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L’essenza della questione: Cucchi “entra” vivo, “esce” morto. E come lui, Pino, Aldo, Federico, Giuseppe, Michele, Francesco…

 

“…Mi arrestarono un giorno,
per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise lamorte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l’anima, a forza di botte…”.  (Fabrizio De André, “Un blasfemo”)

Al punto in cui si e’ arrivati, importa poco sapere chi materialmente ha ucciso Stefano Cucchi; chi materialmente lo ha lasciato uccidere; chi e’ stato ed e’ complice material e morale di questo delitto; e perche’ ha fatto tutto quello che ha fatto, o – perfino peggio – NON ha fatto quello che NON ha fatto.

Per non essere frainteso: non e’ che non sia importante dare risposta certa, definitiva, indiscutibile a questi tanti “perche’”. E’ importante, e’ essenziale. SI DEVE. Quando dico che “importa poco” voglio “semplicemente” sostenere che un fatto e’ sicuro, certo, definitivo, inequivocabile, indiscutibile: un cittadino, privato della sua liberta’ entra VIVO in una istituzione dello Stato; ne esce MORTO. Questa e’ l’essenza della questione. Questo e’ accaduto: per Cucchi; e per tanti altri cittadini. Questo NON deve accadere, ma e’ accaduto, tra l’indifferenza e la noncuranza di tanti, di troppi.

Tra poco verra’ ricordata una dolorosa pagina della nostra storia: la strage del 12 dicembre 1969 a Milano, Banca dell’Agricoltura. Assieme a quella strage, si dovra’ ben ricordare un altro morto, comunque siano andate le cose, un delitto: quel Pino Pinelli che entra VIVO nella questura Milanese; ne esce MORTO, “volando” dal quarto piano. Che sia stato o no “malore attivo”, poco importa. Conta che Pinelli, trovatosi in una situazione in cui lo Stato massimamente doveva garantirgli sanita’ fisica e psichica, sia invece MORTO. E si legga al riguardo, il bel libro di Paolo Brogi “Pinelli, l’innocente che cadde giu’” (Castelvecchi editore): “…Top of Form

Un verbale rimasto sepolto tra le carte dell’Archivio Centrale dello Stato illumina, cinquant’anni dopo, le zone d’ombra di un caso attorno al quale si è costruita un’intera letteratura di menzogne e contraddizioni. Nella stagione degli attentati di matrice fascista, dopo la carneficina di piazza Fontana, gli uomini degli Affari Riservati – servizio segreto del Viminale – vengono trasferiti in massa da Roma a Milano per insediarsi come “padroni delle indagini” e allestire una pista che colleghi la strage agli ambienti anarchici. Giuseppe Pinelli detto “Pino”, quarantun anni, ferroviere, resta vittima di questa trama quando la notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 precipita dal quarto piano della questura di Milano; una morte archiviata come frutto di un malore da due inchieste che risparmiano gli Affari Riservati. Oltre l’odissea giudiziaria, una difficile e sofferta vicenda umana: la lotta per la verità delle figlie Claudia e Silvia, iniziata insieme alla madre Licia quando avevano solo otto e nove anni, viene qui restituita dalla loro stessa voce…’.

Non e’ tollerabile che un cittaddino, per qualsivoglia motivo privato della sua liberta’, entri vivo in una caserma, in una stazione di polizia o carabinieri, in un carcere, e ne esca morto. Non puo’ esserci giustificazione che tenga e che valga.

Per Pinelli, “malore attivo”. Per Cucchi, secondo i periti nominati dal Giudice per le Indagini Preliminari, “improvvisa e inaspettata per epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale in trattamento con farmaci anti-epilettici”…

Si possono fare tutti gli slalom giudiziari che si vuole, la questione, ridotta all’osso, è questa: Cucchi muore mentre si trova nelle mani dello Stato. Nessuna generalizzazione: poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, fanno un lavoro duro, faticoso, difficile, rischioso. Non si finirà mai di dire loro grazie per quel che fanno. Ma proprio per questo casi come quello di Cucchi  risultano intollerabili e “bruciano”. Da un criminale ci si può attendere di tutto. Da persone che indossano la divisa, no.

L’Italia è il paese di Cesare Beccaria. E’ il paese che regala all’umanità un libretto ovunque letto e conosciuto, “Dei delitti e delle pene”…Quel libretto ispira Thomas Jefferson, i “padri” fondatori degli Stati Uniti d’America: lo leggono direttamente in italiano, da lì prendono spunto e ispirazione per le nuove leggi che devono varare per la giovane nazione americana; quel libretto in Francia entusiasma i filosofi dell’”Encyclopédie”… Nel 1766 la chiesa cattolica lo mette all’Indice; ha ragione: ha la sfrontatezza di distinguere il reato dal peccato…

Sono trascorsi più di 250 anni da quel testo rivoluzionario che capovolge radicalmente la legislazione giudiziaria, e detta il principio per cui la determinazione di pene e delitti deve basarsi esclusivamente su un codice ben fatto e definito di leggi; al bando, dunque arbitrio o influenza del giudice, e questo per la “semplice” ragione che essendo un uomo anche il giudice, può lasciarsi trascinare o influenzare dai propri istinti o interessi. In questo paese, con questa gloriosa tradizione, ancora chiedono giustizia i Pinelli e i Cucchi, gli Aldo Bianzino, i Federico Aldrovandi, i Giuseppe Uva, i Michele Ferulli, i Francesco Mastrogiovanni…

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