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Bolivia. Situazione politica difficile. Qui i media sono i primi ad essere aggrediti e messi a tacere

 

Avevamo parlato con Ximena Galarza, giornalista della tv universitaria TVU, a fine settembre, in pieno clima pre-elettorale. “Siamo in un periodo complesso. Molto difficile per i media e per i giornalisti. Viviamo in uno stato democratico ma autoritario in cui si tenta di silenziare le voci di dissenso contro l’egemonia ideologica e politica corrente”, ci aveva detto. La tensione era palpabile nelle sue parole come in quelle dei colleghi Leonardo Mollineado e Casimira Lema, rispettivamente direttore e conduttrice del canale dell’università Mayor de San Andres a La Paz. Alcune intimidazioni erano arrivate a metà settembre all’intero canale per aver diffuso un sondaggio in cui si dimostrava che il distacco tra Evo Morales, presidente in carica e ricandidatosi per la quarta volta (violando la Costituzione e l’esito di un referendum del 2016 che aveva espresso parere negativo) e Carlos Mesa, lo sfidante, era di pochi punti percentuali, anche nelle zone rurali, avamposti del voto del MAS (Movimento hacia el Socialismo) di Evo.

Ma è notizia del 31 ottobre, grazie a un comunicato dell’Osservatorio Nazionale dei Media, che Ximena Gatarza è stata aggredita e minacciata proprio all’ingresso della stazione televisiva di La Paz. La Galarza, giornalista giovane ma di lungo corso, nota in Bolivia per aver lavorato in molte emittenti, prevalentemente cattoliche, aveva intervistato nel suo programma politico, l’ingegnere Edgar Villega che ha presentato una ricerca secondo la quale ci sono stati 1085 atti alterati nell’elezione di presidente e vicepresidente e 2765 per le elezioni dei deputati unonominali. Quest’affermazione che confermerebbe i sospetti di frodi elettorali che stanno infiammando il paese, ha evidentemente scatenato l’aggressione. Ma Ximena non è l’unica ad aver subito minacce, aggressioni fisiche o pressioni in questo periodo di limbo post elettorale in cui Morales si è auto dichiarato vincitore al primo turno, ma in cui i conti stentano a tornare e il paese rimane paralizzato.

In questo contesto i giornalisti indagano a loro rischio e pericolo: insieme a la Galarza infatti almeno altri 15 giornalisti e un fotogiornalista delle testate più importanti (Los Tiempos, la Razon, Bolivisiòn, Rete Uno) hanno subito minacce nelle ultime due settimane, per il solo fatto di dare copertura al “conflitto” in corso. Nel frattempo si registrano pagine facebook, account twitter e portali di informazioni di testate di agenzie come la cattolica Fides, Gigavisòn e Bo, oscurati con “restrizioni temporanee” non meglio specificate. Un momento particolarmente duro per il paese e per la libertà di stampa, che pure aveva qualche problema anche prima: la Bolivia si trova ad oggi al 110esimo posto su 180 paesi monitorati nel 2018 da Reporter senza frontiere secondo i parametri che misurano: pluralismo, l’indipendenza dei media, l’ambiente e l’autocensura, la struttura legislativa, la trasparenza e le infrastrutture. “In Bolivia c’è una egemonia mediatica – ci aveva detto il direttore Mollineado -tutti i mezzi di informazione dicono la stessa cosa. C’è subordinazione verso la lettura politica che conviene al momento. Ma la cosa più grave è che pur non essendoci una dittatura o uno stato di polizia c’è una dittatura economica con cui ti tolgono la possibilità di sopravvivere e quindi la voce”.

Una vera “asfissia” come la definiscono più volte i giornalisti: “I mezzi di informazione indipendenti – ci raccontava Ximena-  sono stati in gran parte “strangolati” dal mancato finanziamento attraverso la pubblicità dello Stato che gestisce tuttora più dell’80% della pubblicità commerciale, per destinarla esclusivamente ai canali che il governo ha acquistato attraverso società occulte”. Concentrazione dei media e della pubblicità hanno portato molti giornalisti o a allinearsi o a cambiare lavoro. Ma è proprio in momenti come questi che secondo Ximena Galarza, Casimira Lema e Leonardo Mollineado che il lavoro dei giornalisti è ancora più indispensabile: “Credo che sia nei periodi più duri che le persone abbiano bisogno di essere informati ed è i momenti come questi che i giornalisti devono lottare per i diritti all’informazione. E in cui noi dobbiamo mantenere l’impegno di autonomia, indipendenza e rispetto della verità che abbiamo assunto fin dall’università e con la nostra vita”. E la TVU dell’Umsa sembra ancora essere una felice oasi in questo senso. Protetta da una legislazione che garantisce finanziamenti e autonomia alle università, il canale di La Paz, sta crescendo come strutture, segnale, tipo e quantità di trasmissioni e soprattutto nel cuore delle persone: “Quando usciamo per strada – raccontava il direttore – le persone ci fermano e ci chiedono di continuare a fare il nostro lavoro, perché siamo gli unici a dire le cose come stanno. Molto spesso le persone vengono d noi a chiedere giustizia. Questo è il motivo per cui continuiamo”. Tutto questo però ha un costo e si vede bene oggi quando a più di due settimane dalle elezioni,la situazione politica e sociale boliviana è ancora incerta, le strade e le piazze sono in rivolta, e i media sono i primi ad essere aggrediti e messi a tacere.

Pamela Cioni, COSPE

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