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Siracusa. Dalla ‘carcerazione preventiva’ all’antimafia, Baio: “Chi denuncia non è eroe ma gente normale”

 

Il rischio era dietro l’angolo. Jvan Baio ne aveva sentito il puzzo sin dalle torrette della Isab Srl dove come operaio ha lavorato fino al 2015. E non era per l’inquinamento atmosferico, ma per un’altra mano invisibile.

Ci siamo occupati della sua storia a più riprese, l’ultima volta su la Spia due mesi fa quando ci aveva raccontato e aggiornato della sua situazione dopo le denunce al clan Bottaro-Attanasio, l’attesa di ricevere giustizia nei due processi che aveva aperti: uno penale contro la mafia e l’altro civile per tentare il reintegro sul posto di lavoro che forse, lui spera, avverrà a febbraio. Sì, perché dopo le denunce, Jvan viene isolato e licenziato. I due processi, pur nelle differenze oggettive, corrono di pari passo. Il rischio era dietro l’angolo insieme all’illusione di poter superare e vincere il malaffare da uomo rispettabile. E invece, proprio lì a Siracusa dove tutto era iniziato, c’era il rischio che tutto quello per cui aveva combattuto potesse inserirsi in un circolo vizioso fatto di burocrazia e intimidazioni. Il rischio che la stessa Giustizia potesse finire per mettergli il cappio al collo, era alto, ma non potendo reprimere il senso di lealtà che provava verso la sua famiglia e verso lo Stato aveva scelto di andare avanti a testa alta.

Tutti i verbi qui sono al passato e lo sono per un motivo. “La cosa più grave è che in uno Stato di diritto” spiega Baio, “chi denuncia, dal primo giorno viene devastato, perde il lavoro, la casa, i soldi, le carte di credito, il futuro della propria famiglia, non abbiamo più niente e dobbiamo aspettare anni per avere giustizia!”. Ma il problema non è né il disagio in cui egli versa né l’esasperante lentezza con cui i processi vengono avviati e portati in giudizio.  “Sono stanco” continua, “perché ci dicono di denunciare e perdere tutto? Con me la mafia ha vinto”. Il problema è che con queste sei parole lo Sato ha perso, ha fatto una pessima figura nelle aule di giustizia e nelle strade, ha ritratto la mano e lo sguardo lontano dai cittadini che con fiducia si erano affidati all’Istituzione.

L’ultima volta che lo avevamo sentito Baio era sicuro di gettare la spugna, davanti a uno Stato che sembra riuscire a raccogliere la sfida della legalità solo sull’onda dell’emergenza e della copertura mediatica. “Non ci metto più la faccia”, aveva detto.

Finché finalmente il 4 novembre scorso qualcosa è cambiato e la Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Nicola Morra, lo ha chiamato a Roma per un’audizione. La documentazione relativa a quanto accadutogli era stata inviata e studiata a fondo, tante le domande sul ruolo della Isab Lukoil su cui si deve vedere chiaro prima di poter prendere dei provvedimenti. “Com’è possibile che stia succedendo questo in una zona già abbastanza martoriata, con i rifiuti industriali e i morti di cancro che ci sono nella mia zona? Questa azienda tutela i delinquenti o ha preso un abbaglio?” si chiede Baio, “la mafia come al solito se non è quella che spara è quella dei colletti bianchi che mi hanno tarpato le ali sempre, mi hanno umiliato, mi hanno denigrato e mascariato per anni”.

Esiste una mancanza di visione comune dello Stato che non si riscontra nel programma del governo giallo rosso in cui si parla in modo generico di “lotta alle organizzazioni mafiose”, pare legata più all’evasione fiscale, ma non del come e nessun riferimento si esprime nella protezione di chi denuncia che ad oggi rimane nel limbo, né al ricollocamento lavorativo e sociale, una mancanza che non è rivolta alla tutela, nel nostro caso specifico del denunciante, contro colui che commette il reato e alla disposizione di una pena adeguata al crimine.

Al dramma collettivo della mancanza, quindi, colui che faticosamente tenta di rialzarsi ritrova in Jvan Baio l’archetipo perfetto. Pensi ancora che la mafia abbia vinto?, gli chiedo. “Dire la mafia ha vinto sono i momenti di scoramento che uno ha, poi se lo Stato fa lo Stato la mafia non potrebbe vincere mai. Lo Stato basta che fa quello che deve fare per dare certezze e sicurezza al cittadino che denuncia” risponde lui deciso mentre ritrova la speranza, “il messaggio che deve passare è che noi non vogliamo essere eroi ma gente normale, se passasse il messaggio che chi denuncia è gente normale staremo già a un passo avanti”.

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