalla barbarie. In un film essenziale come “Il minatore”, girato quasi a volo basso, depurato da ogni sensazionalismo e da ogni innesco compassionevole – una commento musicale appena accennato, quasi schivo – conta il non detto: i silenzi, gli sguardi, una certa inclinazione della luce, la paura immanente di una rappresaglia ancora possibile, il terrore del piccolo Samir di incontrare i criminali, il percepirsi senza nazionalità con l’identità sdradicata di ogni immigrato, di uno “ai margini”. “L’immigrato è straniero – ha dichiarato in una intervista la regista Hanna Slak – ma allo stesso tempo non lo è affatto. Non è lui che si fa da parte: questa società non è ancora in grado di accettare il fatto che la coscienza nazionale non significa più – e non ha mai veramente significato – solo una cosa.”

NOTE

Hanna Slak, slovena, nata nel 1975 a Varsavia, con sede a Berlino, è regista, artista multimediale e scrittrice. Scivola tra il visivo e il testuale e tra diverse lingue native. Ha scritto e diretto lungometraggi per il grande schermo (Blind Spot, 2001; Teah, 2007; Rudar, 2017), oltre a documentari e cortometraggi sperimentali. Crea anche installazioni video e progettazione video per il palcoscenico. Le sue poesie sono state pubblicate in Slovenia, i suoi cortometraggi in inglese e tedesco sono stati messi in scena al teatro Maxim Gorki di Berlino. I suoi film sono proiettati in festival come Cannes, Berlinale, Rotterdam, Locarno e altri.

Ivana Bodrožić è nata il 5 luglio 1982 in una città croata di Vukovar. Laureata in filosofia e studi croati a Zagabria. Durante la guerra d’indipendenza croata, suo padre fu ucciso nel massacro di Vukovar (è ancora ufficialmente riconosciuto come “scomparso”) mentre lei e sua madre e suo fratello fuggirono e si stabilirono a Zagabria e Kumrovec come rifugiati. Ha pubblicato la sua poesia in varie riviste letterarie Il suo romanzo “Hotel Zagorje” (pubblicato nel 2010) ha ricevuto moltissimi premi ed è stato pubblicato in Italia da Sellerio nel 2019 con il titolo “Hotel Tito”.

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