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In un mondo che è sicuramente nostro. Note sul 19. Trieste Science+Fiction Festival

 

In un mondo che è sicuramente nostro, quello che conosciamo, senza diavoli, né silfidi, 
vampiri, si verifica un avvenimento che non si può spiegare con le leggi del
mondo che ci è familiare. […] Il fantastico è l’esitazione provata da un
essere, il quale conosce solo le leggi naturali, di fronte ad un avvenimento
apparentemente soprannaturale.
” Tzvetan Todorov, La letteratura fantastica (Garzanti 1977)

In coda al Trieste Science+Fiction Festival 2019, conclusosi da poco, azzardiamo una breve riflessione – per come proposto dalla rassegna giuliana – sulla cultura del fantastico, sul rapporto “scienza+finzione”, o come noi italiani preferiamo chiamarla: fanta-scienza. Non abbiamo, in verità, la presunzione di fare un bilancio esaustivo ed adeguato, non fosse altro che per la messe di eventi messi in campo dal festival. Basterebbe riguardare il fittissimo programma che dal 28 ottobre al 3 novembre ha accolto critici e pubblico da ogni parte d’Europa per rimanere colpiti e, perché no, perfino disorientati, dalla marea delle sue proposte. A Trieste si coniuga da ben diciannove anni il fantastico in tutte le sue varianti, estendendo – se vogliamo – la riflessione avviata anni fa da Todorov, innervandolo poi con la scienza, anche sulla base delle indicazioni di Darko Suvin. Lo fa ovviamente da par suo, non teoricamente, altrimenti saremmo in accademia, ma con gli strumenti innanzitutto dell’arte, proponendo un mix riuscitissimo di visioni, discussioni, eventi di ogni tipo, insomma di tutto ciò che oggi può essere ricondotto a questo genere. Quello che più affascina del TS+FF è il sasso lanciato in avanti, cioè guardare al “fantastico” non da posizioni consolatorie o nostalgiche. No, il festival guarda al futuro o alla tradizione folclorica, soprattutto europea, per interpretare l’oggi attraverso il domani probabile o guardare al presente attraverso il perturbamento provocato dai “fantasmi” di ogni passato. A volte tutto ciò risulta ancor più efficace quando si propongono o si rivisitano le cosiddette opere di serie B, o quando gli organizzatori chiamano sul proscenio autori che la cultura mainstream neanche conosce.

Proviamo a semplificare il discorso attraverso i due film che hanno vinto i concorsi principali: il Premio Asteroide della sezione Neon, che nomina il miglior film di fantascienza, horror e fantasy riservato alle opere di registi emergenti, e il Premio Méliès d’argent, che in collaborazione con la Méliès International Festivals Federation (MIFF), viene assegnato invece ai lungometraggi di genere fantastico di produzione europea. Le giurie internazionali hanno votato Aniara (2018) di Pella Kagerman e Hugo Lilja e Extra Ordinary (2019) di Mike Ahern e Enda Loughman. Il primo uscito mesi fa, il secondo ancora da distribuire in Italia. Uno fantascientifico, l’altro “gotico”. Uno dispotico, l’altro “utopico”. Un dramma il primo, una commedia il secondo. La motivazione del premio parla di Aniara come di “un vero film science+fiction con un forte messaggio ambientalista ed esistenzialista.” In realtà, il lungometraggio si ispira all’omonimo poema del premio Nobel svedese Harry Martinson, pubblicato nei ’50, che intendeva raccontare nel clima della Guerra Fredda i timori dell’uomo del tempo per il possibile disastro nucleare. Il film ripercorre sostanzialmente la vicenda del libro, attualizzando le vicende. Mentre sta lasciando la Terra distrutta dai mutamenti climatici per raggiungere Marte, l’astronave Aniara impatta dei detriti spaziali finendo fuori rotta. I passeggeri poco alla volta capiscono che non potranno mai arrivare sul pianeta rosso e salvarsi. Gli autori raccontano tutto attraverso una tensione emotiva trattenuta e algida – tipica della tradizione nordica – e ci fanno assistere all’angoscia crescente degli ospiti dell’astronave, alla loro deriva fisica e psichica che li conduce in decenni di viaggio a lenta morte. Il finale ci mostra il relitto Aniara, naufragato centinaia e centinaia di anni dopo su un lontanissimo pianeta della costellazione della Lira. Monumento funebre e testimonianza per i popoli alieni della superbia umana. Un film del genere non poteva che essere prodotto e girato dagli svedesi, che – come ci ha ricordato Giulio Meotti in un interessante articolo uscito sul fenomeno Greta – hanno una lunga tradizione ecologista fin dai tempi di Albin Hansson, che “immaginò la Svezia come una casa ecologicamente sostenibile, Gröna folkhemmet, in cui tutti i membri della famiglia vivevano in uguaglianza e in solidarietà sotto la mano mite e ferma del padre, il welfare state.” Solo in un contesto nordico del genere si può capire una opera come Aniara, (o un horror, sempre svedese, come Midsommar – Il villaggio dei dannati).

Extra Ordinary

Caratteristiche peculiari contrapposte ha il film di Mike Ahern e Enda Loughman. Extra Ordinary nasce in ambito completamente diverso: “Una storia universale che rimane ancorata alla cultura e al folklore europeo e irlandese”, recita la motivazione del premio Méliès d’argent. Ma anche scritta e girata con il particolare humour celtico che tratta argomenti paurosi “con un ritmo e stile attuali.” La buona Rose, dotata di poteri soprannaturali, vissuti con senso di colpa e accantonati da tempo, per vivere fa l’istruttrice di guida nell’Irlanda più profonda. Martin, vedovo da tempo, ma con il fantasma della moglie a perseguitarlo, ha una figlia a carico, Sarah, che gli dà problemi. A peggiorare il tutto si ci mette un cantante rock in disarmo che per ritornare al successo deve sacrificare una vergine al diavolo con cui ha stretto un patto. Martin chiede l’aiuto di Rose che infine accetta di riutilizzare i suoi poteri magici per salvare la giovane Sarah. Una commedia scoppiettante di trovate e battute che sa rimescolare il genere “demoniaco” con grande abilità e i cui autori pescano a man bassa dalla tradizione, ma adeguandola ai nostri tempi tormentati che hanno anche bisogno di allegria.

In conclusione, crediamo che il Trieste Science+Fiction Festival abbia saputo anche quest’anno cogliere con il “contrastante doppio premio” il nodo della questione, che poi è il problema dell’essere Uomo: soffrire e gioire. Insieme. Ha scritto la filosofa “cyberfemminista” Donna Haraway in Chthulucene (Nero 2019): “In tempi così critici, molti di noi hanno la tentazione di credere che il problema coincida con la costruzione di un avvenire sicuro, con l’idea di evitare che accada qualche evento che incombe minacciosamente sul domani, con la necessità di sgomberare il passato e il presente in modo da creare futuri per le generazioni a venire (…) bisogna essere presenti nel mondo in quanto creature mortali interconnesse in una miriade di configurazioni aperte fatte di luoghi, epoche, questioni e significati.”

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